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Croazia – Il Centro Studi per la Pace e Are You Syrious denunciano la detenzione arbitraria della famiglia Hussiny e la criminalizzazione della solidarietà

La famiglia di Madina, la bambina rifugiata morta sotto un treno, ancora trattenuta in un centro di detenzione

Il Centro Studi per la Pace (CPS) e Are You Syrious (AYS) * stanno ricevendo una serie di pressioni da parte della polizia e del Ministero dell’Interno croato per il lavoro svolto in materia di protezione dei diritti umani dei rifugiati e dei migranti in Croazia.
In particolare le associazioni stanno seguendo il caso della famiglia Hussiny: la loro figlia di 6 anni Madina è morta il 21 novembre 2017 travolta da un treno sulla ferrovia tra Tovarnik (Croazia) e Šid (Serbia) 1.

Entrambe le organizzazioni, da tempo impegnate nella difesa e nel rispetto dei diritti umani, sono oggetto di una grave criminalizzazione.

«Nelle ultime settimane – scrivono le organizzazioni – abbiamo notato e vissuto azioni della polizia estremamente discutibili nei confronti delle nostre associazioni e degli avvocati con i quali collaboriamo in relazione al caso della famiglia Hussiny: la loro figlia di 6 anni Madina è morta il 21 novembre 2017 travolta da un treno sulla ferrovia tra Tovarnik (Croazia) e Šid (Serbia), subito dopo l’espulsione illegale della famiglia dal territorio croato, secondo la testimonianza della famiglia stessa.

Dopo l’incidente – aggiungono – la famiglia è stata espulsa contro la loro volontà in Serbia, senza veder rispettati né la loro richiesta di protezione internazionale, né l’accordo bilaterale di riammissione esistente tra la Croazia e la Serbia.

Subito dopo l’accaduto siamo entrati in contatto con la famiglia a Šid e, in collaborazione con l’avv. Sanja Bezbradica Jelavić, abbiamo presentato una denuncia per conto della famiglia stessa contro ignoti da individuare tra gli agenti di polizia croati; la denuncia si è riferita a vai reati tra i quali anche l’omicidio colposo. La famiglia ha deciso di lasciare la Serbia dopo pochi mesi.

L’8 marzo 2018, quando la famiglia si trovava sul territorio croato, AYS ha inviato alla polizia una richiesta d’aiuto e ha fatto presente la volontà della famiglia stessa di esprimere e successivamente formalizzare la richiesta di protezione internazionale. Nonostante le segnalazioni telefoniche e via e-mail inviate alla polizia, la famiglia ha riferito diverse ore dopo di essere stata nuovamente espulsa in Serbia, nonostante le ripetute richieste d’accesso alle procedure previste per chiedere protezione internazionale.

Nella notte tra il 20 e il 21 marzo 2018, dopo aver raggiunto nuovamente il territorio croato, la famiglia Hussiny ha contattato AYS per richiedere assistenza nell’esercizio del loro diritto alla richiesta di protezione internazionale. I volontari hanno immediatamente informato le autorità e inviato un volontario alla stazione di polizia vicino al luogo in cui si trovava la famiglia. Il volontario di AYS, tramite contatto diretto con la polizia, ha aiutato la famiglia ad avviare la procedura di protezione internazionale in Croazia.

L’intero caso della morte di Madina, i viaggi e i ripetuti tentativi di fare richiesta di protezione internazionale in Croazia sono stati ripresi e descritti da media nazionali e stranieri con grande risalto».

Detenzione arbitraria della famiglia e pressioni sulle organizzazioni

Da quel momento, le associazioni descrivono gli eventi definendoli “controversi”:

«La famiglia Hussiny, dopo aver finalmente potuto esprimere la volontà di formalizzare la richiesta di protezione internazionale, è stata immediatamente messa in stato di detenzione nel centro di detenzione di Tovarnik, dove si trova ancora alla data odierna. In tali condizioni ci sono 14 membri della famiglia, di cui 3 adulti e 11 bambini da 3 a 14 anni.

Alla famiglia non viene permesso di contattare l’avvocato da loro scelto e i rappresentanti delle nostre associazioni.
La polizia nega al loro avvocato, Sanja Bezbradica Jelavić, di incontrare la famiglia; viene affermato che la stessa non sia il loro avvocato ufficiale, e viene messa in dubbio l’autenticità della firma della madre di Madina sulla procura (power of attorney) dell’avvocato.

La polizia inoltre ha coinvolto l’Ufficio Nazionale di Polizia per la Repressione della Corruzione e del Crimine Organizzato (PN USKOK) per intraprendere azioni investigative contro l’ufficio legale di Bezbradica Jelavić sulle circostanze della firma della procura.

Nel frattempo l’avvocato Jelavić ha presentato una richiesta alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) per una misura provvisoria (ad interim measure), alla quale la Corte ha prontamente risposto esortando la polizia a sistemare la famiglia Hussiny in condizioni adeguate, durante il processo di valutazione della loro richiesta e in attesa di una decisione sulla loro richiesta di protezione internazionale. La polizia ha ignorato tale richiesta; ancora oggi la famiglia si trova in detenzione senza l’accesso all’avvocato che li rappresenta davanti alla Corte CEDU e nel caso penale.

