Contributo di ricerca. Il razzismo, in televisione e in politica

L'immagine dell'immigrato nel contesto italiano

L’immagine dell’immigrazione fornita dai mezzi di informazione italiani appare come congelata ed immobile, ancorata sempre agli stessi stili narrativi. La retorica ufficiale tende a demonizzare il migrante 2.

Negli ultimi anni il “frame emergenziale” si è spostato quindi dalla criminalità comune alla spettacolarizzazione delle politiche di controllo alle frontiere e alla drammatizzazione del terrorismo. Lampedusa e l’Italia sono state al centro della storia – immigrazione degli ultimi anni. La migrazione in media mainstream ha visto una serie di approcci che riflette un contesto politico complesso.

Tra il 1970 ed il 1980, l’Italia si trasforma in un paese di immigrazione. Sin dal suo primo sviluppo, essa è stata iscritta nell’ambito delle emergenze, con importanti conseguenze sul modo in cui è stata recepito l’immigrato dalla società ospitante: “dagli inizi degli anni 90, secondo l’opinione pubblica, gli immigrati diventano la causa delle crisi sociali3. Non appena l’Italia diventa un paese pluralistico in termini di composizione culturale e sociale, l’approccio della sua legislazione diventa contraddittorio nei confronti della migrazione, caratterizzandosi per una quasi totale assenza del dibattito pubblico intorno ai temi del multiculturalismo; non promuovendo nessuna riflessione critica sui cambiamenti societari, fissando e naturalizzando, invece, la differenza tra nativi e stranieri 4.

Agli inizi degli anni ’90, come sostiene Colombo, l’immigrazione fu “ridefinita come una emergenza che aveva bisogno di essere mascherata e regolata […] come è stato dimostrato dai numerosi provvedimenti ad hoc adottati per ostacolare il flusso di rifugiati dall’Albania, dalla prima Jugoslavia e dalla Somalia”. 5

Quando, così, l’immigrazione diventa un fenomeno più politicizzato, con gli sviluppi della Lega Nord, che sfruttava un linguaggio razzista ed intollerante, le sue tematiche si coniugano drasticamente a quelle della sicurezza pubblica, diramandosi nel settore economico, per il quale il migrante ruba il lavoro al nativo italiano; nel settore sociale come conseguenza dell’equazione migrante/criminale; e finalmente nel cuore dell’identità nazionale, come invasore nella sua estranea alterità. Intensivamente, sia da destra sia da sinistra, gli immigrati sono stati associati al crimine ed agli sbarchi, continuando la perpetuazione degli stereotipi, come colui che arriva con la barca, illegalmente e usualmente occupato in attività criminali 6.

Nel 2001 la legge Bossi – Fini dedicava solo 38 articoli alla regolamentazione dell’istituto del ricongiungimento familiare e alla programmazione di attività di integrazione per il migrante.

La Bossi-Fini non è un’anomalia italiana. È l’Europa nel suo complesso che procede da tempo su questi binari […] E’ l’Europa nel suo complesso ad essere dominata da quella che i francesi chiamano con una metafora assai gentile l’obsession securitaire”. 7

Lo snaturamento del diritto d’asilo avviene con il pacchetto sicurezza in materia di immigrazione del maggio 2008, quando amplia i reati per i quali è prevista l’espulsione; disciplina le competenze del sindaco in materia di sicurezza urbana; introduce il reato di ingresso illegale e prolunga la permanenza nei vecchi CPT (Centri di Permanenza Temporanea), ora centri di identificazione ed espulsione (CIE) 8, fino a un periodo di 18 mesi.

Queste procedure rientrarono nella legge 94 del 2009, approvata dal ministro Maroni, recante “disposizioni in materia di sicurezza pubblica”. Il trattenimento nei CIE diventava facoltativo, poiché si procedeva a disporlo quando era necessario verificare o determinare la sua nazionalità o identità, o verificare gli elementi su cui si basava la domanda di asilo, qualora tali elementi non siano immediatamente disponibili, o infine in dipendenza del procedimento concernente il riconoscimento del diritto ad essere ammesso nel territorio dello Stato. Le ipotesi di trattenimento facoltativo rappresentavano, dunque, la quasi totalità degli eventi verificabili, con la relativa decisione rimandata al potere amministrativo, con ampio margine di discrezionalità ed in base a parametri principalmente fondati sull’ordine e sulla sicurezza.

