Quando non esisteranno più frontiere, nessuno morirà per attraversarle

Aggiornamenti dalla route des Alpes

Domenica 14 gennaio la rete di solidarietà Briser les frontières (abbattere le frontiere) ha indetto una camminata lungo la frontiera con la Francia contro i confini e per la libera circolazione delle persone.

Alla chiamata hanno risposto circa un migliaio di persone provenienti dalla Val Susa – le immancabili bandiere No Tav, stavolta insieme a quelle No Border, sventolavano tra la folla -, da Torino e dalla Francia. Una valle in cui la rete Briser les frontières non può fare a meno di sottolineare l’ipocrisia di politiche che mentre distruggono l’ambiente per far muovere liberamente merci e turisti lungo le linee ad Alta Velocità “chiudono tutti gli spazi a coloro che non gli rendono il giusto profitto, preparando il terreno di quello che rischiano di far diventare l’ennesimo cimitero a cielo aperto”, scrivono su un volantino.
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L’appuntamento era alle 11 del mattino nella piazza centrale di Claviere, in mezzo a incuriositi turisti della montagna con gli sci in spalla e gli scarponi ai piedi. Il corteo, dato l’ingente schieramento di polizia italiana in assetto antisommossa che bloccava la strada al posto di frontiera, ha deviato lungo le piste da sci di fondo. Oltrepassata la frontiera, la marcia ha raggiunto la nota località sciistica di Montgenèvre (Monginevro), dove è stato improvvisato un presidio alla dogana francese bloccando di fatto la frontiera per almeno un paio d’ore. Un banchetto distribuiva vin brulé e un discutibile tè corretto al rum che servivano però a resistere al freddo, sempre più intenso man mano che il sole scendeva. Intorno alle 15 il corteo si è rimesso in marcia per tornare a Claviere, stavolta lungo la statale, dove poi si è sciolto dopo un tentativo fallito di provocazione da parte della polizia italiana.

La camminata di domenica è stata la prima manifestazione transfrontaliera per la libera circolazione delle persone e contro il dispositivo della frontiera lungo la cosiddetta route des alpes, la “nuova” rotta – nuova relativamente dato che è attiva già da più di un anno – sempre più utilizzata dai migranti per raggiungere la Francia. Se d’estate attraversare i colli e raggiungere il nostro vicino d’oltralpe non presenta particolari difficoltà, in inverno invece si rischia di perdere la vita. Ed è proprio durante il periodo invernale che le autorità francesi hanno deciso di aumentare i controlli e la militarizzazione del confine, aumentando di conseguenza anche la pericolosità dei tentativi di passare la frontiera lungo cammini più impervi.

Molti dei ragazzi che tentano la traversata non hanno idea di cosa vanno incontro. Sono la maggior parte delle volte sprovvisti di un abbigliamento adatto per resistere alle temperature o per camminare sulla neve, non conoscono i sentieri o non sanno che, anche superata la frontiera, la gendarmerie francese non si farà certo scrupoli e fermarli e riportarli al punto di partenza in una sorta di gioco che può ripetersi anche molte volte. La paura è quella di trovare dei corpi sotto la neve una volta arrivato il disgelo. Non è una possibilità tanto remota visto che, per quanto il soccorso alpino, i volontari e gli attivisti si diano moltissimo da fare facendo ronde notturne in cerca di dispersi tra i sentieri delle montagne, molti dei migranti che hanno tentato l’attraversata hanno rischiato la morte per un soffio.

Anche in questi casi, la polizia non si è rivelata particolarmente clemente. È, ad esempio, il caso di un ragazzo i cui compagni di viaggio hanno chiamato i soccorsi dopo essersi resi conto di non poter più proseguire a causa del freddo e della neve che non permetteva più di vedere il sentiero. Il ragazzo in questione prima di essere portato in ospedale, benché presentasse un principio di congelamento avanzato agli arti inferiori, è stato portato in caserma, interrogato, e gli è stato rilasciato un decreto d’espulsione. Solo successivamente è stato portato in ospedale, dove per parecchi giorni ha rischiato che dovessero amputargli entrambe le gambe. La storia di questo ragazzo non è l’unica che poteva finire molto peggio. Molti sono stati recuperati in elicottero dopo essersi persi o, stremati, non riuscivano più ad avanzare. Inoltre, dopo le forti nevicate delle ultime settimane, le temperature si sono alzate e il rischio di valanghe è aumentato esponenzialmente.

