/

Il centro accoglienza è un confine. E noi siamo gli operatori della sicurezza

the irony is that the undeniable increase in surveillance and security practices is only congruent with the multiplication of insecurity and fear 1“.

Il confine non è una recinzione, un muro o un filo spinato, ma quello che ogni giorno viviamo, al centro di accoglienza. Una complessità nel territorio aggiudicatario del bando per 1000 migranti ed una complessità nello spazio che ne acquisisce la loro presenza, segnalando, in contemporanea, la possibilità della politica.
Questo ‘campo’ ci presenta e ci divide, all’esterno, dalla gente comune, i cittadini – il criterio del politico 2– e, all’interno, ancora, distingue un noi e un loro.
L’ospitalità, questa sconosciuta, appartiene a quell’insieme di processi e pratiche sociali di differenziazione spaziale 3 che seguono strategie territoriali predisposte ad ordinare, confinare e alterizzare, ostruendo la mobilità di alcune persone per acclamare alla sicurezza di altre.
Un confine internalizzato, quello dove lavoro, a process of bordering che “segue la retorica di identificare e controllare la mobilità (molta) di alcune persone, servizi e merci che operano lungo la sua giurisdizione4, che nasce dalla legge e produce uomini fuori dalla legge.

Nel nostro spazio di controllo, una struttura ricettiva ridotta ai minimi, le pratiche degli operatori del sociale sono dettate dalle frontiere – in una dinamica di confini che continuamente si deterritorializzano e riterritorializzano 5 – e tendono a diffondere i loro rischi e pericoli alla vita quotidiana 6.
Si tratta di ripensare al confine non più in termini fissi, ma in termini di una serie di pratiche che si sviluppano in multiple azioni 7.
Ai centri dell’accoglienza di Stato, tutti i movimenti e tutte le parole diventano una traccia, le tracce si trasformano in iscrizioni e le iscrizioni in decisioni. Il nostro lavoro include relazioni costanti con i documenti e con i computers e pochi contatti con chi ha attraversato le frontiere. Loro diventano flussi di dati, nei database, nelle e-mail, ammonizioni, cattivi comportamenti, risposte sbagliate, colloqui, numeri. Noi operatori del sociale esercitiamo un potere deontico, uomini, donne e macchine per controllare e monitorare casi fragili o sospetti, cooperando alla policy che impone conseguenze ma soprattutto, sviluppando la funzione simbolica ed epistemologica di fornire particolari condizioni di comprendere la realtà scissa.

Uno spazio di laboratorio dove si replica il confine e da cui, se un immigrato non si comporta bene difficilmente sarà un immigrato meritevole dei documenti. Una pratica esistente, per cui se lui attenta a qualche nostra regola, se terrorizza alla nostra sicurezza, se non è idoneo all’accoglienza, sicuramente non lo potrà mai essere per l’Italia che lo ospita. Una pratica di accoglienza, per cui, vanno garantite le procedure e i parametri di sicurezza, italiani ed europei. Tutti impegnati, operatori del sociale – la voce dei dipendenti pubblici in ambienti potenzialmente ostili – a svolgere una funzione il cui unico senso è dato dalle persone che divide.

Il confine “divide il mondo in diversi pezzi di realtà che non possiamo conoscere allo stesso modo [[Cfr. Parker, 2012. ‘Slices the world up into different pieces of reality that we cannot know equally well […] State borders‘help provide conditions for decisions as to what is of value. (…) These decisional frameworks underpin indicators of benefit of dysfunctions agreed upon for the inside. They define parameters for actions in relation to others, both inside and outside. Finally, borders and boundaries clarify who may participate in any decisions made in the name of the collective whole. In short: boundaries are a precondition for decision and action at the level of the constituted whole – especially where decision-making is undertaken in a ‘constitutionalised manner, such as in a constitutional democracy’.]]”.

