Reportage

La battaglia del Mediterraneo

Guillermo Abril, El País Semanal - gennaio 2018

Photo credit: Carlos Spottorno

L’Ammiraglio Moreno Susanna, al comando dell’operazione Eunavfor Med – la missione europea dispiegata nel Mediterraneo centrale per far fronte alle reti del traffico di esseri umani – presiede al tavolo dell’incontro. Chiede un “sit rep”, un rapporto sul quadro della situazione. La sua cabina sembra trasformarsi nella sala di un teatro.

Si apre il sipario ed entra in scena il Capitano di fregata Martín Prieto; riferisce che il resto delle navi “sono già all’opera”. L’Andrea Doria, un cacciatorpediniere italiano, partecipa a tre operazioni SAR (di ricerca e soccorso). La Vos Hestia, la nave di Save the Children, ad altre quattro. La SeeFuchs, di una ONG tedesca, si occupa di un’altra. La William B. Yeats, motovedetta irlandese che prende il nome dal poeta, recupera un’altra imbarcazione. Ne hanno individuata un’altra ancora a sei miglia dalle coste libiche. Il veliero Astral, della ONG spagnola Proactiva Open Arms, si trova nei paraggi. La Zeffiro, fregata italiana che porta i segni di diversi scontri, si sta dirigendo sul posto. E la Cantabria, la nave di approvvigionamento spagnola a bordo della quale navighiamo, quartier generale della missione europea, segue ad una velocità di 18 nodi.

Riassumendo: ad un passo dalla Libia ci sono 10 barconi con a bordo un migliaio di migranti e un bel pezzo d’Europa. Civili, polizia e militari. Mancano soltanto gli ultimi invitati. “Notizie di qualche motovedetta libica?”, chiede l’Ammiraglio. Il suo interlocutore accenna una smorfia. Il superiore in grado chiude dicendo: “Un bel giro di perlustrazione prima che sia notte”. È il suo quindicesimo giorno al comando della missione. E in questa giornata torrida, una di quelle in cui cielo e mare si fondono, ricorda il consiglio datogli da un suo collega italiano, prima del passaggio di testimone: “I giorni hanno 26 ore. E in ogni istante la situazione cambia”.

È il settembre del 2017 e il divario tra i due mondi ha trasformato il Mediterraneo in un palcoscenico assurdo in cui si scontrano le ONG, l’apparato militare e di sicurezza europeo e la Libia. Un buco nero nel quale la tratta degli esseri umani è uno dei pochi affari che fruttano ancora: sposta circa 5.000 milioni di euro all’anno, più di quanto Inditex (una delle maggiori multinazionali di moda al mondo, n.d.t.) fatturi in Spagna. Dal 2014 sono arrivate in Italia 600mila persone attraverso la rotta del Mediterraneo centrale. Più di 10mila sono morte nella traversata. E, a poco a poco, gli attori in gioco hanno iniziato a ballare sul grande cimitero delle migrazioni.

La nave Cantabria fa parte del contingente istituzionale dell’Unione Europea. È una nave della Marina spagnola, lunga 174 metri e larga 23, con un elicottero a poppa, oltre 150 marinai spagnoli a bordo e uno Stato Maggiore formato da 45 ufficiali provenienti da 15 diversi paesi dell’Unione. Per dare loro un alloggio è stato piazzato un tetris di container sul ponte. Alcuni fungono da quartier generale; altri fanno da dormitorio, e al loro interno si mischiano i diversi modi di russare del continente. L’orologio è puntato un’ora indietro per passare la giornata in modo più ragionevole. Le messe sono officiate in latino, cosicché tutti possano seguirle. Nella sala degli ufficiali si vede la CNN in inglese. Mentre si danno una sistemata, uno spagnolo, un italiano e un finlandese commentano: “Credo che i prossimi verranno da Sabratha (città della Libia)”. E, a bordo, hanno un libretto ormai già vecchio con la lista delle ONG presenti nell’area.

