Report e la politica di Minniti

In "Un mare di ipocrisia" sono tutti colpevoli, tranne il Governo italiano e il Ministro Minniti

Foto: Kenny Karpov/SOS MEDITERRANEE

“Un mare di ipocrisia” è il titolo del servizio di Report, a firma di Claudia di Pasquale, andato in onda il 20 novembre 2017 su Rai3. Un titolo scelto bene: secondo gli autori i comuni denominatori del racconto sarebbero il Mar Mediterraneo – in particolare quella parte che separa la Libia dall’Europa, la cosiddetta rotta del Mediterraneo centrale – e l’ipocrisia che tutte le parti in causa in questa complessissima situazione mostrerebbero.

Dalle ONG a Frontex, dal Governo italiano a quelli maltese, greco e spagnolo, tutti vengono indistintamente accusati e criticati, senza che si faccia alcun distinguo, e ovviamente non si risparmiano critiche nemmeno all’Europa. Eppure, chiunque conosca la situazione più da vicino non può non vedere come l’ipocrisia abbondi proprio nella scelta operata dagli autori del servizio per la costruzione dello stesso.

Un reportage che si autoproclama portatore della “verità” – scartando la modestia, la complessità della tematica e le più elementari regole del buon giornalismo – ma che si presenta pieno di omissioni, allusioni ed accuse, senza che a sostegno di queste sia fornita nessuna prova.

In tanti hanno già fatto un rigoroso fact-checking del servizio, smontando punto per punto le diverse inesattezze riportate, in particolare, nella sequenza che racconta delle collusioni tra ONG e trafficanti.

Eppure, durante il lunghissimo servizio, c’è sicuramente un grande assente: il Ministro dell’Interno italiano Marco Minniti. Il protagonista dei patti con le milizie libiche e del codice di condotta per le ONG, colui che è globalmente riconosciuto come l’autore della tanto ‘attesa‘ chiusura della Rotta del Mediterraneo centrale. Appare incredibile che la figura di Minniti, per quanto sia il leitmotiv di tutto il servizio, compaia solo nella chiusura vera e propria dello stesso. Ancor più incredibile è che, a differenza del fondatore della ONG SOS Mediterranee – tirato in ballo non si capisce per cosa ed accusato di avere una società in un paradiso fiscale (tutto con la giornalista che si riferisce a lui parlando in seconda persona singolare) – il nostro Ministro non venga né coinvolto, né accusato, ma venga, anzi, sostenuto.

Ma prima di riportare il surreale endorsement finale, credo sia importante rileggere le tesi prodotte da Report durante il servizio in relazione all’opinione di Minniti sulle stesse tematiche.

Photo credit: Alessio Romenzi per Unicef (centro di detenzione di Garian in Libia)
Photo credit: Alessio Romenzi per Unicef (centro di detenzione di Garian in Libia)

La Libia

Il racconto vero e proprio sul Paese nord-africano parte dal 2011, con le primavere arabe e i bombardamenti “fortemente voluti dalla Francia”, per poi arrivare velocemente alla spartizione attuale del territorio. La Tripolitania controllata da Al-Sarraj, “governo di accordo nazionale riconosciuto dall’ONU”, e la Cirenaica di Khalifa Haftar “denunciato per crimini di guerra”. Chi di noi, davanti ad una simile descrizione, avrebbe dubbi nel giudicare il buono e il cattivo della situazione?

Difficile non pensare ai recenti comunicati del Ministro Minniti, che dinanzi alle crescenti pressioni continua a rassicurare l’opinione pubblica esprimendo totale fiducia al governo di Al-Sarraj. Quello che ovviamente non viene raccontato è come, tuttora, il c.d. “governo di accordo nazionale” non goda di un alcun potere reale sul suo territorio, ragion per cui il controllo dello stesso dipende dalla ‘benevolenza’ di una molteplicità indefinita di milizie. Una situazione di precarietà tale che perfino il compound nel quale il governo riceve gli ospiti internazionali – tra cui quello italiano – è protetto da milizie islamiche che di democratico non hanno neppure la minima parvenza, come racconta bene la giornalista Nancy Porsia in questa intervista.