A me che precedentemente insegnavo; a lei che prima organizzava laboratori musicali; a lui che è il palazzinaro dell’azienda; all’altro che è il marito della coordinatrice; all’altra che è stata trasferita da altre emergenze chiuse; a lui il nostro contabile, è commissionata la protezione del nazionalismo8.
La società, i civili, la popolazione come controllori, pubblici ufficiali, oppressori ed oppressi espropriati dell’umanità, operatori della sicurezza, dipendenti alla frontiera, cittadini e non-cittadini arruolati nel “concepire, costruire, mantenere e cancellare i confini 9.
Committenti locali di politiche, pratiche e teorie che parlano della prevenzione e della riduzione del crimine, prima che essi avvengano.
Nella nostra sicurezza e per la nostra sicurezza, prendiamo in considerazione l’intera razionalità del rischio, preventivo, protettivo, reattivo e precauzionale. Come ai confini. Elargiamo una mela perché è sicuro che tutti ne mangino una; un bicchiere perché è sicuro che non finiscano; una merendina per essere sicuri che non ne rimettiamo nelle provviste alla guerra al terrorismo. Per la medesima sicurezza, non si può adoperare il microonde dopo la chiusura della mensa; per sicurezza del bollitore nessuno lo usa e può preparare thè fuori orario; per sicurezza della lavatrice gliela facciamo noi. Loro sono in quel modo. Hanno fatto sempre così e sempre continueranno a fare così. E’ meglio se non gli diamo libertà, potrebbero approfittarsene. È più sicuro allontanarlo dalla struttura, anziché farlo rimanere. Il nostro lavoro è una infinita serie di calcoli, leggi, norme e sorveglianza per rispondere alla logica primitiva della legge della prevenzione.

Ma la nostra sicurezza è imperfetta, quanto lo è il concetto.

Per i Critical Border Studies, nei non-luoghi di questi spazi di eccezione, centrali sono l’autonomia del servizio e la sua discrezionalità. In un terreno di conflitto, fuori dal normale ma che da esso nasce, le nostre pratiche di sicurezza e la normatività delle applicazioni giocano un ruolo importantissimo, laddove “resistono alle condizioni in evoluzione del campo, crea tensioni ed è scosso da nuove esperienze 10“.
In questi termini, la sicurezza e le decisioni di potere – permettere o escludere – non sono atti eccezionali di un sovrano o il frutto di una singolare razionalità ma devono essere analizzate in termini di frizioni e negoziazioni fra attori.
Lottiamo per la sicurezza, una sicurezza variabile ed aperta alle analisi della situazione, dei rapporti, delle sensazioni, della sensibilità, delle relazioni, della dialogicità e del momento. Discrezionalità nel decidere se è meglio assecondarlo oppure no; se è più sicuro fargli cambiare posto letto oppure continuare a farli litigare per superare i conflitti; variabile per cui è a nostra discrezione capire se è il momento opportuno per fargli firmare questa ammonizione oppure aspettare che si calmi; atti mutabili come togliergli un pezzo di pane per la sicurezza della camera o lasciare il suo stomaco ai crampi.

La grammatica della nostra sicurezza è imperfetta e piena di ambiguità. Siamo chiamati a legittimare la conoscenza di un concetto di sicurezza che appartiene a noi ed agli stati nazioni neo-liberali. Essa si muove attraverso pratiche che rianimano la nazionalità ma che appartengono, in realtà, alla interazione tra gli operatori, all’interazione tra medici, psicologi ed insegnanti, all’interazione tra responsabile ed utente; alle procedure; ai servizi offerti dalla struttura e dal territorio ospitante; dalle condizioni di sviluppo e di crescita; dai colloqui, dai controlli e dai sequestri; dai sospetti e dalle ammonizioni; dalla mobilità e dall’assenza ingiustificata; dalle immaginazione e dalle esperienze personali, che ad ogni azione si posano su multipli siti e scale. Lavoro di sicurezza che, come definisce Waddington è, “un’esperienza lavorativa intrinsecamente complicata 11“.

