Tunisia: la vita dei migranti irregolari nella regione di Médenine

Il ruolo della Croissant-Rouge e un piano d’azione che garantisce libertà di movimento anche senza documenti

Il centro di accoglienza per migranti, Al Hamdi, a Médenine (Foto: Alice Passamonti)

Il mio sogno è tornare in Gambia e avviare una piccola attività”, K. 21 anni.
Ho solo bisogno di protezione e di ritrovare la mia famiglia”, R. 26 anni.
Vorrei tornare a casa, in Nigeria, da mia moglie e dai miei figli, ma non posso rientrare a mani vuote”, O. 42 anni.
Sono arrivato in aereo dalla Costa d’Avorio con i documenti in regola, mi hanno arrestato a Ben Gardane”, M. 20 anni.

Il centro di accoglienza per migranti, Al Hamdi, a Médenine (Foto: Alice Passamonti)
Il centro di accoglienza per migranti, Al Hamdi, a Médenine (Foto: Alice Passamonti)



Il centro di accoglienza per migranti, Al Hamdi, si trova a Médenine, nell’omonimo governatorato. Una regione nel sud della Tunisia, vicina al confine con la Libia e interessata da diversi tipi di flussi migratori. La Tunisia, Paese di partenza per molti giovani tunisini disoccupati, è infatti anche un Paese di arrivo o di transito.

Per entrare nel centro, gestito dalla Croissant-Rouge tunisien, Mezzaluna Rossa tunisina, che qui garantisce una prima accoglienza, cibo e assistenza medica di base, devo registrarmi scrivendo l’orario di entrata e aggiungendo una firma. Superato l’ingresso principale, si raggiunge un cortile interno. C’è chi usa questo spazio comune per pregare, chi per ascoltare la musica, chi per stendere i panni. Con 31 stanze e 12 bagni distribuiti su tre piani, la struttura ha una capacità massima di 100 persone.

L'ingresso principale del centro di accoglienza per migranti, Al Hamdi, a Médenine (Foto: Alice Passamonti)
L’ingresso principale del centro di accoglienza per migranti, Al Hamdi, a Médenine (Foto: Alice Passamonti)



Sebbene la Croissant Rouge non disponga di un registro aggiornato con le presenze giornaliere, al momento il centro non risulta sovraffollato.

Tuttavia, nel novembre del 2017, mese di maggiore affluenza in seguito allo sgombero di una connection house (centro di detenzione non ufficiale, gestito da gruppi armati) per migranti in Libia, era arrivato ad ospitare oltre 250 persone. Così, l’ex studentato, adibito a foyer per migranti con fondi della Cooperazione Svizzera, si era ritrovato senza posti letto né cibo.

In quell’occasione, la Croissant Rouge e l’Alto Commissariato della Nazioni Unite per i rifugiati, partner nella gestione dell’accoglienza in Tunisia, in via eccezionale avevano deciso di trasferire i richiedenti asilo, le donne e i bambini in un altro foyer di Médenine, il centro Ibn Khaldun, destinato fino a quel momento solo ai rifugiati sotto il mandato dell’UNHCR. Si era anche deciso di introdurre delle procedure operative standard, tuttora attive, che limitano a due o tre mesi la permanenza nel centro Al Hamdi.

Oggi, questa struttura, aperta dopo la chiusura ufficiale del campo di Choucha nel 2013 1, è riservata solo agli uomini, di diverse età e nazionalità: Nigeria, Niger, Gambia, Camerun, Marocco, Costa D’Avorio, Burkina Faso. Migranti con storie personali e progetti di vita molto diversi. Differenti sono anche le modalità con cui i migranti hanno fatto il loro ingresso in Tunisia.

I flussi migratori nel sud – “Nella struttura – spiega il presidente della Mezzaluna Rossa di Médenine, Mongi Slim – ospitiamo principalmente tre gruppi di migranti. Ci sono i subsahariani che arrivano legalmente a Tunisi in aereo, con i documenti in regola, senza necessità di richiedere un visto. Subito dopo, sono portati nel sud, a Ben Gardane, dai trafficanti, con l’obiettivo di oltrepassare il confine con la Libia e partire per l’Europa”, attraverso quello che Mongi Slim definisce come un “circuito internazionale di traffico di esseri umani, più grande di noi”.

