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Macron in visita a Calais: le associazioni boicottano l’incontro

«en aucun cas on ne laissera se reconstituer une Jungle o une occupation illegale du territoire».
Macron à Calais

E’ passato più di un anno dallo smantellamento della jungle di Calais, quella che era la più grande bidonville dell’Europa occidentale. Quell’evento era stato annunciato come necessario per la politica di gestione dei flussi migratori francese del governo Hollande: mai più nessun migrante a Calais. Falso.

Oggi a Calais ci sono circa 700 persone, migranti, che ancora continuano a cercare di attraversare il Tunnel della Manica, a bordo dei camion, per raggiungere l’Inghilterra di cui si vedono le coste dalla spiaggia. Per raggiungere le loro famiglie e i loro sogni. Illegalmente.

Il presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron si è recato a Calais il 16 gennaio 2018 per parlare della questione con il Sindaco di Calais Bouchart, incontrare le Forze dell’Ordine e le associazioni e visitare un Centro di Accoglienza.

Questo, due giorni prima di recarsi a Londra per un summit franco-britannico annuale in cui si discute, anche, della gestione della frontiera e della cooperazione in materia di sicurezza.

Non lasceremo mai che una jungle si ricostituisca, dice dunque il presidente della Repubblica nel suo discorso alla Caserma dei Carabinieri (Gendarmerie) di Calais.

Calais è da sempre un porto e una città di passaggio, lì le missioni dello stato francese, ricordate nel comizio, sono sempre le stesse: proteggere la frontiera impacchettandola di muri e filo spinato, permettere il passaggio, legale e controllato, di persone e merci tra Francia e Gran Bretagna e assicurare le sicurezza delle persone e delle infrastrutture.

È un disegno che fa parte della politica in ambito migratorio dell’Unione Europea, di abolizione delle frontiere interne e di rafforzamento di quelle esterne, dello spazio Schengen, della volontà di controllo degli spostamenti umani all’interno del territorio e la conseguente lotta all’irregolarità, la minaccia dei nuovi arrivati al welfare state e al mondo del lavoro regolamentato. Il discorso di Macron a Calais racchiude tutto questo, una frontiera da cui in realtà però le persone vogliono uscire, non entrare. La posizione della Francia è quindi particolare, e il presidente sottolinea la volontà di contrastare il passaggio illegale e il lavoro della rete di criminalità organizzata dei trafficanti chiamati “passeurs”, che in realtà non è altro che una conseguenza della chiusura della frontiera ed scaturito proprio dall’obbligatorietà di possedere passaporti e documenti.

Durante il suo discorso, il presidente si rivolge soprattutto alle forze dell’ordine, a Calais, tra Police Nationale, CRS, Police aux Frontières, Gendarmes e altri corpi ci sono 11 130 agenti. Li ringrazia diverse volte per il loro lavoro, che non è semplice: “La vostra missione va oltre la norma (hors norme), perché la situazione è fuori dalla norma in questo territorio (…) Non lascerò che si faccia una caricatura del vostro lavoro”, dice evocando le accuse e le denunce che sono state portate contro le violenze quotidiane dalle varie associazioni, di bruciare le coperte, distruggere gli effetti personali dei migranti, spruzzare gas lacrimogeno del cibo e l’acqua da distribuire. Sostiene che sull’operato di questi “funzionari del governo e della Repubblica francese”, sono dette menzogne, bugie da parte dei dirigenti e i volontari delle organizzazioni, e che non lascerà che si diffonda l’idea che le Forze dell’Ordine esercitino violenze fisiche. Sottolinea che questi fatti devono essere provati, che gli agenti devono tenere comportamenti esemplari, non sarà ammessa alcuna eccezione alla deontologia delle forze di sicurezza o al diritto, e nel caso accadesse sarà sanzionata.

Da quando ho cominciato a frequentare Calais nel 2016, ho visto sfilare report di tutti i tipi per denunciare la situazione a Calais in merito alle violenze della polizia. Esperti dell’ONU, Human Rights Watch, ordinanze del Consiglio di Stato, il Defenseurs des Droits, massima autorità francese in materia di protezione dei diritti umani, addirittura un report del IGPN (Inspection Générale de la Police Nationale) che è la Polizia della Polizia denuncia questo abuso di potere. E le innumerevoli circolari e denunce sporte dalle associazioni, alcune delle quali hanno boicottato l’incontro di questo 16 gennaio, in segno di protesta. Ma più di tutto, più di tutti questi report, credo che ciò che ho visto con i miei occhi, che ho vissuto, sentito, provato sulla mia pelle e ancora visto, sia sufficiente a dimostrare quanto questo argomento sostenuto da Emmanuel Macron sia lontano dalle sue parole.

Infine, secondo quanto affermato, lo Stato prenderà inoltre in carico la distribuzione dei pasti per i migranti, che ora è gestito dalle associazioni, e promette di farlo il modo organizzato e senza tollerare alcune installazione di campi illeciti. “Verità, dignità e fermezza” sono le parole chiave sottolineate dal presidente, impossibile prevedere come andranno le cose né in quanto tempo questo nuovo dispositivo statale verrà messo in atto.

Si ricordi che l’11 gennaio è stato vinto il ricorso effettuato dalle associazioni di impronta giuridica operanti a Calais, tra cui GISTI e La Cabane Juridique, posto al Consiglio di Stato come questione pregiudiziale di costituzionalità in merito alla pertinenza della creazione di una “zona di protezione”, a fine ottobre 2016 subito dopo lo smantellamento della jungle. Questo documento prefettoriale regolamentava l’accesso dei volontari e delle associazioni “che apportano aiuto umanitario e consiglio giuridico ai migranti” in determinate zone di Calais, prescrivendo per loro l’esibizione di un’autorizzazione scritta. Insomma, nel momento in cui le associazioni dimostrano di avere e aver sempre avuto una presenza legittima sul campo, lo Stato decide di riprendere il controllo del servizio di distribuzione, come desidera mantenere quello della frontiera, della manodopera a basso costo e degli spostamenti umani.

Alcune associazioni che a Calais offrono il proprio sostegno ai migranti, invitate a partecipare all’incontro con Macron, hanno declinato l’invito in segno di protesta.
Se il governo non ha ascoltato le principali organizzazioni umanitarie a Parigi, né le loro critiche, né le loro proposte, perché il presidente dovrebbe tenere conto delle stesse critiche e proposte delle associazioni locali? Questo incontro quindi è inutile”, scrivono in un comunicato, perché servirebbe solo a poter affermare che c’è stato un dialogo con le associazioni, quando invece le decisioni sono state già prese dal capo dell’esecutivo.”

Linda Bergamo

Linda Bergamo

Una grande passione per l’Afghanistan mi ha portato a far parte dell'Associazione Cisda ONLUS in sostegno alla Revolutionary Association of the Women of Afghanistan (RAWA).
In parallelo a un Dottorato di ricerca all’Università di Grenoble, lavoro come operatrice sociale con le vittime di tratta degli esseri umani per sfruttamento sessuale.