Concepire l’immigrazione come un problema di sicurezza è costruire in modo particolare un problema sociale, perché presuppone un orizzonte comune di simboli ed un insieme di pratiche e norme culturalmente trasmessi, dove si identificano l’idea di “normalità” e l’ordine del gruppo all’interno del quale una certa circostanza o evento specifico rientra o come negativo o in grado di minacciare o mettere in pericolo una situazione di contesto percepito come “naturale“. Nella società critica e caotica della globalizzazione, immigrazione e sicurezza verificano un processo di ideologizzazione di valori, identità collettiva e norme condivise.

La prima minaccia dell’immigrato è rappresentata, dunque, dall’occupazione di un territorio socialmente costruito e percepito come nostro, il cui controllo è affidato a strategie di tipo militare. Dell’immigrato si fornisce un’immagine disperata, caotica e ingovernabile ma non si discute dei “percorsi della speranza” gestiti dalla criminalità internazionale che portano sulle rive del Mediterraneo questa umanità dolente e disperata; non si discute dei gruppi criminali, collusi con le forze di controllo locali, che percepiscono somme elevate per trasportare poveri esseri in fuga sulle rive del Mare Nostrum e delle connivenze e organizzazioni criminali che favoriscono i trasferimenti di immigrati attraverso l’Europa verso le destinazioni più attraenti per prospettive occupazionali o di asilo.

La dialettica ‘noi‘ contro ‘gli‘ emerge chiaramente dalla stampa italiana, associando il ‘problema migranti‘ ai concetti di disturbo, come emergenza, la segregazione, e le differenze culturali”. 9 Pertanto, il razzismo di sottofondo dei media tende ad usare argomenti razionalistici per giustificare il rigetto di gruppi di migranti, facendo leva sulla difesa dei valori culturali della maggioranza della popolazione ed usando argomenti come l’incompatibilità culturale o l’identità nazionale.

La paura di perdere l’identità si inquadra come un neo-razzismo, culturale e differenzialista, che teme il contatto tra le tradizioni e le norme ed evita il rischio di mescolanza di culture. Analizzando la situazione italiana, Alessandro Dal Lago chiarisce questo concetto sottolineando come gli immigrati siano concepiti come non-persone, cioè quegli esseri umani che sono intuitivamente delle persone come noi, cui però vengono revocate – di fatto o di diritto, implicitamente o esplicitamente, nelle transazioni ordinarie o nel linguaggio pubblico – la qualifica di persona e le relative attribuzioni. Nei media, uno straniero sarà volta per volta un “extracomunitario“, un “clandestino“, un “irregolare“, caratteristiche che non si riferiscono mai a qualche autonoma caratteristica del suo essere, ma a ciò che egli non è in relazione alle nostre categorie: non è europeo, non è un cittadino, non è in regola, non è uno di noi.

L’immigrazione è stata rappresentata principalmente attraverso lo sguardo del paese di arrivo. Si tratta di un discorso monofonico, nel quale la voce di un gruppo di popolazione, che costituisce oramai una parte considerevole della popolazione attiva, è praticamente assente. La prospettiva è sempre quella di un Noi che definisce il Loro come problema, tanto che nei mezzi di informazione di tutte le tendenze politiche il complesso delle fenomenologie riconducibili alla presenza migratoria è solitamente ricompreso sotto un’unica locuzione, una frase nominale estesa: il problema immigrazione 10.

La lunga durata della rappresentazione allarmistica e della conseguente gestione securitaria e poliziesca dell’immigrazione, si è determinata attraverso la sovrapposizione di un immaginario e di un dispositivo ideologico che per tramite della comunicazione si è riprodotto «a frammentazione» nel discorso quotidiano, divenuto luogo di accreditamento di un discorso pubblico di autoconferma, dei falsi e facili unanimismi che, in assenza di sguardi critici sulla realtà, sono la verità mistificante e la sostanza del populismo, oggi terreno di caccia privilegiato del consenso politico. Il nuovo razzismo è così legittimato anche nei media, dove le sue cause sono riconducibili alla deprivazione relativa e alla competizione per risorse scarse, situazione sottolineata dalla parola guerra, in cui ci sono due parti (immigrati e popolo) coinvolti in un conflitto. Migrazioni e nuovi mezzi di comunicazione di massa divengono i due fattori che qualificano la nostra contemporaneità, sia se vengono analizzati in sé, sia soprattutto se prendiamo in considerazione gli esiti insospettati e spesso sorprendenti delle loro interconnessioni.