Ma non è finita. Il passaggio immediatamente successivo, nel servizio, è a dir poco sconcertante: “grazie a questa instabilità politica la Libia è diventata sempre di più terreno fertile per mercanti di petrolio e di uomini. E’ qui infatti che confluiscono le principali rotte migratorie del Nord Africa…”. Una dichiarazione distorta che vede nei migranti solamente la merce dei trafficanti.

Per decenni la Libia è stata meta dell’immigrazione intra-africana, un paese nel quale le persone si spostavano in cerca di lavoro, e non solo per raggiungere l’Europa. Poi la guerra civile ha portato centinaia di migliaia di persone a dover fuggire da persecuzioni, torture e morte. Ma per Report il problema sono i trafficanti: eliminati questi i migranti non troverebbero altri modi per arrivare da noi. La totale assenza di canali umanitari o vie legali per sfuggire a quell’inferno non viene menzionata nemmeno una volta in tutto il servizio.

In conclusione di questa parte c’è l’intervista alla giornalista Nancy Porsia, che nonostante i tagli di montaggio racconta come stanno veramente le cose e spiega molto bene la struttura mafiosa delle milizie finanziate dall’Italia. Chiama direttamente in causa i servizi segreti italiani, che “dovevano sapere”. Conoscendo la giornalista appare impossibile credere che il nome del Ministro Minniti non sia stato pronunciato neanche una volta di fronte a quella telecamera. Da mesi lei chiede di intervistare il Ministro per sentire quello che ha da dire. Senza risposta.

Foto: Narciso Contreras/SOS MEDITERRANEE
Foto: Narciso Contreras/SOS MEDITERRANEE

Si torna in studio, dove il presentatore sembra farsi direttamente portavoce del Ministero degli Interni. Prima ammette che i servizi sapevano perfettamente con chi stavano andando a trattare, poi si spinge addirittura a giustificarli: “del resto con chi devi parlare se non con chi controlla un territorio? Ecco, ti tappi il naso e vai a tutelare un bene strategico per il tuo paese, che è l’energia. Lo fanno tutti i Paesi del mondo che hanno interessi in quelle zone dove la democrazia non c’è.

Ma l’espediente infantile del bambino rimproverato che indica alla maestra un altro bambino anche lui colpevole di qualcosa, convinto che questo diminuisca in qualche modo le sue colpe, non finisce qui. Se avessimo avuto ancora dubbi circa le ingerenze della politica italiana nel servizio di Report, sarebbero immediatamente scomparse con l’apparire, nel racconto, del nome di Berlusconi, a cui viene riconosciuto “il merito” di aver stretto patti simili con Gheddafi per bloccare i migranti. “Qualcuno è intervenuto per sapere come realmente erano tenuti i migranti nei centri di Gheddafi?” si chiede retorico il giornalista, da un lato mostrando che anche gli avversari a destra del signor Minniti si sono macchiati dei suoi stessi crimini, dall’altro legittimando questo tipo di processo come un male necessario, che non veniva additato quando c’era Berlusconi ma viene tirato fuori solo ora, contro il povero Partito Democratico. Fin qui la linea è chiara, non importa quanti morti ci siano alle nostre frontiere o chi paghiamo per il processo di chiusura delle stesse, l’importante è assicurarci il petrolio e fermare le migrazioni. Il fine giustifica i mezzi.

Photo credit: Lisa Hoffmann / Sea-Watch
Photo credit: Lisa Hoffmann / Sea-Watch

Il Mediterraneo

Sarebbe difficile commentare punto per punto tutte le pretestuose assurdità presenti nelle sequenze dedicate alle ONG. Sul caso della Iuventa e della ONG Jugend Rettet gli autori del servizio si ergono ad accusatori, giudice e giuria, dando come certe delle accuse che ancora non esistono. Non posso che ripetere: ad oggi non ci sono accuse, né contro la ONG, né contro singoli membri dell’equipaggio. Niente. Il sequestro della nave è stato operato in maniera preventiva proprio per consentire a politici e ‘giornalai‘ di avere almeno una ONG da poter attaccare liberamente. Perfino Giusi Nicolini ci casca in pieno, lodando il lavoro dei soccorritori ma dispiacendosi per una vicenda che getterebbe delle ombre sul loro operato.