Photo credit: Carlos Spottorno
Photo credit: Carlos Spottorno

Cooperanti e volontari si tuffarono in mare ben prima dell’allerta umanitaria. Nel 2015 realizzavano appena il 5% dei soccorsi. Nel 2016 erano già arrivati ad occuparsi del 40% di questi. Arrivarono ad avere oltre dieci navi. Ciononostante, a seguito di una “campagna di diffamazione organizzata” – per usare le parole di Amnesty International – le ONG si sono viste decimate. Sono state accusate di generare il cosiddetto “effetto chiamata” e di collaborare con le reti criminali del traffico di persone. Fabrice Leggeri, direttore di Frontex – l’Agenzia europea delle frontiere – , ha denunciato in agosto che le imbarcazioni delle ONG stavano recuperando i migranti sempre più a ridosso delle coste libiche, motivo per il quale i trafficanti sovraccaricavano sempre più i barconi riducendo la quantità di carburante a bordo.

La loro mancanza di cooperazione con le autorità, ha aggiunto, ha reso “ancora più complicato ottenere informazioni sulle reti di traffico e avviare delle inchieste a riguardo”. Dove alcuni vedevano un’emergenza, altri hanno visto sfumare l’opportunità di colpire queste attività illecite. Secondo alcune voci critiche, le ONG erano “taxi” per i migranti. “E’ stata montata ad arte l’idea secondo la quale noi eravamo un problema…una menzogna tendenziosa”, sostiene Hernán del Valle, direttore dell’area Aiuti Umanitari di Medici Senza Frontiere. “Hanno voluto toglierci di mezzo perché l’esposizione mediatica della tragedia è politicamente scomoda”.

Nella stessa estate del 2017 le difficoltà sono aumentate. I libici hanno dichiarato di farsi carico dei salvataggi nelle acque internazionali. Cominciarono a spuntare motovedette (quattro delle quali cedute dall’Italia) che reclamavano le loro acque a colpi d’arma da fuoco sparati in aria. Allo stesso tempo, il Governo italiano ha imposto alle ONG la firma di un codice di condotta – con il beneplacito dell’Unione Europea – per poter continuare ad operare in mare. Il documento, tra le altre cose, obbliga le ONG a non entrare in acque libiche e a non “mettersi in contatto o inviare segnalazioni luminose” volte a facilitare la partenza dei barconi (cosa che le ONG hanno sempre negato di fare), ad eseguire gli ordini del Centro Internazionale di Coordinamento dei Soccorsi Marittimi (IMRCC) di Roma e ad imbarcare agenti di polizia al fine di raccogliere informazioni e fermare i trafficanti direttamente a bordo qualora necessario. Quattro organizzazioni si sono rifiutate di firmare. Tra esse, MSF e la tedesca Jugend Rettet, la cui nave è stata, poco dopo, sottoposta a sequestro in Italia con l’accusa di “favorire l’immigrazione clandestina”.

A Malta, verso fine estate, ci siamo imbattuti in un gruppo di vigili del fuoco della ONG Proemaid, provenienti da Siviglia. Mentre rimettevano in sesto un peschereccio malmesso, il centro dell’accesa discussione era se firmare o meno questo codice. Non tanto per loro, quanto per i loro compagni di avventura. Per far fronte all’operazione – molto dispendiosa -, si sono uniti ad un’altra ONG tedesca i cui membri si autodefiniscono “attivisti di sinistra”.

Secondo Antonio Reina, che guida il gruppo di spagnoli, era già successo nell’Egeo: “Eravamo ciascuno padre e madre dell’altro”. Durante la crisi dei rifugiati questi pompieri erano a Lesvos, fino a che non si decise di chiudere quella rotta tramite un patto di 6 miliardi con la Turchia. Lì, tre dei loro compagni furono arrestati e accusati di traffico illecito. Ora le cose non sembrano andare meglio. Conoscono bene i pericoli insiti all’avvicinarsi alla Libia, e sanno quali difficoltà opporrebbero gli italiani se non dovessero firmare il codice. Per i pompieri, abituati all’ordine e alla gerarchia, era chiaro: “Se vuoi giocare, devi accettare le regole del gioco”. Per i tedeschi, diffidenti nei confronti delle autorità, non era così chiaro. In ogni caso avrebbero finito col firmare. Avrebbero subito un’intimidazione a colpi d’arma da fuoco e l’abbordaggio da parte di una motovedetta libica. Tra settembre e dicembre, tornando verso casa, avrebbero salvato più di 600 persone.

Le ONG dividono la scacchiera con 3 missioni europee e una della NATO. Tra tutte le quattro missioni si contano circa una ventina di imbarcazioni, una decina di mezzi aerei e un paio di sottomarini (non tutti operativi né presenti stabilmente). Eppure c’è stato un tempo in cui il mare era del tutto sguarnito di mezzi. Il prezzo pagato furono le molte vite umane. Nel 2013 un naufragio costò la vita a 366 persone nelle acque di Lampedusa, scuotendo l’Europa.