Generalmente, questi migranti vengono fermati dalla Guardia Nazionale tunisina proprio a Ben Gardane e sono accolti nel foyer di Médenine, “l’unico centro per migranti (non richiedenti asilo, ndr) della Tunisia”. Questa prima filiera si era interrotta dopo gli ultimi accordi tra Italia e Libia, ma è ripresa in questi mesi. “Solo ieri (16 febbraio 2018, ndr) sono arrivate 14 persone, 5 donne e 9 uomini – precisa Mongi Slim – L’altro ieri, la Guardia Nazionale ne ha inviate 12 e il giorno prima altri 4”.

Altri migranti, invece, fanno il percorso inverso scappando dalla Libia. Tuttavia, “non entrano in Tunisia in maniera legale, attraverso i passaggi frontalieri di Ras Jedir o Dehiba – spiega Mongi Slim – Al contrario, fanno il loro ingresso nel Paese attraverso le rotte desertiche, per poi presentarsi alla Guardia Nazionale tunisina o all’esercito”. Anche in questo caso, i migranti irregolari vengono inviati dalle autorità direttamente a Médenine.

Infine, c’è un terzo flusso migratorio involontario che interessa uomini, donne e bambini partiti dalle coste della Libia a bordo di barconi in direzione dell’Italia e salvati in mare dalla Guardia Costiera tunisina, nella sua area SAR (Search and Rescue) di competenza. “Di solito, lo sbarco avviene nei porti di Sfax o Zarzis, ma subito dopo, queste persone sono accompagnate a Médenine”.

Cortile interno del centro di accoglienza per migranti, Al Hamdi, a Médenine (Foto: Alice Passamonti)
Cortile interno del centro di accoglienza per migranti, Al Hamdi, a Médenine (Foto: Alice Passamonti)



Quali alternative – Se gli operatori della Mezzaluna Rossa garantiscono una prima accoglienza nella struttura, altri attori sono impegnati nel centro Al Hamdi. Tra questi, c’è l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) che si occupa di proporre ai migranti il ritorno volontario assistito nel Paese d’origine, con colloqui nel centro due volte a settimana. Mentre il Consiglio Italiano Rifugiati (CIR), presente in Tunisia nell’ambito di un progetto più ampio per il rafforzamento del capacity building, finanziato dall’UNHCR, porta avanti attività ricreative settimanali, come break dance, pittura e proiezione di film. Inoltre, assicura attività di counseling e profiling quotidiane, per presentare ai migranti le varie alternative a disposizione e aiutarli così a prendere una decisione consapevole.

Oltre al rientro volontario assistito nel proprio Paese, infatti, il migrante irregolare può presentare una richiesta di asilo politico in Tunisia, con un conseguente trasferimento nel centro dell’UNHCR, Ibn Khaldun, oppure può decidere di rimanere nel Paese senza chiedere asilo, di fatto, in una condizione di irregolarità.

Irregolarità tollerata – “Molti migranti che arrivano nella regione di Médenine – spiega Mongi Slim – continuano a sognare l’Europa. E hanno paura che una volta ottenuto l’asilo in Tunisia, non potranno più accedere a nessun tipo di resettlement nei Paesi europei. In ogni caso, non vogliono rimanere bloccati qui”.

A volte, scelgono di rimanere sul territorio tunisino solo per un breve periodo. Lavorano nell’economia informale (raccolta delle olive, costruzioni e turismo), in modo da mettere da parte dei soldi, “per ripartire verso la Libia e l’Europa” o per rientrare nel loro Paese d’origine. Senza un contratto di lavoro, non possono ottenere un permesso di residenza e regolarizzarsi. Ma questa condizione di illegalità è tollerata dalle autorità locali, per via dell’attuale situazione di instabilità.

Abbiamo adottato un piano d’azione per fare in modo che le persone senza documenti non siano arrestate all’interno del Governatorato di Médenine – spiega Mongi Slim – Si tratta di una procedura eccezionale, per cui le persone possono circolare liberamente, se sono registrate con noi”. La verifica da parte delle forze dell’ordine avviene contattando direttamente il centro, poiché la Mezzaluna Rossa non rilascia nessun documento ufficiale ai migranti. La decisione di facilitare il movimento nell’area è frutto della collaborazione tra il governatore della Regione, il capo della Polizia, la Guardia Nazionale e la Croissant Rouge, principali attori coinvolti nella gestione del fenomeno migratorio. Tuttavia, non essendoci un dialogo tra autorità locali e nazionali, gli stessi migranti che a Médenine possono circolare rischiano di essere arrestati in altre zone del Paese. “Médenine è un luogo più sicuro per loro” – precisa Sana Bousbih, direttrice di Terre d’Asile Tunisie – rispetto alla regione di Grand Tunis, nel nord del Paese.