Naturalmente anche la mia intervista è stata ampiamente tagliata, e nel servizio sono stati montati solo pochi secondi nei quali non c’era traccia di tutto ciò che ho raccontato. Ho parlato a lungo con la giornalista, ho rilasciato alcune interviste in momenti diversi e mi sono anche confidato a microfoni spenti. Ma la tesi della sicura esistenza di collusioni arrivava prima di me, e lì è rimasta. Tant’è che il Direttore dello SCO, il Servizio Centrale Operativo della Polizia, viene anzitutto presentato come figlio di un poliziotto ucciso dalla mafia a Palermo, quindi certamente esente da dubbi o malafede.

A conferma delle tesi degli autori di Report, viene utilizzata strumentalmente anche la capitana della Iuventa che, sentita a poche ore dalla scoperta del sequestro e delle possibili accuse, comprensibilmente non ha voluto rilasciare l’intervista.

Segue poi l’attacco a SOS Mediteranee – una delle poche ONG rimaste operative -, messo in atto utilizzando riprese largamente riciclate dalla trasmissione ‘Porta a Porta’. E si tratta forse della ONG più importante, almeno simbolicamente, perché ospita a bordo della sua nave l’equipe di Medici Senza Frontiere. Vengono sostanzialmente inventati codici e regolamenti – come la ‘Direttiva europea sul porto vicino‘ o sul ‘porto sicuro‘, o il ‘codice di soccorso‘ – che letteralmente non esistono. Così come formalmente non esiste una “zona di competenza dei libici”, che se ne sono appropriati unilateralmente senza alcun riconoscimento internazionale. Quello che, casualmente, viene riportato con assoluta esattezza è il Codice di Condotta imposto da Minniti alle ONG nel Mediterraneo, presentato come utile e necessario.

Di inesattezze ed allusioni senza fondamento se ne potrebbero riportare ancora molte, ma il messaggio ormai dovrebbe essere chiaro: le ONG sono colluse con i trafficanti e, anche quando non lo sono, rappresentano senza dubbio alcuno un pull factor. Mentre la “giusta” soluzione dell’Italia e dell’Europa per controllare quel territorio è quella di addestrate i libici tramite le motovedette che gli abbiamo regalato. Certo, ci sono delle contraddizioni, ma tutto questo è necessario. Francamente sarebbe stato impossibile riportare in un solo video i comunicati stampa del Ministro dell’Interno più fedelmente di così.

Photo credit: Roman Kutzowitz / Sea-Watch
Photo credit: Roman Kutzowitz / Sea-Watch

Italia

La conclusione del servizio è difficile da mandare giù.

Perfino il cimitero a Tunisi non lascia spazio ad interpretazioni: questi sono i loro morti. E’ qui che il mare li riporta, ed è qui che devono essere sepolti. Non una parola sul fatto che più navi avrebbero potuto salvare quelle persone. Non una menzione al fatto che l’esistenza di canali umanitari avrebbe potuto prevenire questi morti. E, sopratutto, non una parola sui morti che arrivano in Italia, sepolti da anni in tutta la Sicilia (ma non solo). Solo pochi giorni fa 26 donne sono state sepolte a Salerno. Erano tutte giovanissime, due delle quali in stato di gravidanza.

A chiusura della sequenza il conduttore lancia un’invettiva alle organizzazioni internazionali che hanno consentito le guerre senza calcolarne le conseguenze. E in fondo potremmo anche essere d’accordo, se solo non ci tornasse in mente il perché di queste accuse: appena pochi giorni fa, quasi contemporaneamente all’uscita del video choc della CNN sul mercato di schiavi in Libia, l’ONU ha condannato l’Italia per gli accordi fatti con la Libia, considerati inumani. Una particolare coincidenza. L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, Zeid Raad Al Hussein, ha commentato: “Non possiamo rimanere in silenzio di fronte a episodi di schiavitù moderna, uccisioni, stupri e altre forme di violenza sessuale pur di gestire il fenomeno migratorio e pur di evitare che persone disperate e traumatizzate raggiungano le coste dell’Europa”. Ed ecco la risposta dell’Italia, che accusa tutti, compresa l’ONU, di essere colpevoli allo stesso modo, senza avere il coraggio di ammettere le proprie colpe ma sopratutto senza avere ‘l’ardore’ di cambiare direzione.

