Nel ghetto di Rosarno, dove l’inferno è realtà

di Alessia Manzi

Foto di Alessia Manzi

Il treno si ferma e una voce registrata annuncia la fermata della stazione di arrivo: Welcome to Rosarno. Benvenuti in questo pezzo di profondo Sud immerso nella Piana di Gioia Tauro.

La strada che porta alle tendopoli di Rosarno si lascia alle spalle il centro abitato coi suoi palazzi lasciati a metà e le case coi foratini in bella vista.
Poi il percorso si perde nella campagna calabrese, arsa da mesi di siccità e avvolta in un clima torrido.
In lontananza, il mare.
Non ci sarebbe bisogno neanche della segnaletica in questo caso: le gru del porto e l’inceneritore indicano quanto la direzione sia giusta. Gioia Tauro, in cui il porto e il termovalorizzatore erano stati presentati come un’importante opportunità di impiego e sviluppo per l’intera economia regionale.
Di crescita occupazionale neanche l’ombra, però. Quello che sarebbe dovuto diventare uno dei più grandi terminal commerciali del Mar Mediterraneo, nel corso degli anni ha visto solo stagioni di licenziamenti e inchieste per traffici illeciti. L’impianto per lo smaltimento dei rifiuti, invece, ha bruciato di tutto finendo per inquinare l’ambiente e portando solo il tasso dei tumori a una percentuale elevatissima.

In questo lembo di Calabria, dove ogni problema molte volte non viene nemmeno preso in considerazione o è risolto mediante “piani di sicurezza”, c’è anche un enorme spiazzo di terra battuta.
Una sorta di linea di confine fra il campo container e la tendopoli di San Ferdinando.

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La rivolta di Rosarno.
Sono ormai passati sette da anni da quando i migranti escono allo scoperto dai luoghi in cui trovano riparo al ritorno dai campi; casolari abbandonati e capannoni industriali – la Rognetta e la Cartiera – ormai dismessi. Circa 2000 persone fino a quel momento considerate invisibili, a Rosarno, si uniscono in corteo e la rabbia esplode come il colpo di arma ad aria compressa che la sera prima aveva ferito un paio di braccianti.
I migranti si ribellano ai soprusi delle ‘Ndrine e del caporalato.
Loro non sono più disposti a subire spregevoli angherie e alzano la testa davanti alla ‘Ndrangheta, che dopo aver succhiato e stuprato la Calabria fino alle viscere, ha deciso di continuare il proprio banchetto anche sulla pelle dei migranti.
Giuseppe Lavorato, ex sindaco di Rosarno, definisce quell’episodio come “atto rivoluzionario” e in un’intervista sarà lui stesso a spiegare come la “rivolta” dei rosarnesi, scoppiata nelle due giornate succeessive alla protesta dei braccianti, fosse stata strumentalizzata da chi avrebbe preferito continuare a calpestare la dignità di stranieri e italiani.

La vita nel ghetto.
Alla richiesta di condizioni lavorative e abitative dignitose lo Stato, quindi, risponde investendo milioni di euro per attrezzare un campo con una cinquantina di tende da otto posti letto ciascuna e dieci docce.
Uno spazio che avrebbe dovuto ospitare circa 400 persone.
Come spesso accade, però, ai “piani alti” la distrazione stranamente casuale fa parte del modus operandi e nella tendopoli, durante la stagione della raccolta delle arance, ci sono almeno 3000 persone.
Nel corso di quasi dieci anni, l’area della tendopoli si è ingrandita.

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Baracche costruite alla meno peggio con pali in legno, teloni cellophanati, lamiere in amianto, compensato, materiale plastificato hanno preso la forma di una casa per uomini e donne che si fermano al crocevia di Rosarno.

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Fa caldissimo. Buona parte del campo è andata in cenere agli inizi di luglio, quando un incendio doloso ha polverizzato le baracche.

L’odore acre proveniente dal materiale plastico incendiato si unisce alla puzza proveniente da centinaia di sacchi della spazzatura ammassati lungo tutto il perimetro del ghetto.
L’aria è irrespirabile. Ci sono 40° e l’afa ha reso l’atmosfera una cappa a cielo aperto.

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In questo inferno manca l’acqua, e l’energia elettrica si ottiene con un paio di generatori.
Le condizioni igienico sanitarie sono pessime. Quando alcuni attivisti del collettivo Mamadou di Bolzano visitano gratuitamente i ragazzi presenti nel campo, capiscono subito come i problemi gastro intestinali siano associati a una scarsa alimentazione e idratazione, e al consumo di acqua non potabile.

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Nonostante le difficoltà, questo posto si è trasformato in una sorta di città nella città, con bazar e sala tv.
Alcuni dei ragazzi presenti salutano e chiacchierano fra di loro seduti su una trave di legno all’ombra di teli plastificati. Qualcuno passeggia, altri cucinano quel poco di cibo acquistato pagandolo il doppio.

Il gioco dell’oca.
Per contrastare lo sfruttamento lavorativo e permettere una migliore integrazione dei migranti, la Prefettura di Reggio Calabria ha proposto la solita ricetta risolutiva.
Come da tradizione, dunque, a breve ci sarà lo sgombero del ghetto e la realizzazione di una nuova tendopoli.
Ovviamente, sempre nelle campagne in cui i migranti lavorano dalle 7 del mattino alle 5 del pomeriggio senza neanche potersi lamentare. Lontani dai borghi calabresi e dalla vita quotidiana che dovrebbero poter vivere anche loro.
Invece no. Si torna al punto di partenza: l’emergenza. Hai sbagliato casella. Resta fermo per tre turni.
Insomma, quelle scene di semi-normalità viste all’interno del campo continuano a restare solo delle “prove”.

Assurdo e inaccettabile da parte nostra assistere all’ennesima speculazione; coraggioso da parte loro vedere la forza d’animo di chi, nonostante l’emarginazione e i maltrattamenti, riesce ancora a sorridere sperando in un domani migliore.

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