Incontro alcuni ragazzi in una sala semi vuota e un po’ asettica del centro di accoglienza. Quella in cui si svolgono gli incontri con l’OIM. Qualcuno ha già accettato il ritorno volontario, qualcuno ha deciso di rimanere in Tunisia, altri sono ancora confusi sul loro futuro. Sono stati arrestati a Ben Gardane o soccorsi in mare da pochi giorni. Prima di prendere una decisione, avrebbero bisogno di ricevere un adeguato supporto psicologico che fino a qualche mese fa era assicurato da due operatori di Medici Senza Frontiere. A breve, sarà garantito dal CIR, mentre anche Medecins du Monde sta pianificando degli interventi nell’area. Per il momento, però, i migranti, quasi tutti vittime di torture e abusi in Libia, convivono con i loro traumi e con il loro dolore.

I bagni del centro di accoglienza per migranti, Al Hamdi, a Médenine (Foto: Alice Passamonti)
I bagni del centro di accoglienza per migranti, Al Hamdi, a Médenine (Foto: Alice Passamonti)



Il ritorno in Gambia – Tra loro c’è K., 21 anni, originario del Gambia. È arrivato in Tunisia tre mesi fa, dopo un salvataggio in mare effettuato dalla Guardia Costiera tunisina. Sul barcone, partito dalle coste libiche alle due di notte, c’erano 54 persone, uomini, donne e bambini. Sono sopravvissuti solo in 6, tra cui lui e suo fratello minore. “Nessuno sapeva nuotare, solo Dio poteva proteggerci”, racconta.
In Libia, K. ha trascorso dodici mesi della sua vita, 5 in carcere e 7 costretto ai lavori forzati per poter pagare il suo viaggio verso l’Italia. “Alcune persone hanno più denaro e rimangono in prigione per poco tempo – mi spiega nel suo semplice inglese – Altri, meno fortunati, restano rinchiusi per settimane. Ricordo che ci facevano mangiare una volta al giorno, ci picchiavano ed eravamo costretti a restare seduti in una piccola stanza, in 60-70 persone”.

Purtroppo, questo racconto somiglia alle testimonianze di tanti altri migranti, tutti legati da uno stesso dramma. Durante il nostro incontro a Roma, nel centro di accoglienza in via del Frantoio, gestito dalla Croce Rossa, un ragazzo di 21 anni, originario del Sudan, mi aveva raccontato una storia molto simile riguardo alle carceri libiche: un pasto al giorno, pochi bicchieri d’acqua, abusi sulle donne e violenze ripetute. Era riuscito ad uscire dopo alcuni mesi, solo grazie al denaro che la sua famiglia aveva mandato dal Sudan per la scarcerazione. Nel caso di K., l’aiuto del fratello, intrappolato in Libia come lui, si è rivelato indispensabile. “Quando viaggi con un familiare, restare uniti è sconsigliato. Se vieni arrestato insieme a tuo fratello, infatti, nessuno potrà pagare per la tua uscita. Se rimani separato da lui, ci sono più possibilità che possa lavorare per aiutarti”.

Prima della partenza dal Gambia, qualcuno lo aveva avvertito riguardo alla pericolosità del viaggio. Adesso, è consapevole di quanto sia difficile questo percorso migratorio. “Non incoraggerò mai nessuno ad andare in Europa in questo modo, è troppo pericoloso e posso dirlo perché l’ho provato sulla mia pelle”. Il sogno di K. era arrivare in Italia per lavorare come calciatore. Per realizzarlo, ha attraversato il Senegal, il Mali, l’Algeria e la Libia. Ora, il suo unico desiderio, o almeno così racconta, è “ritornare a casa per avviare una piccola attività”. Dopo aver accettato un programma di ritorno volontario assistito proposto dall’OIM, è in attesa dei documenti necessari per partire. Nel frattempo, però, lavora nell’economia informale a Médenine e quando può continua a giocare a calcio a Tataouine.

La targa della cooperazione svizzera (principale finanziatore della Croissant Rouge Tunisien). Foto: Alice Passamonti
La targa della cooperazione svizzera (principale finanziatore della Croissant Rouge Tunisien). Foto: Alice Passamonti



Nessun ritorno – Tra coloro che hanno rifiutato il ritorno volontario c’è invece O., un uomo di 42 anni, originario della Nigeria, marito e padre. Partito per ragioni economiche alla fine del 2016, con l’idea di arrivare in Europa e migliorare le proprie condizioni di vita, ha trascorso un anno nelle prigioni libiche, prima di scappare in Tunisia.