Sebbene abbiamo a disposizione un insieme di pratiche predeterminate – prelievo dei documenti e firme, richiami e rimproveri, ordini e vieto – noi operatori della sicurezza e/o del sociale trasformiamo il nostro tempo in tempo del rischio quotidiano – e tuttavia qui, negli spazi di eccezione che viviamo, “il campo dà orientamento a queste pratiche, ma non le determina12. La nostra discrezione emerge sia come una risposta individualizzata alla complessità normativa sia come salario sociale 13 (con cui i funzionari negoziano la loro perdita di autorità effettiva 14).
Concepito come l’ “espansione delle frontiere lungo lo spazio fisico e mentale 15“, il centro di accoglienza intensifica il conflitto tra sovranità ed ospitalità, i limiti spaziali dell’autorità statale, gli insider e gli outsider, anziché creare un nuovo esperimento di umanità. “Confinare non è un’azione, ma un’interazione 16” tra attori non statali, processi ed organizzazioni in cui rientrano obblighi, richieste, autorizzazioni, permessi, doveri e diritti.

Ai confini intrappoliamo l’oggetto, incaselliamo gli immigrati, controlliamo gli isolati, selezioniamo ed escludiamo, numeriamo un flusso di dati, disintegriamo le identità, dividiamo e frammentiamo il senso della comunità, seguendo le funzioni isomorfiche lungo la sovranità, la nazionalità e la territorialità 17.
Operiamo, nella nostra accoglienza, una riduzione delle complessità attraverso un processo di identificazione che stabilisce norme di categorizzazione o “internal border“, che accettate e condivise diventano istituzioni.

L’atto di disobbedienza, in quanto atto di libertà, è l’inizio della ragione.

  1. Cfr. Sheptychi, 2007.
  2. Secondo C. Schmitt, il “criterio del politico” è la distinzione tra friend vs foe – amico / nemico.
  3. Cfr H. Von Hautum, T. Van Naarseen, Bordering, ordering and othering.
  4. Cfr. Rajaram; Grundy-Warr 2007. A process of bordering that seeks to rhetorically identify and control the (very) mobility of certain people, services and goods that operate around its jurisdiction’.
  5. Walters, 2004
  6. Cfr. Willen, 2007, the ‘temporality of everyday risk’ among migrants and Griffiths 2014; Rotter 2010 per experiences of waiting among asylum seekers and immigration detainees.
  7. Cfr. Côté- Boucher 2008; Mountz 2010; Handhold, 2012.
  8. Cfr. I. Berlin, 1990, per cui il nazionalismo è dal punto di vista ideologico qualcosa “di significativo e pericoloso”: che ha la convinzione – di appartenere ad un gruppo particolare di uomini la cui forma di vita si distingue da quella di altri gruppi; – che la società sia paragonabile ad un organismo biologico; – che il motivo coercitivo per vivere o agire in un certo modo sia che questo è il nostro modo di agire; – la tendenza all’intolleranza fino all’aggressività.
  9. Cfr. Rumford. 2008. ‘The role of citizens (and indeed non-citizens) in envisioning, constructing, maintaining and erasing borders’. Cfr. Hall, 2017 “border systems extend into the everyday”.
  10. Cfr. Bigo, 2011. “Habitus resists the evolving conditions of the field, creates tensions, and is shaken by new experiences”
  11. Cfr. Waddington, 1999. ‘An inherently problematic occupational experience”.
  12. Bigo 2011. ‘The field gives orientation to these practices, but is not determining them’.
  13. Cfr. Papp 2006. ‘Social Wage’.
  14. Lipsky, 2010
  15. Cfr. Vertovec, 2017. ‘The expansion of borders across physical and mental space’
  16. Cfr. Parker, 2012. ‘Bordering is not an action, but an interaction’
  17. Zureik e Salter (2005) osservano che i confini interstatali rimangono centrali per il regime di mobilità globale, sia in termini della “gestione internazionale delle popolazioni” ma anche la gestione dei flussi di lavoro.

Vanna D'Ambrosio

Conseguita la laurea in Filosofia presso l’Università di Napoli Federico II, ho continuato gli studi in interculturalità e giornalismo. Ho lavorato come operatrice sociale nei centri di accoglienza per immigrati, come descritto nella rubrica “Il punto di vista dell’operatore”. Da attivista e freelance, ho fotografato le resistenze nei ghetti italiani ed europei. Le mie ricerche si concentrano tuttora sulle teorie del confine.