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La Turchia e l’accordo con l’Unione Europea

Tesi di Corso di Alta Formazione in Operatori legali specializzati in protezione internazionale in "Diritto dei migranti" - Università della Calabria

Photo credit: Amnesty International

Anno accademico 2017-2018

La Turchia, nonostante sia un Paese dove prende sempre più piede la deriva assolutista e dittatoriale, nonostante l’altissimo livello di persecuzione e censura, sembra attirare su di sé le simpatie delle grandi potenze internazionali.

Quanto sta accadendo in Turchia, infatti, è una deriva autoritaria di stampo estremista islamico che ha assunto col tempo contorni assai inquietanti.
Ma, nonostante ciò, gli accordi commerciali ed internazionali con l’Occidente vanno a gonfie vele, testimonianza di una partnership rinsaldata negli ultimi anni.
A livello economico, Germania e Regno Unito intrattengono scambi commerciali di grande rilievo.
A livello di politica internazionale, la Turchia assume un ruolo centrale per la politica militare della NATO e degli USA.

Gli interessi prettamente economici e militari, quindi, sembrano prevalere sui diritti umani: in tal senso s’inserisce l’accordo tra Unione Europea e Turchia; a livello nazionale ed internazionale ha suscitato da una parte fervore ed entusiasmo, dall’altro indignazione e contestazione.
Firmato a Marzo 2016 ha, di fatto, creato un tappo ai processi migratori lungo il confine europeo.
I soldi, tanti, versati dalle casse di Bruxelles ad Erdogan, appaiono come una sorta di vendita dei profughi siriani, bloccati ormai da anni in territorio turco. Una vendita di essere umani camuffata dalla parola “rimpatri“.

La situazione siriana, esplosa in seno alle primavere arabe del 2011, ha sperimentato un’escalation sempre più violenta per arrivare al punto di non ritorno odierno.
Da guerra civile, infatti, si è trasformata in una guerra internazionale dove più attori sono coinvolti: da una parte Assad, appoggiato da Iran, Hezbollah, Russia, Iran e Iraq; dall’altra invece USA, Arabia Saudita, Qatar, Francia e Turchia. La mina vagante del conflitto è il sedicente Stato Islamico.

Uno scontro che va letto sopra le righe: è una guerra tra i nemici storici Russia e USA, tra sunniti e sciiti.

La Turchia, sunnita, ha preso la palla al balzo per guerreggiare contro gli odiati curdi e spalleggiare le nazioni anti-Iran. Una situazione assai ingarbugliata con tante nazioni che “imbracciano un fucile” ed una sola vittima: il popolo siriano, con martiri i civili.

Nel momento in cui la situazione è esplosa fragorosamente, quando la devastazione ha assunto contorni apocalittici, il popolo siriano si è di fatto trasformato in profugo.
Logico, sia per la vicinanza territoriale, sia per le tutele che dovrebbe offrire, cercare l’appoggio della democratica Europa e tentare di arrivarci in ogni modo.
Se l’Europa in un primo momento ha lasciato uno spiraglio aperto, le paranoiche visioni sull’immigrazione da parte dei suoi Stati e popolazioni l’hanno poi chiuso.
E’ stato così stipulato un accordo con uno Stato il cui regime ha preso una piega sempre più dittatoriale, quindi non allineabile con i principi europei e con lo status di paese terzo sicuro, elemento imprescindibile e fondamentale per poter concludere un accordo.

Se Erdogan ha inscenato il 15 Luglio 2016 un autogolpe per avere la scusante di ottenere maggiori poteri e dare il via ad epurazioni di massa, l’Europa invece ha fatto direttamente un autogol. Ha fatto venir meno i cardini delle proprie normative e dei propri principi firmando un accordo che, di fatto, ha bloccato nel mare dello sfruttamento milioni di rifugiati siriani. Siriani che, legge alla mano, in Europa avrebbero sicuramente avuto diritto alla protezione internazionale.

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Pietro Giovanni Panico

Laureato in Scienze Politiche presso l'Università della Calabria e consulente legale specializzato in protezione internazionale.
Sono appassionato di diritto e cooperazione internazionale.
Ho collaborato con svariate testate giornalistiche online sui temi dei diritti umani e immigrazione.