L’Italia diede avvio ad una missione militare per risolvere una crisi civile. La Mare Nostrum, la prima nel suo genere. Furono salvate dal mare circa 150.000 persone. Tuttavia, con un costo di circa 9 milioni di euro al mese, venne smantellata nel giro di un anno. L’area rimase nelle mani di Frontex, che nel 2014 partorì la c.d. Operazione Triton. Ad oggi, con un budget di quasi 40 milioni annui, ha contribuito ad arrestare circa 250 trafficanti e, nel 2017, ha salvato 21.000 persone. Tuttavia il suo mandato è scivolato in secondo piano nel momento in cui l’Unione Europea decise di puntare su una nuova missione militare, la Eunavfor Med.

Questa vide la luce a seguito di un’altra tragedia, che nell’aprile 2015 fece contare 800 vittime. Iniziò ad essere operativa con un mandato chiaro: combattere i trafficanti. Nel mentre ha salvato dal mare oltre 40mila persone. E, inoltre, il suo nome è stato reso più dolce, un dettaglio che ci racconta di un qualcosa che li ha tenuti piuttosto occupati: ora si chiama Operazione Sophia, in omaggio ad una neonata migrante nata a bordo di una delle navi della flotta.

Ad essa partecipa l’intera Unione Europea, eccetto la Danimarca. Può contare su quattro imbarcazioni, quattro aerei, due elicotteri, un sottomarino e oltre un migliaio di militari. Il suo budget si aggira sui 6 milioni di euro per ogni anno e mezzo di attività. Senza contare gli apporti economici di ogni paese, con Italia e Spagna alla testa del gruppo (nel 2016 quest’ultima ha contribuito all’operazione con 67,2 milioni di euro).

Photo credit: Carlos Spottorno
Photo credit: Carlos Spottorno

Dalla nave al comando dell’operazione, la Cantabria, si segue ogni singolo movimento della “battaglia”. Nella stanza della guerra – una sala sigillata e senza finestre, segnalata da cartelli con scritto “EU Secret” – le uniformi si confondono, quasi a preannunciare il futuro della difesa europea. Sul fondo ci sono due schermi: uno di questi mostra una mappa con le informazioni in tempo reale di tutte le navi in azione. Nell’altro, spiega Enrico Abati, l’italiano al comando della sala, c’è l’immagine di un’imbarcazione individuata “da 15 minuti” dall’aereo lussemburghese. Siamo già a 11 barconi in un giorno. Tutti sembrano essere salpati in maniera coordinata. Secondo l’Ammiraglio Moreno, “ora si stanno verificando queste partenze di massa per ‘intasarci’, così è più difficile prendere i trafficanti”. “La situazione è critica”, continua l’italiano Abati. C’è già stato un primo recupero; quattro navi (tre militari e una di una ONG) si occupano delle altre dieci.

L’Ammiraglio non lo dice, ma trapela tutta la sua preoccupazione: quando avranno finito, le navi dovranno recarsi in porto per lasciare i naufraghi. La Cantabria rimarrà da sola di fronte alle coste libiche. E mai, da quando ha assunto il comando dell’operazione (assolto tra settembre e dicembre), si è trovata ad affrontare un salvataggio.

Anche loro, confessa l’Ammiraglio, sono stati accusati di fare da “tassisti”. Per questo motivo è solito ripetere frequentemente il “nocciolo” della sua missione, la sua essenza: “Catturare e portare dinanzi la giustizia italiana chi traffica con vite umane”. Al momento la sua azione è limitata.

L’Operazione Sophia ha ricevuto un mandato strutturato in quattro fasi. La prima, di raccolta di informazioni, l’ha completata in un paio di mesi. Quindi è entrata nella fase 2A, di sequestro e distruzione delle imbarcazioni nelle acque internazionali, nella quale è da due anni. Le fasi successive prevedono l’addentrarsi nelle acque libiche (2B) e sulla terraferma libica (la fase 3), ma richiedono un mandato dell’ONU o una chiamata da parte di Tripoli. Nel frattempo si opera soltanto nello spazio “di due o tre miglia” al limite delle acque libiche dove a volte, se si è rapidi, si riesce a catturare chi rimorchia i barconi – gli sciacalli, le carogne che provano a recuperare motori e barconi. Tuttavia, come afferma un membro di Frontex con esperienza alla guida delle missioni nel Mediterraneo, “senza entrare in Libia non si può far niente. Che diavolo vogliono fare dal mare contro le reti di traffico?”.

