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Calais, la lettera di un’attivista in “garde à vue”

Photo credit: Samer Mustafa (tratta dal rapporto di Refugee Rights Data Project - Ottobre 2017)

Calais, gennaio 2018

Un’amica, un’attivista con cui mi capita piuttosto spesso di condividere avventure sul campo, in un giorno grigio di gennaio mi ha scritto una lettera.

Fa parte di un collettivo autonomo che si batte per l’abolizione delle frontiere, per la libertà di circolazione come diritto fondamentale e che dimostra grande solidarietà con chi ha subito o ha scelto l’esilio dal proprio paese.

Diversamente da come fanno molte associazioni che gestiscono l’aiuto umanitario, loro si occupano delle implicazioni politiche della migrazione. Informano i migranti sui loro diritti, aiutandoli ad essere più autonomi (distribuendo cartine della città, per esempio), consapevoli della situazione in Europa o delle loro possibilità di asilo.

Passano molto tempo a discutere e ascoltare le persone, annullando un po’ quella fastidiosa distanza, quella relazione di potere “bianco” – “non bianco” che impone, quasi inconsapevolmente, il retaggio coloniale di questo paese. Loro restano quando le associazioni partono, oltrepassando la soglia del “volontariato” e varcando quella dell’amicizia.

“A Calais noi attivisti subiamo una repressione iperviolenta”, scrive, “che sarebbe impensabile altrove in Europa. Mi ha più che sorpreso, quando sono arrivata la prima volta.

C’è un poliziotto ogni otto abitanti qui, quindi è praticamente impossibile passare due minuti per strada senza veder passare una macchina della polizia o un furgone dei CRS (Compagnie Républicaine de sécurité). E ci si fa l’abitudine. Ci si abitua a farsi controllare per la strada senza motivo, semplicemente perché si porta una felpa col cappuccio, ci si abitua a vedere le ferite aperte e i lividi degli amici e amiche che si sono fatti svegliare in piena notte a colpi di manganello. Ci si abitua a sospettare di chiunque si incontri, i fascisti che ci seguono, i poliziotti che ci insultano. Ci abituiamo a andare in garde a vue 1 per qualsiasi cosa. Ci dimentichiamo che non è normale e che altrove questo non succede.

Un buon esempio è quello che mi è successo in questi ultimi dieci giorni.
Occupare una casa disabitata è un atto di per sé tutelato dalla legge, diversamente da come le autorità ci fanno credere. Per il diritto francese c’è una precisa procedura da seguire, in caso di espulsione. Prevede la presenza di un notaio sul luogo a seguito di una denuncia avanzata dal proprietario che deve essere corredata da prove di degradazione, poi il Tribunale deve decretare lo sgombero, ma ciò non è possibile durante la “tregua invernale”, cioè fino a metà marzo. A Calais la legge non solo non è uguale per tutti, non viene semplicemente rispettata.

Siamo attivisti e volontari, non abbiamo una casa e non abbiamo un lavoro per pagare l’affitto. Viviamo in una stanza, praticamente uno sopra l’altro. Io dormo in macchina per avere un po’ di intimità.

Sapevamo che ci avrebbero sgomberato, come al solito qui a Calais, così come hanno fatto con tantissimi sans-papiers prima di noi. Loro normalmente non sporgono denuncia per l’illegalità dell’azione per paura di non riuscire più a passare in Inghilterra. Noi, che abbiamo i documenti, sporgeremo denuncia, sperando che possa servire ad altri dopo di noi e che la legge in futuro sarà rispettata.

La settimana scorsa ero in una casa che è stata sgomberata. Eravamo in due e stavamo bevendo il tè quando dei vicini hanno chiamato la polizia, ci hanno denunciato, insultato e sono venuti a scrivere sulla nostra porta. Ci hanno portato via in due minuti. La polizia ha dato un colpo di ariete alla porta, 15 poliziotti sono entrati come in un telefilm americano: la Brigata Anti Crimine, i corpi CRS, la polizia nazionale tutti armati fino ai denti. “Polizia non muovetevi”, hanno urlato, ci hanno messo le manette e ci hanno fatto sfilare per strada, dove c’erano 12 furgoni dei CRS e 5 o 6 macchine della Polizia Nazionale. Nella via dovevano esserci circa 80 forze dell’ordine.

Ci hanno portato in garde à vue (detenzione di 24 ore prolungabile) per “dégradation en réunion2 e “refus de signalétique” (cioè il rifiuto a farsi schedare dando il proprio DNA, le impronte digitali e la foto); abbiamo rifiutato perché non abbiamo degradato nulla e non vogliamo essere schedate per atti che non abbiamo commesso.

Comunque, abbiamo fatto 23 ore sotto custodia: lunghissime, orribili, faceva un freddo cane, non abbiamo quasi mangiato, non ci hanno lasciato dormire, ci hanno insultato (“lavate i vetri?”, vetri pieni di escrementi umani, ci tengo a sottolineare).

La celletta misura 8 metri quadri e eravamo in due, ci hanno vietato qualsiasi cosa perché potenzialmente potevamo suicidarci: il telefono, i cappotti, le scarpe, i libri (potevamo soffocarci inghiottendo le pagine) o della carta per disegnare… . La luce era sempre accesa per “illuminare la stanza” perché potessero vederci con la telecamera “nel caso volessimo suicidarci”.