E la conclusione rispecchia totalmente questa visione, lasciando allibiti coloro che la ascoltano convinti di assistere ad un servizio imparziale: “E poi c’è la nostra di ipocrisia. Quella dell’accordo che il nostro Ministro dell’Interno ha fatto per stoppare la migrazione giù, a valle. Un accordo brutto, bruttissimo, lo sa lui stesso, che è il grande assente della nostra inchiesta. E’ nato però questo patto scellerato per stoppare la deriva populista capace di condizionare pesantemente le campagne elettorali. […] Ma c’era un’alternativa a tutto questo? Si, se l’Europa avesse fatto seguire i fatti alle parole. Ci ha anche ringraziato perché abbiamo fatto il lavoro sporco per quei politici che, in giro per l’Europa, per un po’ di consenso in più alzano muri e barricate. Ecco, abbiamo fatto il lavoro sporco per loro.”

Photo credit: CNN (centro di detenzione a Tripoli)
Photo credit: CNN (centro di detenzione a Tripoli)

Quindi Minniti, del quale il conduttore non pronuncia né nome né cognome, avrebbe siglato questo patto costretto dall’inarrestabile ondata dei populismi. Ad un’ondata di xenofobia e razzismo lui ha risposto cacciando gli africani. Saremmo stati costretti a tutto questo dall’Europa e dalla sua negligenza. Ma da quando l’Europa è così pacificamente indicata come il centro del potere reale? Il governo avrebbe potuto fare una moratoria e concedere un visto di viaggio temporaneo ai migranti presenti sul territorio – come a suo tempo fece Maroni -, per farli poi partire per il resto dell’Europa. E invece no, saremmo sembrati dei sottomessi. E, ancora, una volta fatte le sue scelte avrebbe potuto renderle evidenti per quello che sono – come è stato nel caso della Grecia. Avrebbe potuto chiamare le cose col proprio nome. Ma invece in Italia da un lato si stringono patti col diavolo, dall’altro si piagnucola davanti all’opinione pubblica (sebbene alla prova dei fatti la realtà risulti ben diversa).

Il Ministro Minniti può dirsi soddisfatto di essere l’artefice di questo patto epocale. Ha ‘dovuto‘ condannare centinaia di migliaia di persone alla prigionia e alla tortura, ma non certo senza ricompense. Consensi da ogni lato, dalla destra della Meloni a Papa Francesco in persona. E’ già pronto a spendersi, nel caso in cui la prossima campagna elettorale dovesse aver bisogno di lui. Ha già dimostrato di essere in grado di fare il lavoro sporco per tutti, come dice bene Report, di alzare muri e barricate perfino attraverso ed oltre il mare, pur di racimolare un po’ di consenso. E’ l’uomo giusto, secondo alcuni, per essere il prossimo Premier.

Ma se nel servizio c’è qualcosa di ancor più indegno della campagna elettorale malcelata, è lo spazio riservato ai migranti. Ai soggetti principali di questa vicenda sono stati dedicati solo pochi secondi su un’ora di servizio. Nessun tipo di approfondimento o opinione. Il video che mostra il campo di detenzione può sembrare pesante, ma non è niente. Perfino in Italia ci sono dei campi peggiori, mentre in Libia quelli in cui le persone vengono giornalmente torturate e stuprate sono del tutto inaccessibili, ma questo ovviamente non viene detto.

E questa visione, che vede come protagonisti della vicenda i trafficanti da un lato e le istituzioni europee dall’altro, cancella la volontà, il protagonismo e le voci dei migranti. Rappresenta i trafficanti come la principale causa delle migrazioni e i migranti come una mera merce, un oggetto spostato del tutto arbitrariamente da smugglers e governi. Si ignorano completamente la cultura del viaggio, la tenacia e il coraggio di chi affronta il deserto e il mare. E si cancella il dolore, profondo e indescrivibile, di chi durante quel viaggio ha visto morire i propri amici, i propri parenti o i propri figli. Non un cenno agli stupri e ai figli nati da quelle violenze. Non un cenno al migrante come soggetto.

Tommaso Gandini, Campagna #overthefortress

Tommaso Gandini

Racconto migranti e migrazioni dal 2016, principalmente tramite reportage multimediali. Fra i tanti, ho attraversato e narrato lo sgombero del campo di Idomeni, il confine del Brennero, gli hotspot e i campi di lavoro nel Sud Italia. Nel 2017 ero imbarcato sulla nave Iuventa proprio mentre veniva sequestrata dalla polizia italiana. Da allora mi sono occupato principalmente del caso legale e di criminalizzazione della solidarietà.