Se guardi i miei denti, sono tutti rotti per via dei colpi che ho ricevuto. Se guardi la mia gamba, c’è una ferita di proiettile. Tutto questo è accaduto in Libia”. In Libia, O. è rimasto quasi sempre in prigione. Non si tratta di una prigione ufficiale, riconosciuta dal Governo. Bensì, di un carcere gestito dagli Asma Boys (gruppo armato di trafficanti di migranti) fuori da ogni controllo, un luogo dell’orrore, dove “una ragazza come te non potrebbe mai dormire tranquillamente nel suo letto”, racconta. “Lì dentro, possono fare ciò che vogliono, possono uccidere, tagliare mani e piedi, picchiare e sparare a chiunque, anche solo per far vedere agli altri cosa gli potrebbe accadere se non pagano – continua – Sono partito con circa 30 persone nigeriane, ma quelle sopravvissute non sono più di 5. Qualcuno è morto in mare, qualcuno è stato ucciso dagli Asma Boys. Ho visto sangue umano, tanto sangue”, prosegue O. specificando più volte che il suo racconto è filtrato, perché alcune scene a cui ha assistito in prima persona non si possono descrivere.

Per due volte, O. ha tentato la traversata del Mediterraneo a bordo di un barcone. Per ben due volte, dopo il salvataggio, è stato riportato in Libia e incarcerato di nuovo. Quando ha trovato una via d’uscita, ha rischiato ed è scappato. Sebbene l’Italia fosse la sua destinazione finale, non ha potuto fare altro che arrivare in Tunisia.

Sono fuggito insieme ad altri ragazzi, per questo mi hanno sparato alla gamba. Molti di loro sono morti in quell’occasione. Noi sopravvissuti ci siamo nascosti. Mi hanno estratto il proiettile con un coltello e per fortuna la ferita non ha fatto infezione. I nigeriani sono uomini forti – sorride – Poi, ci siamo rimessi in cammino. Non è stato facile arrivare in Tunisia dalla Libia. Siamo arrivati con le nostre gambe, non avevamo né auto, né soldi, né documenti – spiega – Ho camminato da Sabratha a Zwara e poi da Zwara ad Abu Kammash (vicino alla località di Ras Jedir, ndr). Superato il confine, ho proseguito a piedi fino a Médenine”. Proprio a Médenine, O. è stato indirizzato verso il centro Al Hamdi. “Non posso dire che sia stata una mia volontà arrivare qui, semplicemente Dio aveva questo piano per me”.

La cucina del centro di accoglienza per migranti, Al Hamdi, a Médenine (Foto: Alice Passamonti)
La cucina del centro di accoglienza per migranti, Al Hamdi, a Médenine (Foto: Alice Passamonti)



O. sogna di rientrare nel suo Paese, ma per ora ha deciso di non partire, di non firmare. Come padre di famiglia, infatti, non vuole ritornare a casa senza soldi né dignità, dopo aver venduto tutto ciò che aveva per intraprendere questo lungo viaggio. Così, con poche possibilità di ottenere l’asilo politico in Tunisia e nessuna possibilità di regolarizzarsi senza documenti, O. lavora nell’economia informale nel tentativo di mettere da parte dei soldi. È arrivato da tre mesi, ma ha dormito nel centro solo per poche settimane. “Qui a Médenine, tutti ti guardano come uno schiavo, perché sei nero. Sarei felice di tornare in Nigeria, lì ho la mia famiglia. Ma non è ancora arrivato il momento. Voglio rientrare nel mio Paese d’origine con orgoglio”.

In questi cinquanta minuti di conversazione, O. rimane sempre lucido e convinto della sua decisione. Traspare tutta la forza di un giovane e tutta la saggezza di un uomo adulto. Mi racconta che in Nigeria, per la sua età, sarebbe considerato l’anziano del villaggio. Ma qui, in questa sala del centro di accoglienza, consapevole di non avere nulla da offrire alla sua famiglia, resta un attimo in silenzio e mi chiede: “Guardami, secondo te somiglio ad un essere umano? Come potrei tornare da mia moglie a mani vuote, con questi vestiti e con questi denti?

  1. Creato nel 2011 dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, in pieno deserto, per rispondere all’ondata migratoria dalla Libia