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USA – Uno sguardo all’interno dei centri informali di detenzione per immigrati

Robert Greenwald*, The Nation - ottobre 2017

Traduzione a cura di Livio D’Alessio

Sono pochi i cittadini americani ad essere a conoscenza del sistema dei centri detentivi per immigrati nel loro Paese. Ogni anno il governo reclude all’incirca 400.000 immigrati in più di 200 centri di detenzione. Tali strutture appartengono ad un’industria completamente privatizzata, lucrativa ed informale che specula sulla disperazione dei migranti in attesa di espulsione.

Alla Brave New Films stiamo facendo il possibile affinché si sappia della violenza che si cela dietro questa macchina industriale. Nel nostro nuovo film, Immigrant Prisons, ispezioniamo i centri di isolamento, denunciando le drammatiche condizioni di salute, le generalizzate violenze fisiche e sessuali, le schiavizzanti condizioni di lavoro e molto altro. Tutto ciò avviene a porte chiuse, senza il benché minimo controllo.

Il nostro film, realizzato grazie alla collaborazione di legali che si occupano dei diritti dei detenuti, pone sotto i riflettori un’oscura sezione del sistema di giustizia amministrativa degli Stati Uniti.

E’ bene rimarcare che tali detenzioni sono una forma edulcorata di carcerazione. Non si tratta di custodia preventiva, non si sta parlando di individui condannati per un crimine, afferma l’avvocato James Fife del Federal Defender di San Diego. “Lo Stato, per pura convenienza politica, pone in stato di fermo queste persone cosicché siano disponibili per essere processate”, aggiunge.

Diversamente dai criminali sui quali grava una condanna per un reato, per la detenzione degli immigrati non c’è un limite di durata. Difficile da credere, ma queste persone possono restare rinchiuse ad oltranza sebbene non vi siano né accuse di reato, né attese di giudizio. Nel film conosciamo la vicenda di un immigrato keniota, Sylvester, recluso per 9 anni e 4 mesi.

Una donna descrive la sua detenzione come “un sequestro di persona legalizzato

I centri detentivi ricadono sotto la supervisione della US Immigration and Customs Enforcement (Agenzia Federale per la Sicurezza delle Frontiere e dell’Immigrazione, n.d.t.), o ICE, una sezione del Dipartimento di Sicurezza Interna. Dalla sua istituzione, nel 2003, sono stati registrati 177 casi di decessi nei centri di detenzione. L’incuria nell’assistenza medica è il principale tra i fattori influenti.

Nel film intervistiamo Gerard, un ex-detenuto che durante i suoi undici mesi di detenzione in una struttura californiana è per poco scampato alla morte. Per due settimane gli fu negata l’assistenza medica per una grave infezione estesasi su tutto il corpo. Il direttore della struttura privata continuò ad ignorare le sue richieste fino a quando non si rese davvero conto del pericolo in cui incorreva Gerard. Tale negligenza sanitaria contribuisce a quasi la metà dei decessi complessivamente registrati nei centri detentivi.

Christina Fialho, direttrice esecutiva di CIVIC ed avvocato in prima linea nella difesa dei diritti dei detenuti, rivela che l’assenza di cure mediche in tali strutture è l’ordinaria amministrazione. Le precarie condizioni sanitarie molto spesso sono esasperate da minime quantità di cibo, acqua contaminata e precarie condizioni igieniche. La Fialho parla anche di un’altra piaga che affligge questi centri: l’alto tasso di violenze. “Le guardie, sprovviste di adeguata preparazione, aggrediscono fisicamente e sessualmente le persone”, riferisce.

Ogni anno vengono presentate all’autorità migliaia di rimostranze che denunciano abusi sessuali e fisici e carenti misure sanitarie. Tuttavia, nella maggior parte dei casi restano inascoltate

Aggiungendo al danno la beffa, i detenuti nei centri di natura privata sono spesso costretti a lavorare, sostanzialmente senza essere retribuiti. Le organizzazioni che sono a capo di queste strutture, che sono a scopo di lucro, godono così di incentivi non dovuti e di una forza lavoro intimidita a loro completa disposizione. La quantità di cibo erogata è talmente esigua da costringere le persone a lavorare per un dollaro al giorno e garantirsi del cibo extra allo spaccio, spesso ad un prezzo inflazionato. La Fialho non ricorre a mezzi termini per qualificare quanto descritto: “Queste strutture di detenzione stanno sfinendo le persone con il lavoro al fine di poter tagliare i costi del personale”.

Le due maggiori società private che operano nel settore, la CCA e la Geo Group, sono attive dagli anni ‘80. La CCA si è occupata sin da subito di relegare gli immigrati in centri di detenzione. In 20 anni, le due società hanno avuto profitti per più di 20 miliardi di dollari. In maggioranza provenienti da questa attività.

Delle azioni legali per omicidio colposo e le azioni collettive relative alla coercizione al lavoro hanno fatto sì che gli abusi interni ai centri venissero a galla, sebbene siano necessarie delle riforme sistematiche. Con il crollo delle azioni della CCA e della Geo Group seguito all’amministrazione Obama, il Governo federale ha cessato di usufruire delle carceri private. Tuttavia le azioni sono balzate di nuovo alle stelle successivamente alle elezioni del 2016. Il Presidente Trump, che ha goduto di ingenti incentivi dall’industria delle carceri private, ha alterato l’ordinamento Obama in materia di centri detentivi privati, oltre a garantire un aumento del 25% alle casse dell’ICE.

Immigrant Prisons è la nostra prima testimonianza sul sistema dell’industria delle deportazioni. Nei prossimi progetti indagheremo sulle modalità attraverso cui le società votate a questo business promuovono campagne e procedure volte ad ingrossare le loro tasche, e scruteremo quelle figure dedite a perpetrare questo sistema informale di controllo dell’immigrazione.

A differenza delle società private citate, noi non disponiamo di miliardi da spendere in campagne pubblicitarie e in attività di lobby. Tuttavia, nel Paese sta prendendo corpo un importante movimento, formato da gente comune, teso proprio ad opporsi alle ingiustizie del nostro sistema di immigrazione.

Spero che vi unirete al movimento e diffonderete Immigrant Prisons nel vostro circuito sociale. Attraverso il nostro programma Brand New Educators è possibile proiettare gratuitamente il film nelle scuole, nei luoghi di culto, durante le assemblee della comunità, in presenza di media locali o di funzionari pubblici. Insieme possiamo dare un volto a ciascuno di questi migranti, riconoscendo loro il rispetto e la dignità che dobbiamo a tutte le persone.

Ieri sera (17 ottobre 2017 n.d.R) a Santa Monica si è tenuta la prima del film dai nostri amici The Young Turks. Cenk Uygur ha moderato un dibattito al quale ha partecipato Noe, appena uscito da un centro di detenzione. Se siete a conoscenza di qualche testimonianza diretta sulle carceri per immigrati non esitate a contattarci.


* Robert Greenwald, fondatore della Brave New Films, è un produttore, direttore cinematografico e attivista politico.