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Ventimiglia – Calpestiamo il confine per dare libertà

Racconto e foto di Leo B

Un’importante iniziativa di sensibilizzazione – “Calpestiamo il confine“-, si è svolta domenica scorsa nei pressi di Ventimiglia. Organizzatori della giornata sono stati il Collettivo Alpino Zapatista Genova e l’APE Milano.

In più di 150, provenienti da varie regioni, ci siamo ritrovati per una giornata sui sentieri della speranza, sul confine tra Italia e Francia, tra il comune di Ventimiglia e quello di Mentone. Erano presenti molte realtà sociali e un buon numero di cittadini solidali, che hanno voluto vedere coi propri occhi cosa è disposto a fare chi è costretto a ripiegare nell’illegalità, per potersi muovere liberamente in Europa, alla ricerca di una vita degna.

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Sono molte le persone migranti costrette ad avventurarsi di notte, senza preparazione o esperienza in un sentiero accidentato ed esposto, con molti punti che mettono a rischio l’incolumità; purtroppo alcuni di loro sono deceduti nel tentativo di varcare la rete di filo spinato presente sul confine. Ma il sentiero, chiamato dai residenti “Passo della morte”, non è nuovo a questo genere di drammi: già durante la seconda guerra mondiale furono in molti a perdere le vita cadendo da questi dirupi. Il sentiero era infatti utilizzato da ebrei ed antifascisti che lo calpestavano per fuggire dai rastrellamenti. Successivamente furono i migranti italiani ed i contrabbandieri ad avventurarsi e trovare la morte: “almeno 150 negli anni 1945-55”, dicono le stime.

Ancora oggi quindi la storia si ripete, solo che ora le vittime sono direttamente responsabilità di un confine chiuso, sigillato da leggi e regolamenti statali inadeguati e repressivi, che costringono all’invisibilità e all’illegalità persone disposte a dare tutto per raggiungere un obiettivo di libertà.

Percorrendo questo sentiero abbiamo anche deciso di ripulirlo e ripristinare alcuni punti franati mettendoli in sicurezza. Attrezzare nuove corde fisse per agevolare il cammino e controllare che i segnavia fossero al loro posto. In particolare, la nostra attenzione si è concentrata appena un metro oltre il confine, qui infatti si arriva ad un bivio dove bisogna assolutamente scegliere la direzione giusta. Proseguendo dritti infatti si incontra il vuoto, un salto di 70 metri che non lascia possibilità di sopravvivere. Fare questo errore è molto facile, perché camminando di notte ci si lascia ingannare dalle luci della vicina Mentone che fanno credere che sia quella la direzione da prendere.

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Abbiamo ripristinato una barricata di pietre, corde e rami costruita appositamente per evitare di prendere la strada sbagliata. Questa barricata era stata rimossa con molta probabilità dalla polizia francese, un’azione che non trova parole per essere descritta, frutto di una costante criminalizzazione dei e delle migranti, e di una degenerata esplosione della destra estrema in Europa agevolata dall’inesistente contrapposizione da parte delle istituzioni e del mondo politico parlamentare.

Tuttavia sbagliare la direzione non è l’unico ostacolo mortale presente lungo il sentiero: la polizia italiana e francese, infatti, blindano e rastrellano le zone limitrofe, riportando indietro la “preda” come fosse una caccia all’uomo, trattando un essere umano al pari di un oggetto indesiderato. I migranti fermati sono sottoposti a controlli e in molti casi anche a percosse e violenze, lasciati nuovamente liberi in città o deportati illegalmente fino all’hotspot di Taranto per un pianificato e cinico strumento di dissuasione.

Oltre a questo, a minare l’integrità fisica e mentale delle persone, sono le condizioni di vita che affrontano ogni giorno, e che non possono non destare rabbia e sgomento. Chi intende affrontare l’attraversamento della frontiera spesso non entra nei circoli di accoglienza: si adagia sul greto del fiume Roia sotto ad un cavalcavia. Centinaia di donne, uomini e bambini vivono in condizioni inumane, abbandonati dalle istituzioni in una delle tante vergogne dell’Italia del 2018. Solo il supporto dalle realtà solidali permette a loro di avere qualche genere di conforto e un senso di umanità.
Il dispositivo del confine qui a Ventimiglia mette in mostra tutta la sua brutalità e disumanità.

Sotto l’occhio vigile dell’elicottero della gendarmerie, sgradita compagnia per tutto il giorno, facciamo ritorno verso casa, con la speranza che questi non siano più sentieri di morte ma passi di riconquista della libertà.

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