Nel nostro secondo giorno a bordo, la Cantabria si sveglia nel trambusto generale. Fiumi di uniformi camminano verso il punto di incontro. L’ufficiale annuncia: “Siamo vicini alla Libia. Le altre unità stanno per sbarcare. Siamo quasi soli. L’aereo sta facendo un giro di ricognizione e se trova qualcosa ci chiama. Vorrei fare una simulazione e poi metterci tranquilli”. Eppure non sembra una simulazione.

Alcuni minuti dopo, l’Ammiraglio viene fuori dalla sua cabina: “Ci troviamo nella situazione di dover soccorrere dei migranti. Andiamo verso di loro”. Nella stanza della guerra sanno qualcosa in più. L’italiano Abati racconta in sintesi: l’aereo ha individuato un’imbarcazione; le immagini mostrano che non ci sono trafficanti né nessun altro a rimorchiare il barcone; il SeeFuchs, il peschereccio di una ONG, ha avvistato un gommone entro il limite delle 12 miglia, ma ha avuto problemi con la Guardia Costiera libica; il Centro di Coordinamento di Roma sta cercando di segnalare un evento SAR. Ma prima bisogna chiarirsi bene con i libici. “Mentre non decidono il da farsi dirigiamoci verso l’area”, ordina l’Ammiraglio. La stanza si trasforma in un crocevia di frasi in spagnolo e in inglese: “Siamo a 50 miglia”.

Massima velocità”. “Abbiamo un’altra chiamata”. “Mike, any point?”. “La chiamata da UHF è confermata, abbiamo un secondo”. “L’Astral è molto vicina”. “Battono bandiera spagnola”. “Avvicina quell’immagine”. L’istantanea mostra un dinghy (piccola imbarcazione di legno, n.d.t.), decine di volti, gambe che penzolano dai bordi, la zattera ripiegata su un’onda come fosse una gomma da masticare. L’equipaggio la scruta attentamente per cercare di capire chi maneggia il motore: “Saranno i primi ad essere indagati”.

Ufficiali europei dell’Operazione Sophia durante un briefing nella Cantabria. Photo credit: Carlos Spottorno
Ufficiali europei dell’Operazione Sophia durante un briefing nella Cantabria. Photo credit: Carlos Spottorno

Nel frattempo, entra in azione l’altra ‘testa’ della Cantabria. Il comandante della nave, José María Fernández de la Puente, ex-pilota di jet sopravvissuto ad un’eruzione e formatosi negli uffici della NATO, ordina un riconoscimento aereo. Sono le 11.00 e l’elicottero si addentra nella nebbia sopra un mare squamato d’oro.

Tirano fuori i binocoli, calibrano il visore ad infrarossi e il monitor mostra una città. “Tripoli”. Si spostano a 25 miglia dalla capitale libica. Inizia la ricerca. Individuano un barcone alla deriva. È vuoto. Scattano una foto, la ingrandiscono. Tra i resti ci sono delle camere d’aria per biciclette: dei salvagente di fortuna. E sopra c’è una data scritta: è uno dei barconi salvati ieri. Poco dopo individuano un altro puntino, quasi invisibile. Si avvicinano ed hanno la conferma: è il barcone che cercavano, con circa 50 persone a bordo. Scattano delle foto, fanno delle riprese e, di ritorno verso la Cantabria, localizzano un altro barcone che non si aspettavano di trovare.

Quando atterranno sulla nave, le imbarcazioni di soccorso sono già in mare, in avvicinamento al primo barcone. Gli ufficiali europei guardano la scena dai containers. I militari indossano tute bianche e mascherine, in attesa. C’è un’infermeria da campo già pronta. Una postazione dalla quale scattare foto. Tavoli attrezzati per le identificazioni. Dalla radio si sente: “Tre donne, quattro bambini”. Lanciano dei giubbotti di salvataggio e si avvicina la fine di una di quelle giornate da 26 ore. Una di quelle giornate in cui quello che era il “fulcro” della missione sembra essere finito in secondo piano.