Il contesto italiano è caratterizzato da un ciclo di odio che attraversa circolarmente il dibattito pubblico, la carta stampata e il web arrivando a materializzarsi in concreti comportamenti sociali aggressivi e in alcuni casi mortali.
Il gran numero di casi di violenza razzista e fascista registrati riflette un dibattito politico, mediatico e culturale in cui il tema delle migrazioni e dei rifugiati, in Italia e in Europa, è stato molto presente ed attraversato da discorsi di hate speech, producendo stereotipi e fenomeni di esclusione sociale. La discussione pubblica delle migrazioni è diventata la più controversa nelle arene regionali, nazionali e globali.

La comunicazione sull’immigrazione è, senza distinzione, di confine: il muro in Ungheria, le interminabili file alle frontiere, Calais, l’euro-tunnel e ancora i vertici politici e tutte le questioni legate alle quote. La minaccia di hate-speech aumenta in tempo di elezioni e la copertura mediatica di Matteo Salvini della Lega (ex Nord), supportato dal gruppo estremista Casa Pound, infiamma continuamente il discorso mediatico e pubblico, distinguendosi per le sue frequenti apparizioni pubbliche e la violenza dei suoi messaggi improntati al sensazionalismo.

Nella società italiana, dall’altra parte, in assenza di politiche e scelte di prospettiva, siamo costretti a constatare quotidianamente la riduzione dell’attenzione verso i diritti fondamentali e il carattere regressivo di quei provvedimenti, che, ispirati esclusivamente alle logiche dell’emergenza e della sicurezza, a loro volta intercettano, e di ritorno legittimano i comportamenti di rifiuto violento e quegli atti – negli ultimi mesi in numero crescente e progressivo – di xenofobia che nel complesso appaiono ispirati al consolidarsi di un razzismo tranquillo e popolare.
Nei periodi di crisi della democrazia, notava Eugen Weber più di dieci anni fa, “l’insoddisfazione e la paura diffusa possono concentrarsi sugli Altri che vengono accusati di togliere alla gente del posto il lavoro, il pane di bocca, la sicurezza delle strade del denaro versato con le tasse. In periodi simili i vicini diventano nemici e il nazionalismo occasionale si trasforma nella xenofobia del noi contro loro […] I diritti dell’uomo sono soltanto quelli che qualcuno concede a qualcun altro […] La democrazia esprime spesso i pregiudizi della maggioranza e non solo i suoi sentimenti e le aspirazioni migliori”. 11

Questa è la situazione che si presta facilmente a legarsi con le forme di nazional-populismo dilaganti in Europa, ponendo la questione delle fratture etnico-culturali accanto a quelle politico civili. Inoltre, l’assenza di una legislazione univoca in ambito di immigrazione, coinvolge incertezza e preoccupazione che i mezzi di informazione captano per creare una mentalità in cui questi o quei gruppi sono ritratti come nemici e/o invasori.

I media, del resto, non spingono ad assegnare giudizi di valore su determinati argomenti, ma forniscono l’agenda dei temi sui quali verranno poi espresse valutazioni dei contenuti 12. Toni apocalittici da cui derivano ingiustificate ansie e un clima politico e sociale che si traduce in insofferenza per lo straniero.

Come Loescher afferma “i movimenti dei rifugiati figurano nell’agenda politica e di sicurezza già dopo la guerra fredda […] le migrazioni di massa sono frequentemente sviluppati come attrezzi della politica estera e i rifugiati sono diventati strumenti di guerra e di strategia militare[…]13.

Secondo lo studio condotto da Jérôme Hericourt e Gilles Spielvogel 14, l’esposizione dei media è un fattore determinante di credenze: gli individui che spendono più tempo per informarsi sulle questioni sociali e politiche attraverso i giornali e la radio hanno una migliore opinione sull’impatto economico dell’immigrazione, non solo relativamente all’individuo medio, ma anche (e ancor più) relativamente alle persone che dedicano tempo ad altri tipi di contenuti.