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La rete di solidarietà Briser les frontières si è formata in Val Susa negli scorsi mesi per cercare di sventare questo pericolo, ma non è l’unico obiettivo. Gli attivisti denunciano le responsabilità che hanno i governi europei sulle sofferenze inflitte ai migranti durante il loro viaggio, collegando ciò che accade in Val Susa con quello che avviene a Ventimiglia, al Brennero, nel Mediterraneo o anche direttamente lungo la rotta africana in Senegal, Niger, Mali e Libia attraverso la strategia di accordi bilaterali messa in atto in primis dall’Italia che punta a esternalizzare le frontiere italiane, quindi quelle europee, nei paesi africani di emigrazione. Su un volantino della rete si legge, “Le frontiere non esistono in natura; sono un sistema di controllo. Non proteggono le persone, le mettono una contro l’altra. Non favoriscono l’incontro, ma generano rancore. Le frontiere non dividono un mondo da un altro, c’è un solo mondo e le frontiere lo stanno lacerando.”

La lotta contro la frontiera non è quindi fine a se stessa o riferita semplicemente a una situazione particolare – come la frontiera dell’Alta Val Susa – ma si riferisce a un contesto più ampio, a un vero e proprio sistema oppressivo e repressivo, poliziesco e militarista che coinvolge tutta la popolazione. È chiaro inoltre l’intento da parte dei militanti di superare un mero approccio assistenzialista e umanitario a favore di un rapporto diretto e solidaristico con la comunità dei migranti in transito. La rappresentazione che viene spesso mostrata dai mass media del migrante come soggetto quasi incapace di agire autonomamente, solo bisognoso di aiuto, in qualche modo “infantilizzato” e reso dipendente dalle decisioni altrui, viene radicalmente respinta; preferendo invece la creazione di relazioni di complicità, orizzontali e paritarie. Questa sorta di filosofia politica non vieta agli attivisti di organizzare punti di raccolta di vestiti invernali, di portare ogni sera tè caldo e cibo ai migranti bloccati alla stazione di Bardonecchia, di partecipare alle camminate nei sentieri in cerca dei dispersi; al contrario da solo un valore aggiunto a tutte queste iniziative di sostegno.

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Inoltre, i migranti non si fermano. Né con una tormenta di neve, né con temperature che la notte – momento in cui i migranti si mettono in marcia per sfuggire ai controlli della gendarmerie – possono raggiungere anche i meno 15 gradi o più. Una volta valicate le montagne e arrivati in Francia, in seguito agli accordi franco italiani di Chambery del 1997 sulla cooperazione transfrontaliera, i migranti non possono ancora considerarsi in salvo. Gli accordi sopracitati affermano infatti che la “zona di frontiera” in cui poter contrastare l’immigrazione clandestina e quindi mettere in atto respingimenti rapidi e senza possibilità di appello, comprende per la Francia i dipartimenti delle Alpi Marittime, dell’Alta Provenza, delle Alpi Alte, della Savoia, dell’Alta Savoia; coprendo così una fascia di territorio anche di decine di chilometri. Grazie ai numerosi monitoraggi che sono stati fatti in stazione a Bardonecchia, emerge che molti di questi respingimenti sono oltretutto illegali.

Da un lato perché il respingimento è giustificato solo se si prova che il migrante è arrivato clandestinamente dall’Italia, fattore che seppur scontato in alcuni casi non può essere lasciato alla discrezionalità della polizia di frontiera francese. Dall’altro lato l’illegalità è ancora più evidente. Un gran numero tra coloro che tentano di attraversare le montagne sono, o si dichiarano, minori non accompagnati. Per gli attuali accordi di Dublino i minori non accompagnati hanno il diritto di fare la loro richiesta d’asilo in un qualunque stato dell’UE, senza vincoli di arrivo nel primo paese di accoglienza o di impronte digitali. Ma siccome nella pratica la legislazione è molto “elastica”, per aggirare Dublino o la riconsegna alle autorità italiane che potrebbero mettere in discussione tale violazione, ai minorenni respinti non viene notificato dalla gendarmerie il respingimento, che invece viene dato in mano agli adulti respinti e ricondotti al punto di partenza della stazione di Bardonecchia. In questo modo è come se loro non fossero mai stati respinti. Voilà la loi.

Intanto, mentre le prime macchine arrivavano a Claviere e si iniziava a srotolare bandiere e striscioni, a Mentone viene ritrovato il corpo di un ragazzo del Gambia morto folgorato su un treno proveniente da Ventimiglia. Di lui i giornali non sanno dire neanche il nome, solo il suo paese di origine. Per alcune persone, bianchi, francesi, italiani, ricchi, europei, da Ventimiglia a Mentone ci vogliono circa 15 minuti di auto; da Claviere a Briançon ce ne vogliono invece più o meno 25. Non si ha neanche il tempo per annoiarsi che si è già arrivati a destinazione. Per altri può invece significare un viaggio che potrebbe costare anche la vita.

Giovanni D’Ambrosio
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