La polizia ha respinto la proposta di chiarire i dubbi riguardanti le firme della procura attraverso un confronto diretto con le organizzazioni coinvolte e l’avvocato della famiglia. Appare quindi chiaro che l’Ufficio PN USKOK conduca le indagini per ostacolare con metodi intimidatori il lavoro dell’avvocato e delle associazioni.

La polizia non consente la visita alla famiglia da parte dell’esperto legale e degli altri dipendenti del CPS, sebbene essi hanno l’autorità per accedere a tali centri di detenzione in base all’articolo 131/3 della legge nazionale NN 69/17 sugli stranieri; la polizia giustifica il diniego adducendo ragioni di sicurezza.

Il 4 aprile 2018 il Ministero dell’Interno informa il volontario di AYS – che nella notte tra il 20 e il 21 aprile 2018 aveva assistito la famiglia Hussiny nella formalizzazione della domanda di protezione – dell’avvio di un procedimento a suo carico: gli viene contestata una presunta assistenza nell’attraversamento illegale della frontiera, quando invece egli ha agito in conformità con l’articolo 43 della legge nazionale NN 69/17 sugli stranieri. In tale occasione, invece, il volontario recatosi in loco ha stabilito prima il contatto con la polizia e non immediatamente con la famiglia. Solo successivamente, insieme ai poliziotti e con il loro permesso, si sono diretti verso la famiglia Hussiny per assicurarsi che fosse loro consentito di esercitare il loro diritto di richiedere la protezione internazionale.

Dopo l’annuncio da parte delle nostre ONG di una conferenza stampa sulle pressioni e le intimidazioni da parte della polizia, la stessa ha richiesto formalmente agli attivisti di CPS e AYS di presentarsi ad un interrogatorio nello stesso momento in cui aveva luogo la conferenza stampa citata. Interpretiamo questa procedura come un tentativo diretto di limitare la libertà di espressione dei difensori dei diritti umani.

A seguito della conferenza stampa il Ministero degli Interni croato ha dichiarato pubblicamente che le recenti attività del CPS hanno compromesso il Regolamento Dublino III mettendo anche seriamente a rischio l’ingresso della Croazia nello spazio Schengen.

Il Ministero stesso si riferisce chiaramente alle attività di monitoraggio condotte dalla ONG, che consistono nell’assistenza dei migranti nelle stazioni di polizia durante la formalizzazione delle domande di protezione internazionale. Al contrario di quanto il Ministero afferma, l’obiettivo del CPS è invece sempre stato quello di sostenere i migranti nel processo di legalizzazione del loro status, consentendo così la riduzione di movimenti e soggiorno irregolari.

Oltre a ciò il Ministro degli Interni Božinović ha dichiarato pubblicamente che CPS e AYS hanno distribuito ai migranti in Serbia numeri di telefono, istruzioni, denaro e indicazioni su come entrare in Croazia, accusandoci di aver svolto attività illegali.

I presunti fatti di cui il Ministro ci accusa sono palesemente falsi, pertanto percepiamo queste affermazioni come una grave diffamazione nei confronti nostri e del nostro lavoro.

Dal momento che gli organi parlamentari legislativi normativamente previsti per la sorveglianza della polizia civile non sono stati istituiti, abbiamo chiesto alle commissioni parlamentari competenti di avviare una commissione d’inchiesta parlamentare sull’intimidazione da parte della polizia nei confronti delle organizzazioni per i diritti umani e degli avvocati, nonché sull’abuso di potere da parte del Ministero degli Interni attraverso le azioni degli apparati di polizia».

Data la situazione le associazioni chiedono alle organizzazioni europee «di rispondere a seconda delle vostre competenze e possibilità e di proteggere i diritti e gli interessi della famiglia Hussiny.
È necessaria inoltre un’azione urgente per fornire protezione ai difensori dei diritti umani e agli avvocati impegnati a favore dei diritti dei rifugiati, che attualmente subiscono una tremenda pressione sul loro lavoro.
Criminalizzando questi soggetti, gli standard della protezione dei diritti umani stanno venendo meno in uno degli Stati membri dell’UE, violando il principio / valore dello stato di diritto. Inoltre il significato e lo scopo del Sistema Europeo Comune di Asilo sono messi in discussione.

Il Ministero dell’Interno di uno stato, che mira all’ingresso nello spazio Schengen, giustifica invece i comportamenti che appaiono spesso illegali condotti nei confronti di persone che attraversano sì illegalmente la frontiera, ma che poi cercano protezione internazionale in Croazia».


Per ulteriori chiarimenti e informazioni è possibile contattare il Centro Studi per la Pace all’indirizzo cms@cms.hr o Are You Syrious? a areyousyrious@gmail.com.

  1. https://www.balcanicaucaso.org/aree/Balcani/Morire-di-Europa-a-sei-anni-184661

Redazione

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