Al contrario, le trasmissioni TV su notizie e la politica mostrano un impatto negativo sull’apertura all’immigrazione. Generalmente, i media si basano molto sull’uso delle fonti politiche e istituzionali nel riferire sugli immigrati, con l’effetto di tradurre la notizia in un’enfasi della dimensione politico-istituzionale, anche quando gli eventi hanno un impatto soprattutto sulle relazioni sociali quotidiane a livello locale. Come sottolineano Demetrios G. Papademetriou e Annette Heuser, “le parole giuste dette dai politici possono formare correttamente l’opinione pubblica attraverso la promozione di atteggiamenti corretti nei confronti degli immigrati e la creazione di un approccio positivo verso questo fenomeno complesso. Inoltre, i media influenzano anche la ricerca accademica sulla copertura mediatica della migrazione […]. Ciò a sua volta dà luogo a ulteriori cambiamenti di politica, alimentando così un ciclo15.

La ricerca condotta nel Regno Unito sul panico morale da Maneri 16 afferma che l’interazione multimediale con fonti privilegiate, come politici, intellettuali, rappresentanti della Chiesa, la polizia, la magistratura, e protesta dei comitati, ha contribuito a riprodurre una percezione, un senso comune degli immigrati come devianti miserabili e come fonte primaria di insicurezza urbana. I giornali non solo hanno costruito panico morale circa l’emergere dei nuovi tipi di reato causati dall’immigrazione, ma hanno anche fornito un linguaggio che ha offerto un concreto, oggettivante e spesso semplificante descrizione di un altrimenti realtà complessa.

Come Stuart Hall 17 ricorda, “l’atto della rappresentazione non è mai ideologicamente neutrale, ma al contrario è la (ri)-presentazione di un evento che procede a dare un senso dell’evento stesso. I mezzi di informazione, allora non si limitano a descrivere gli eventi ma attivamente a (ri)-costruire loro“, 18 spesso legittimando l’ideologia delle élite politiche, socio-economiche e culturali. L’analisi dei rapporti di mezzi di informazione tradizionali in materia di immigrazione è di fondamentale importanza perché, come Van Dijk osserva, “la lingua, il discorso e la comunicazione” giocano un ruolo cruciale nella “riproduzione (ri) di etnicismo e razzismo”. 19

La maggior parte di concetti e parole negative sono utilizzati in associazione con i gruppi etnici e nonostante la grande varietà di origini, immigrati o minoranze, lavoratori o rifugiati, sono trattati come un unico gruppo indifferenziato. Una mole enorme di parole denotano il conflitto e il disaccordo, il controllo, la violenza e il crimine.

Gabriela Jacomella nel suo Media e migrazione, tra le sue conclusioni, osserva che “ogni giornale sembra cadere preda, a vari gradi, alla tentazione di gonfiare le notizie e raffigurarne il sensazionalistico, versione semplificata della storia”.

Questa polarizzazione, oltre ad essere espressa attraverso contenuti (cioè parole) può anche essere espressa attraverso la loro assenza; in breve, uno strumento di propaganda comune è quello di rimanere in silenzio su informazioni che sono sfavorevoli, sottolineando solo le informazioni che sono desiderabili. Generalmente anche la scelta delle immagini e la considerazione del ruolo che esse hanno nel processo di costruzione sociale della realtà è evidente nella costruzione di rappresentazioni ed opinioni per costruire la rappresentazione sociale dell’altro. Il potere dei media si esprime principalmente in un potere di creare un ordine del giorno, al fine di polarizzare l’opinione pubblica, producendo ansie e stereotipi.

Una lunga e nobile tradizione di studio esplora le connessioni tra il discorso e la sua potenza di formare un numero di prospettive, critiche e/o politiche. La caratteristica più evidente in Europa è che una volta stabilito un discorso negativo sui migranti o sulle minoranze etniche, (esso) tende a rimanere prevalente. Diventato un repertorio fisso, si assiste ad una catena ripetitiva di dichiarazioni, azioni e conclusioni. Hartmann, Husband e Clark forniscono un’analisi approfondita di quello che chiamano argomenti, l’immigrazione, le relazioni razziali, l’alloggio, l’istruzione, l’occupazione, la criminalità, per cui, ad esempio, i migranti sono agenti attivi e responsabili e non vittime. 20

Fondamentale, rimane nell’analisi, ciò che Christian Kolmer definisce content, il contenuto: “il problema dei pregiudizi non può essere discusso in modo significativo senza riferimento al contenuto“. 21.