Avevamo una coperta ciascuna che era già stata usata dai precedenti detenuti e quindi potenzialmente piena di scabbia e pidocchi, cosa che si divertono a ricordarci.

Hanno provato a controllare il mio telefono, ci hanno chiesto il nostro livello di studi e la professione dei nostri genitori, cosa che per me ha a che fare con una giustizia classista… . Bah, finiamo con una condanna fantoccio che in luglio sarà smentita perché non abbiamo rovinato assolutamente niente.

Forte di questa esperienza, questa settimana invece di entrare fisicamente in una nuova casa che cerchiamo di aprire (sempre per viverci durante l’inverno, niente di più) e che è abbandonata da dieci anni, rimango fuori, davanti alla casa a bere un tè e mangiare dei dolcetti con alcuni amici.

Parliamo con i vicini, spieghiamo cosa facciamo, sono simpatici (qualcuno chiama ancora la polizia, meno simpatico), la polizia arriva una prima volta, il proprietario arriva, arriva un notaio, stavolta va alla grande. Eravamo 6 o 7 fuori a bere il tè sul marciapiede e un amico stava riparando i vetri delle finestre rotte.

Quando decido di andarmene, giro l’angolo della strada e mi ritrovo in una folla di CRS (circa cento) che corrono verso casa con un ariete. Mi ci sono voluti alcuni secondi per reagire, era incredibile, un poliziotto urla di “acchiapparmi“, come se fossi un pericoloso criminale che sta scappando, un altro mi prende per il cappuccio e mi solleva trascinandomi per 50 metri, il tempo di dirgli che mi fa male e di non tenermi così, poi altri 200 metri in cui mi spingono violentemente per riportarmi di fronte alla casa.

Un furgone di CRS arriva sgommando, parcheggia davanti a casa, arrivano poliziotti da tutte le parti, ci buttano contro il camion a mani alzate per perquisirci (di nuovo come nei film), mentre altri due sfondano la nostra porta d’ingresso. Cerchiamo di discutere con loro ma loro non rispondono, nessuno vuole spiegare cosa succede, addirittura i vicini vengono a chiedere perché ci stanno arrestando, perché non abbiamo fatto niente.

Alla polizia non importa, ci annunciano che si parte tutti in garde à vue per grave “dégradation en réunion“. Uno di noi chiede di che degradazione sta parlando, e il poliziotto indica la porta d’ingresso, completamente devastata dall’ariete. Eccellente.

Torniamo alla stazione di polizia, dove gli agenti fanno battutine tra di loro, si dicono di indossare i guanti, “facciamo una perquisizione integrale a loro no?“, ci impediscono di parlare tra di noi e fanno commenti razzisti sui migranti per verificare se siamo o meno dei veri e propri NoBorders. Ci mettono tutti nelle celle, ci interrogano tre volte, nel cuore della notte. Lasciano le finestre aperte davanti alle celle e chiudono la porta che conduce al loro ufficio, così a loro non arriva il freddo, ma così non ci sentono quando vogliamo andare in bagno e ci fanno aspettare per ore. Si rifiutano di dare una coperta alla mia compagna di cella perché le coperte rimanenti sono infestate da pidocchi. Quindi abbiamo una coperta per due, la temperatura è di circa 0 °, non dormiamo.

Dopo 24 ore, il tempo massimo in cui possono trattenerci, ci annunciano un prolungamento di 24 ore, perché “il nostro avvocato è troppo lento” (lei ci dirà poi che l’hanno lasciata aspettare diverse ore senza dirle nulla), mentre avevamo il diritto di parlarle. La seconda notte è uguale. Per tutto il tempo, non abbiamo notizie da fuori. Restiamo 43 ore sotto custodia. Due giorni e due notti interi, perché bevevamo il tè davanti a una casa, abitata per la prima volta dopo 10 anni.
Abbiamo una nuova convocazione in tribunale, dove la maggior parte dell’accusa per “degradazione” è già saltata.

E ancora una volta noi abbiamo dei documenti. Se questa è la legge francese, immagina com’è quando si applica a chi non esiste. Perché quando non hai i documenti e non sporgi denuncia e non parli neanche francese, nessuno ti vede, e tu non esisti”.

  1. “Garde à vue’ è una misura di custodia decisa dalla polizia in caso esistano una o più ragioni plausibili di sospettare che la persona abbia commesso un crimine o delitto punibile di una pena carceraria. Dura 24 ore, prolungabile per altre 24 ore, 96 ore per “criminalità organizzata” e 144 ore per “terrorismo”.
  2. E’ il reato relativo al fatto di danneggiare o degradare volontariamente un bene, in questo caso in gruppo.

Linda Bergamo

Una grande passione per l’Afghanistan mi ha portato a far parte dell'Associazione Cisda ONLUS in sostegno alla Revolutionary Association of the Women of Afghanistan (RAWA).
In parallelo a un Dottorato di ricerca all’Università di Grenoble, lavoro come operatrice sociale con le vittime di tratta degli esseri umani per sfruttamento sessuale.