A tale proposito, il Parlamento britannico ha pubblicato in luglio una dura relazione sull’Operazione Sophia: “Sono gli strumenti ad essere inadeguati: una volta che i barconi sono salpati è ormai già tardi per minare gli affari dei trafficanti”, concludeva. “L’azione di ricerca e soccorso è un’obbligazione umanitaria vitale, ma potrebbe essere effettuata con imbarcazioni che siano più adeguate, e non con i mezzi aerei e navali di alta fascia”.

Nel 2016, continuava, con la flotta a pieno regime, sono arrivate dalla Libia 180mila persone e ne sono morte circa 5.000, le cifre più alte della storia. Nel 2017 è accaduto più o meno lo stesso. Sono stati distrutti dei barconi (quasi 500) e sono stati arrestati oltre 100 sospetti trafficanti, ma la maggioranza di questi apparteneva “alla fascia inferiore della catena alimentare dei gruppi criminali”.

Soltanto uno era probabilmente a capo di una rete di traffico eritrea. In Italia ne sono stati arrestati a migliaia e condannati a centinaia – la maggioranza di questi con l’accusa di guidare i barconi o maneggiare i GPS -, ma soltanto pochi tra i capi di un affare che prende avvio nei paesi d’origine ed è solito confondersi tra gli ingranaggi corrotti dei Governi africani. Luca Raineri, ricercatore della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa esperto in questioni libiche e membro del gruppo Eunpack in materia di risposta alle crisi, ha assistito da poco ad una riunione a porte chiusa con gli ufficiali dell’Operazione Sophia. Non ha conservato impressioni positive: “Si concentrano su una parte molto piccola della catena e sono privi dei mezzi utili a condividere in maniera adeguata i dati di intelligence per ottenere un quadro completo della situazione”.

La stanza della guerra a bordo della Cantabria. Photo credit: Carlos Spottorno
La stanza della guerra a bordo della Cantabria. Photo credit: Carlos Spottorno

Ad oggi, tuttavia, le cifre hanno fatto segnare una svolta: nel 2017 gli ingressi in Italia sono scesi a 130mila per la prima volta in quattro anni; la frenata ha preso avvio in estate, con l’inasprimento delle condizioni. Forse proprio per questo motivo il rapporto britannico ha risparmiato critiche ad un aspetto della missione: la formazione ai guardacoste libici. Questa è stata condotta a bordo delle navi di Sophia a Malta, Creta, Roma e Taranto. Vi hanno partecipato Frontex, l’UNHCR e l’IOM. Sono stati formati circa 200 guardacoste, ma il piano prevede di arrivare a 500. Una formula pensata affinché, a poco a poco, questi siano in grado di controllare le proprie frontiere. L’ONU ha messo in guardia sui possibili rischi: si potrebbero condannare migliaia di persone a restare in una terra in cui si commettono “gravi violazioni dei diritti umani”, motivo per cui ha suggerito la presenza di un monitoraggio internazionale.

Per molti mesi El País Semanal ha chiesto, invano, di poter accedere agli incontri formativi. Eppure, in una base a Roma, durante un incontro tenutosi in novembre con decine di ufficiali provenienti dai vari paesi del Mediterraneo, siamo riusciti a stringere la mano a due “alunni”. I commodori libici ci concedono una battuta: la loro formazione in Europa è stata utile. Ad un tratto un uomo irrompe in maniera brusca e i libici se la svignano. Sono le stelle dell’evento. E i saluti di apertura li tengono in dovuta considerazione: “Buongiorno, Good Morning, Salam Aleikum”.

Enrico Credendino, Ammiraglio di terra dell’Operazione Sophia, sottolinea la riduzione registrata nei numeri: “Dimostra che il modello di business dei trafficanti può essere attaccato”. Federico Bisconti, Ammiraglio della missione italiana Mare Sicuro – l’unica di un paese UE con accesso diretto alla Libia – ribadisce che questa formazione rappresenta “una nuova speranza”, parla delle navi da guerra italiane che hanno fornito supporto sulle coste libiche e cita, a tal proposito, uno spartiacque, un salvataggio realizzato dai libici in maniera “completamente autonoma”. Il Vice-Ammiraglio Clive Johnstone, alla guida del Comando Marittimo Alleato della NATO – la cui missione Sea Guardian pattuglia l’area dal 2016 – torna a parlare dei “nostri soci” libici e si congratula con loro “per gli straordinari successi registrati nell’ultimo anno”.