Come Victoria Danilova 22 sottolinea nel suo articolo riguardante l’impatto dei media sull’opinione pubblica in materia di immigrazione, il linguaggio usato nei media mainstream, quando copre storie di migranti rispecchia vividamente la narrazione esistente di migrante. I termini illegali, aumento dell’illegalità, sono temi tipici, la sostituzione del termine richiedente asilo con quella di terroristi e l’assimilazione con essi è un esempio lampante. Questo tipo di linguaggio criminalizza i richiedenti asilo, che spesso attraversano le frontiere in condizioni di vulnerabilità.

L’immigrazione, nei mass media, è concepita attraverso quelle che Sayad in La doppia assenza definisce pensiero di Stato, ossia quella forma di pensiero che riflette le strutture dello Stato tramite le proprie strutture mentali; le categorie attraverso cui si pensa l’immigrazione sono infatti quelle nazionali. “I rapporti di forza proprio quelli che hanno generato l’emigrazione-immigrazione, non risparmiano la scienza e, più particolarmente , la scienza del fenomeno migratorio.23

I media spesso non si limitano a descrivere l’evento ma a ricostruirlo riproducendo e legittimando l’ideologia predominante, raggiungendo il grande pubblico. Nelle immagini televisive, la sola prospettiva che lega l’osservatore al migrante, è tracciata dalle aree in cui sono confinati, come i campi o le strutture adibite alle loro richieste, diventando un simpatetico spettatore di quelle circostanze, ma al sicuro.

La migrazione illegale o legale è un fenomeno che è stato politicamente e legalmente creato nel corso del tempo, in altre parole, l’immigrazione illegale è un costrutto asociale per noi del XX secolo. Prima, la migrazione irregolare arriva da una asimmetria tra un mondo sempre più integrato, con informazione di capitale e restrizioni dall’altro24.

Il razzismo diventa spesso più pervasivo, assume svariate forme […] è evidente la normalizzazione dell’altro nel discorso pubblico, ed è così tanto prepotente che si presenta a tutti i livelli del discorso, dai mass media, ai partiti politici, alle istituzioni, alla vita quotidiana25. I movimenti xenofobi e razzisti da una parte, e i gruppi terroristici al di fuori e dentro il vecchio continente, stanno mostrando le profonde fragilità europee.

  1. Cfr. Levitt,1983, p 30.
  2. Vedi Settineri, 2013.
  3. Dal Lago, 2009, p. 31
  4. Ivi
  5. Cfr. Colombo, 2012, p. 34.
  6. Cfr. Fondazione Leone Moressa Report, 2014, p. 3.
  7. Basso, 2010, p. 80
  8. Nei Centri di Identificazione ed Espulsione (CIE), ai sensi del decreto legislativo del 28 gennaio 2008, n.25, art.21, così come modificato dal decreto legislativo 3 ottobre 2008, n. 15, vengono destinati coloro che hanno presentato la domanda di asilo quando già erano destinatari di un provvedimento di espulsione o di un decreto di respingimento.
  9. Jacomella, 2010, p. 55.
  10. Cfr. Maneri, 2012.
  11. Weber, 2013, p. 39.
  12. Shaw,1979, pp. 96 – 105.
  13. Loescher, 1992, p. 4-5.
  14. Cfr. Hericourt, Spielvogel, 2014, pp. 225-239
  15. Demetrios G. Papademetriou e Annette Heuser, Public Opinion. Media Coverage and Migration. Developing strategies for Immigration and Integration reforms Council Statement, Third Plenary Meeting of the Transatlantic Council on Immigration.
  16. Maneri, M. (2001). Il panico morale come dispositivo di trasformazione dell’insicurezza. RASSEGNA ITALIANA DI SOCIOLOGIA, 2001(1), 5-40.
  17. Cfr. Hall, 1997.
  18. Vedi Van Dijk, 2006.
  19. Ibidem, p. 202
  20. Cfr. Hartmann, Husband, Clark, 1974.
  21. Cfr, Kolmer, Schatz, 2014
  22. Cfr. Danilova, 16.07.2014
  23. Sayad, 2002, p. 163.
  24. F. Duvell, 2006, p, 8.
  25. Cfr. Wodak, 2009, pp. 355-373.

Vanna D'Ambrosio

Conseguita la laurea in Filosofia presso l’Università di Napoli Federico II, ho continuato gli studi in interculturalità e giornalismo. Ho lavorato come operatrice sociale nei centri di accoglienza per immigrati, come descritto nella rubrica “Il punto di vista dell’operatore”. Da attivista e freelance, ho fotografato le resistenze nei ghetti italiani ed europei. Le mie ricerche si concentrano tuttora sulle teorie del confine.