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La tua anima è tua; la loro chissà

Quanto è necessario abbattere prima le nostre barriere e poi immergerci nel lavoro volto all’integrazione

Diciamoci la verità; inutile negarlo. Noi operatori del settore siamo sempre più chiusi in una morsa, spesso attaccati da entrambi i lati. Sì, perché noi abbiamo a che fare con esseri umani. L’essere umano è una creatura complessa e non si può categorizzare; non può essere semplicemente descritto in termini di bianco e nero. L’essere umano è di tutti i colori dell’arcobaleno.

Spesso lavoriamo con persone motivate, spesso invece lavoriamo con persone non motivate, che sembrano non essere interessate a creare un progetto personale, anzi, sembrano voler “approfittare del sistema assistenzialistico”. Più delle persone in sé vorrei parlare delle sensazioni dell’operatore e del suo “reale” ruolo in un progetto di accoglienza.

In questo momento della vita lavoro con donne migranti, in un progetto di prima accoglienza. Inutile dire che l’utenza è variegata, anche se la tendenza predominante è di nazionalità nigeriana. Donne nigeriane: il collegamento immediato è “tratta”.

Il grande gap culturale che solitamente l’operatore si trova ad affrontare con gli uomini è irrisorio rispetto a quello che affrontano operatrici donne che lavorano con donne. Se siamo abituati a considerare “molto diversi” gli uomini estranei al contesto occidentale, non possiamo immaginare la “diversità” che si deve affrontare con le donne. Diversità non è da intendersi con connotazione necessariamente negativa; tuttavia diversità significa che bisogna lavorare molto su se stessi per “mediare” nel processo di integrazione.

Che ci piaccia o no, l’integrazione è il progetto al quale aspirare, perché noi non dobbiamo fare altro che insegnare loro a vivere nel contesto della società italiana, in positivo e in negativo.

Ma cosa accade quando le beneficiarie che hai accolto in realtà sono di qualcun altro? Cosa accade quando le stesse beneficiarie sanno di appartenere a qualcun altro?

Ecco, la domanda sembra arrivare fuori contesto. Le donne vittime di tratta non si fidano di te, del tuo sistema e del tuo paese. La mafia nigeriana non minaccia fisicamente solo loro e la famiglia in Nigeria; la mafia nigeriana si impossessa della loro anima, attraverso il rito juju. E davanti all’anima tu non puoi nulla; puoi offrire loro protezione solo fisicamente, puoi renderle introvabili, ma la loro anima sarà per sempre compromessa e se non ripagheranno il debito moriranno o saranno costrette a vivere nella pazzia per il resto della loro vita.

E allora forse ci sta che da te pretendano tutto. Forse ci sta che non mi fidi di te e del tuo sistema, visto che non potrai mai aiutarmi e visto che se la mia Terra, la terra che ho lasciato, è ridotta in questo modo anche per colpa della tua gente.
Per un operatore è difficile comprendere alcuni meccanismi ed in molti casi non li comprenderà mai perché ci sono in gioco troppe dinamiche: culturali, ma anche personali. Un operatore, tuttavia, non deve sentirsi dire grazie, deve fare ciò che gli compete e deve tornare a casa la sera sereno perché ha fatto il proprio lavoro; a volte lo ringrazieranno, perché avrà insegnato loro qualcosa, a volte non lo degneranno di uno sguardo, perché avrà fatto “solo” il suo dovere.

Le dinamiche in gioco sono tante e sono anche tanti i pensieri che alla fine della giornata ti passano per la testa: dal chi me lo fa fare, al non si meritano nulla, al perché? Cosa ho sbagliato?

Cosa ho sbagliato?” è una domanda intelligente da porsi, perché c’è sempre da imparare, soprattutto in questo mestiere, ma il più delle volte la sola risposta è che abbiamo a che fare con esseri umani, con tutto ciò che ne consegue. Esseri umani che provengono dalle più variegate realtà, dal mendicante al laureato, dai contesti geografici più disparati, dalla Siria alla Nigeria. Esseri umani che negli ultimi periodi, prima di arrivare da noi sicuramente, hanno vissuto l’inferno e non tutti riescono a tirarlo fuori. Molti di loro non lo faranno mai.

E allora chi siamo noi? Siamo dei semplici operatori che insegnano loro a vivere in questa società. Nessun grazie, nessun prego. Falliamo, spessissimo, ma se siamo sicuri di aver dato a tutti le stesse possibilità e di aver dato il massimo, allora dobbiamo essere contenti del nostro lavoro.

Ognuno è artefice del proprio destino e non tutti vogliono essere “salvati”; questo è un mantra da tenere a mente, soprattutto perché con quale presunzione pensiamo di poter salvare qualcuno? Chi siamo noi per dire loro cosa fare delle loro vite?
Nessuno, appunto. Dovremmo supportare i nostri beneficiari, qualsiasi scelta facciano. Ed è proprio questa la barriera mentale da abbattere, nella mente di ciascuno di noi.