Solo uno, tra i relatori, si spinge oltre, fino all’origine del problema. Michael Spindelegger, ex vice-cancelliere austriaco e direttore di un think tank sulle migrazioni, si chiede se questi quattro anni siano stati “una tempesta passeggera” o solo un’avvisaglia di quello che sta per accadere. “Se si studiano le cause alla base delle migrazioni”, aggiunge, “i conflitti, la demografia, lo sviluppo economico e le disuguaglianze, possiamo solo concludere che, nei prossimi anni, il potenziale impatto di questi fattori non farà che aumentare”.

Un gruppo di ivoriani a bordo della nave, dopo esser stati salvati al largo delle coste libiche. Photo credit: Carlos Spottorno
Un gruppo di ivoriani a bordo della nave, dopo esser stati salvati al largo delle coste libiche. Photo credit: Carlos Spottorno

Un esempio: man mano che la rotta libica va chiudendosi, gli arrivi in Spagna hanno avuto un’impennata (da 8mila a 20mila nel giro di un anno), dato che indica un cambio di rotta. Secondo il Colonnello Fuente Cobo, esperto dell’Istituto Spagnolo di Studi Strategici, siamo “più che all’inizio” di qualcosa di ben più serio. “La popolazione dell’Africa cresce in misura esponenziale. Una parte di questa potrà essere assorbita dal suo sviluppo. Ma non tutta. Le leggi della fisica ci aiutano a capirlo. L’Europa è sull’orlo di una catastrofe demografica. Se si lasciano degli spazi vuoti, è naturale che altri vengano ad occuparli. E lo faranno tramite la via che presenta meno ostacoli”.

Questa via, finora, è stata la Libia post-Gheddafi. “Un paese che non è un paese”, secondo Bernardino León, ex-inviato speciale dell’ONU. Fino alle Primavere Arabe, spiega, il Nord Africa funzionava come uno schermo che nascondeva all’Europa ciò che stava accadendo oltre quella fascia. Ma nel 2011 si è aperta “una finestra di oltre 2mila km dalla quale stanno arrivando i problemi del Sahel”.

León mette in guardia sulle soluzioni a breve raggio, come gli accordi che la UE ha stretto con le milizie libiche per controllare il flusso. Alcune di queste – secondo l’ONU, le ONG e i giornalisti che lavorano sul campo – sono milizie dedite al traffico di esseri umani che, in cambio del denaro europeo, sono passate dall’altro lato della barricata. “Non credo funzioni. Tutto ciò che riguarda i possibili accordi con queste reti è una questione delicata; sembra quasi che si sta ricompensando qualcuno che effettua attività illegali”.

Sul ponte della Cantabria prende forma quel quadro di guerra e miseria che era solito restare al di là dello schermo. Con i due primi barconi tratti in salvo arrivano gli uomini, che mangiano sotto una retina mimetica; il deposito accoglie donne e bambini. I ragazzini si sono messi a giocare a calcio con alcuni membri dell’equipaggio. Il medico di bordo raggruppa i più piccoli per scattare una foto, e grida “pa-ta-ta!”, quando dal nulla si scorge una nuova imbarcazione carica di migranti. “Arrivano con un bambino!”, avvertono il medico. Questo terzo barcone sembra arrivare da uno dei gironi dell’inferno. Portano su il bambino avvolto in alcune coperte, è un neonato. Lo portano di corsa verso l’infermeria. È coperto di croste già secche; il cordone ombelicale è ancora attaccato. “Ho bisogno di personale!”, dice il medico. Fanno salire le donne. Una di queste fa giusto qualche passo e sviene. “Sapete chi è la madre?”.

Continuano a tirare su persone. Con loro sale anche un odore nauseabondo. A quelli seduti vengono buttate delle secchiate d’acqua sulla testa. Il neonato non piange. È come se fosse ammutolito. Lo puliscono con della soluzione salina e delle garze. “Sono sopravvissuti”, dice il medico agitando le braccia. “Guarda che espressioni”. Lo allertano di nuovo: “Ne arriva uno in barella!”. È un giovanotto con il bacino rotto e i piedi a carne viva, ustionati dalla reazione del carburante con l’acqua. È nigeriano. Sono la maggioranza a bordo. Da un paio d’anni sono in cima alla lista delle nazionalità entrate in Italia, assieme agli eritrei. Molte sono giovani donne, con nomi bellissimi come Joy o Blessing, e un contratto già firmato per la via della prostituzione.

