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L’hotspot di Taranto, i respingimenti differiti e le forme dell’attivismo: una settimana paradigmatica

Intervista a Imma Bucci, attivista della Campagna Welcome Taranto

L'ingresso del'hotspot di Taranto

Le vicende che nell’ultima settimana hanno attraversato l’hotspot di Taranto e i luoghi circostanti sembrano essere una perfetta sintesi delle rilevanti violazioni che accompagnano, senza soluzione di continuità, l’attuazione del cosiddetto approccio hotspot in Italia. Sabato 4 novembre circa settanta ragazzi marocchini sono sbarcati a Taranto e successivamente sono stati condotti all’interno dell’hotspot. Può essere utile ripercorrere, attraverso il racconto di Imma Bucci, attivista della Campagna Welcome Taranto, quello che è successo a questi ragazzi. Si tratta evidentemente di una vicenda legata ad un contesto specifico – Taranto, i suoi luoghi, un determinato gruppo di persone. Più in generale, quello che è successo ben rappresenta una modalità di gestione di quei gruppi nazionali considerati, nella retorica dominante, tendenzialmente migranti economici.

Può essere particolarmente utile soffermarsi su una vicenda di questo tipo in questa specifica fase politica. Le inquietanti notizie che attraversano il Mediterraneo (normalizzazione della rotta libica, criminalizzazione della solidarietà, accelerazione dei processi di esternalizzazione delle frontiere e del controllo sulla mobilità) hanno fisiologicamente occupato il dibattito pubblico settoriale. Allo stesso tempo, è urgente riaprire il dibattito sul funzionamento degli hotspot e sulle violazioni che continuano a configurarsi, non solo a Taranto.

Imma, è stata una settimana particolarmente significativa per ciò che riguarda il funzionamento dell’hotspot di Taranto. Puoi farci una panoramica sulle vicende appena trascorse?

Sabato 4 novembre abbiamo ricevuto notizia della presenza di un cospicuo numero di migranti presso la stazione di Taranto. Ci siamo subito recati lì, e abbiamo osservato che altri stavano arrivando dall’hotspot verso la stazione. Erano quasi tutti marocchini. Ci hanno subito mostrato i decreti di respingimento differito appena ricevuti nell’hotspot di Taranto prima di essere messi alla porta. Dall’hotspot si sono riversati in stazione, percorrendo la strada a scorrimento veloce che unisce questi due luoghi, non sapendo dove andare e dove passare la notte. Abbiamo contattato le autorità e, dopo una serie di pressioni, hanno permesso a questi ragazzi di rientrare nella struttura e passare lì la notte. La mattina dopo, però, la situazione si è ripetuta: circa settanta persone, tutte con decreto di respingimento, sono ritornate in stazione, e tutte queste persone non hanno avuto più la possibilità di accedere alla struttura.

Nei giorni successivi molti di questi ragazzi sono partiti verso altre località. Abbiamo fornito loro strumenti per contattare parenti e amici, abbiamo dato indicazioni logistiche e contatti di organizzazioni che forniscono assistenza ai migranti in altre città. Un parte di queste persone è rimasta a Taranto. Per loro abbiamo predisposto una serie di aiuti materiali (coperte, pasti, ecc). Questi ragazzi hanno dormito per diversi giorni nei pressi o dentro la stazione. Poi siamo riusciti a trovare una sistemazione per la notte all’interno di una parrocchia.

Siete riusciti a ricostruire, attraverso il dialogo con questi ragazzi, quello che è successo all’interno dell’hotspot?

Abbiamo avuto la possibilità, grazie ad alcuni mediatori, di approfondire le questioni inerenti alle procedure. Molti dei ragazzi marocchini che abbiamo incontrato in stazione ci hanno riferito che non hanno ricevuto adeguate informazioni sui loro diritti e sulla possibilità di chiedere protezione internazionale. A quel punto abbiamo fatto un’informativa legale con i mediatori e abbiamo distribuito le guide Welcome to Italy. Molti ci hanno detto che vogliono presentare domanda di asilo. Una piccola parte di questi ragazzi è rimasta a Taranto. La maggior parte con il passare dei giorni è partita verso altre città. Anche a loro abbiamo veicolato le informazioni, in modo che possano prendere contatto nei luoghi di destinazione con chi può dare assistenza anche dal punto di vista legale. In ogni caso, emerge un quadro inquietante: questi ragazzi raccontano che sono stati incanalati automaticamente verso i decreti di respingimento differito, senza possibilità di scelta.

Che tipo di lavoro state continuando a portare avanti con chi è rimasto a Taranto?

È rimasto a Taranto soprattutto chi non ha nessuno da raggiungere in altri posti. Siamo riusciti a trovare, grazie all’aiuto di una parrocchia, dei posti per ospitarli. Questi ragazzi hanno in seguito alla nostra informativa legale manifestato volontà di chiedere protezione, ci sono due avvocati che si sono messi a disposizione per supportarli. In questi casi ci occupiamo sia di esigenze materiali (trovare un posto per la notte, occuparsi dei pasti, del vestiario, ecc), che dell’assistenza legale e della denuncia politica. Le conseguenze delle scelte politiche sono tutte a carico di attivisti e volontari.

Non è la prima volta che a Taranto si verificano situazioni così problematiche.

Già alla fine di marzo del 2016, poco dopo l’apertura dell’hotspot, avevamo vissuto un’esperienza simile. In quella circostanza circa 200 ragazzi marocchini avevano ricevuto, praticamente tutti insieme, il provvedimento di respingimento differito. Circa 50 ragazzi sono rimasti a Taranto e ci siamo fatti carico, insieme ad altre realtà cittadine, dell’ospitalità e dell’orientamento legale.

Più in generale, capita di frequente, per numeri meno considerevoli, che si verifichino situazioni simili. Altre volte semplicemente non riusciamo ad avere notizie. Non è un caso che queste prassi vengano attuate con più frequenza per specifici gruppi nazionali (marocchini, tunisini, nord africani in generale), considerati arbitrariamente migranti economici.

Ho l’impressione che ci sia poca informazione e, in generale, un rapporto un po’ superficiale con questi temi. Le dichiarazioni sulla stampa di questi giorni testimoniano in questo senso. Le dichiarazioni di alcuni esponenti delle istituzioni, secondo cui i migranti andrebbero in giro per la città per visitarla, sarebbero quasi comiche, se non ci fossero gravi problematiche in gioco. C’è stato anche chi ha detto che i marocchini non hanno i requisiti per presentare domanda di asilo. Noi, invece, siamo qui, li assistiamo e ribadiamo ancora una volta che tutti hanno il diritto di ricevere informazioni comprensibili e tutti hanno il diritto di presentare domanda di asilo.

di Francesco Ferri

Links utili:
Campagna Welcome Taranto

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Francesco Ferri

Sono nato a Taranto e vivo a Roma. Mi occupo di diritto d'asilo, politiche migratorie e strategie di resistenza sia come attivista sia professionalmente. Ho partecipato a movimenti solidali e a ricerche collettive in Italia e in altri paesi europei. Sono migration advisor per l’ONG ActionAid Italia.