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La detenzione come dispositivo disciplinare per il controllo della forza-lavoro migrante

Tesi di laurea di Lorenzo Sorianiello, che ringraziamo

Photo credit: Matilde Cavalli

Università degli Studi di Napoli
L’Orientale

Dipartimento di Scienze umane e sociali

Corso di laurea in Scienze politiche e relazioni internazionali

Tesi di laurea in Antropologia culturale

La detenzione come dispositivo disciplinare per il controllo della forza-lavoro migrante

Anno accademico 2017/2018

Introduzione

La presente tesi si propone di indagare le funzioni sociali ricoperte in Italia dai centri di accoglienza per migranti e rifugiati nel contesto degli ultimi quattro anni. Punto di partenza è la constatazione che l’ospitalità riservata ai cittadini stranieri sprovvisti di validi documenti si traduce, di fatto, in lunghi periodi di detenzione amministrativa. L’obiettivo è di dimostrare come il sistema delle detenzioni corrisponda ad un metodo collaudato di controllo disciplinare della popolazione immigrata che si inserisce nel quadro delle politiche attuali di cittadinanza e di rilocalizzazione della forza-lavoro.

Il primo capitolo è dedicato alla costruzione mediatica dei dispositivi di detenzione.

L’intento è di ricomporre il quadro dei discorsi dominanti dei principali mezzi di informazione nazionali a partire dai dati forniti dai rapporti annuali dell’Associazione Carta di Roma, a cura dell’Osservatorio di Pavia: ne emerge un clima ansiogeno che descrive un panorama emergenziale nel quale i centri di detenzione assumono un alto potenziale comunicativo in grado sia di rassicurare la domanda di sicurezza che di legittimare la gestione coercitiva dei flussi migratori.

Il secondo capitolo si sofferma sul contributo di Nicholas De Genova, professore al Dipartimento di Geografia del King’s College London: le sue ricerche mettono in mostra un meccanismo di criminalizzazione dei migranti, connotato su base razziale, che trova nella zona di frontiera lo scenario in cui palesarsi.

Ne emerge una realtà in cui i dispositivi di detenzione realizzano un tentativo premeditato di “inclusione attraverso l’esclusione”, favorendo l’integrazione dei migranti all’interno della società, piuttosto che la loro emarginazione, ma in condizioni di netta subordinazione rispetto alle istituzioni, la classe dominante e la popolazione bianca.

Il terzo capitolo contestualizza le pratiche di detenzione all’interno dei rapporti di produzione, suggerendo di riconsiderare la reclusione come strumento che incide sulla dimensione spazio-temporale dei migranti di modo tale da esternalizzare i costi di inserimento nel mercato del lavoro. Parallelamente, la soggettività autonoma della mobilità umana è evocata per restituire a donne e uomini migranti un ruolo attivo all’interno dei processi costitutivi della società italiana ed europea, e svelarne il potenziale sovversivo.

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