Il personale medico della Cantabria assiste un bimbo appena nato su uno dei barconi tratti in salvo. Photo credit: Carlos Spottorno
Il personale medico della Cantabria assiste un bimbo appena nato su uno dei barconi tratti in salvo. Photo credit: Carlos Spottorno

La giornata non è finita. “L’Astral ad 8 miglia”, annunciano. Sono le 20.00 e il veliero della ONG spagnola ha recuperato una trentina di persone. La Cantabria gli va incontro per il trasbordo dei migranti. Si farà carico di portarli fino in Sicilia. Sul finire del tramonto si intravede un altro barcone fantasma. Il capitano di fregata lo riconosce: “E’ il primo arrivato ieri”. Un gommone si mette in mare per raggiungerlo. Lo impregnano di carburante, sparano dei bengala e inizia il falò. Come le volte precedenti, lo fanno per evitare che sia riutilizzato. Si solleva una coltre di fumo nero, sminuita dall’orizzonte color del sangue. Arturo Arcay, aiutante dell’Ammiraglio, dice che fino a luglio era sempre così, se non peggio.

Un giorno siamo arrivati a contare 43 barconi, una follia”. Con lo sguardo fisso sulle fiamme parla delle ONG, che da allora hanno iniziato ad andarsene; del tira e molla dei libici, che in primo momento hanno assicurato che si sarebbero occupati dei salvataggi nelle acque internazionali salvo poi ritrattare; del futuro controllo dell’UE sui guardacoste libici e presto, probabilmente, anche sulla costa più a sud. Il fumo sembra svanire e lui scrolla le spalle: ”E’ una situazione che sta evolvendo rapidamente”.

Poco dopo, sotto il cielo stellato della notte, il gommone si avvicina all’Astral. Tripoli appare all’orizzonte, come un bagliore, e a bordo del veliero si distingue chiaramente la prua stipata di persone. All’albero maestro sono esposte la bandiera spagnola e una dell’Unione Europea. C’è anche la bandiera libica. La ONG ha denunciato di aver subito avvertimenti a colpi d’arma da fuoco e tentativi di collisione. La sua nave è stata anche agganciata e trascinata. “Hey uomo, come va?”, si dicono militari e volontari per salutarsi. Sulla nave ci sono palloncini e striscioni. Ha inizio il trasbordo. Un membro dell’equipaggio dell’Astral saluta i naufraghi mandando loro dei baci. Il comandante della Cantabria, a lavoro finito, fa arrivare agli uomini della ONG una bottiglia di vino.

Sulla Cantabria sorge il sole. È diretta in Sicilia con a bordo 410 migranti, gli “ospiti” senza voce di questa battaglia. Durante i due giorni di traversata un membro di Frontex e un agente di frontiera finlandese cercano di individuare possibili sospetti tra i migranti; gli ufficiali si riuniscono per procedere alle identificazioni: “La Libia ha rimpatriato 120 sudanesi e 82 provenienti dal Burkina Faso”, dicono. “I trafficanti sono sotto pressione, alcuni di loro hanno smesso col traffico. Si apprestano a consegnare alle autorità quelle stesse persone che stavano per imbarcare. Speriamo di fermarci a quota 10mila”.

Nel mentre, i migranti tratti in salvo riposano all’aperto e raccontano storie terribili: carceri nelle quali si è costretti a defecare l’uno sull’altro, violenze, sequestri, compravendita di persone, amici fucilati come Ulibali Kassim, di cui dicono il nome affinché non venga dimenticato che ha vissuto. Il ragazzo col bacino rotto racconta di come i trafficanti lo hanno prima bruciato con un braciere e poi buttato giù da una finestra. “Volevano che pagassi di più”. E così, tra i racconti della miseria umana, spunta all’improvviso Palermo, in tutta la sua bellezza. Nel porto c’è una nave da crociera. Bianca e immensa. Il contrasto con i volti dei nuovi arrivati si leva come una domanda scomoda. Una domanda che fa riferimento alle origini, e non alle mafie; una domanda che parla di questa crepa tra due mondi che ha riempito il mare di barconi. Quando la Cantabria attracca, i primi due a scendere sono scortati dalla polizia. “Persone di interesse”, le chiamano. Probabilmente hanno informazioni sulle reti del traffico di esseri umani.