/

Una cordata di solidarietà al posto della frontiera

Cristina Del Biaggio, La Cité - Gennaio 2018

© Alberto Campi (Briançon - Francia, 17 dicembre 2017)

Traduzione di Giovanni D’Ambrosio

La frontiera non ha potere. La frontiera non uccide. La frontiera, di per se, non esiste. Ogni frontiera è frutto dello spirito di uomini e donne che hanno il potere di decidere se essa sia una linea di contatto, di scambio, di condivisione, o un luogo di tensioni, di attriti, di crisi.

Questo è quanto hanno voluto denunciare i professionisti della montagna, guide e accompagnatori, medici, custodi dei rifugi, lo scorso 17 dicembre a Briançon, in Francia, organizzando una cordata di solidarietà: «per fare in modo che le alpi non si trasformino in un secondo Mediterraneo per i migranti».

Una lettera aperta firmata da 350 di loro è stata inviata al presidente della Repubblica e ai giornalisti, invitandoli a presentarsi sul posto per vedere con i loro stessi occhi «i rischi molto concreti a cui si va incontro, soprattutto in inverno, sugli itinerari utilizzati da queste popolazioni migranti per varcare le nostre frontiere».

Coscienti che la frontiera è sia un oggetto che un progetto politico, i professionisti della montagna hanno accusato le autorità nazionali e regionali della costruzione di questa trappola territoriale letale volta a colpire le popolazioni migranti indesiderate. Perché la frontiera è diventata selettiva.

Con la realizzazione dello stato-nazione, da quel momento si decide chi può entrare e chi non può. Conformemente alle regole di cui quegli stessi stati si dotano, nel rispetto quindi del diritto internazionale, in particolare secondo il principio del non respingimento.
Ma ci sono delle pratiche che portano i professionisti della montagna a interrogarsi.

Max Duez, chirurgo all’ospedale di Briançon, ha così dichiarato in conferenza stampa: «Mi auguro, come tutti i miei colleghi del pronto soccorso, che le forze dell’ordine si ritirino dalle nostre frontiere, che si cessi di ricondurre dal versante italiano quei ragazzi stremati dal freddo, che chiudano gli occhi quando la loro coscienza gli impone di farlo».

Ètienne Trutmann, accompagnatore di montagna, aggiunge: «dopo la Libia, dopo il Mediterraneo, il terzo inferno continua, e l’inferno è a casa nostra, in Francia, è inaccettabile».