/

Chiamatemi per nome

La disumanizzazione dell’altro, dell’emarginato, dell’inferiore

Cosa sta accadendo alle persone, agli esseri umani di questa Europa bianca, sazia e in pace?

La “disumanizzazione dell’altro” è un processo esistito diverse altre volte nei cicli storici, ed è un processo che tende ad annullare la percezione di quello che diventa il nostro “nemico” in termini di essere umano come noi, con i nostri sentimenti, con le nostre caratteristiche fisiche, con la nostra capacità di amare e di soffrire. E’ successo con gli ebrei (e in altre parti del mondo, vedi poi i sionisti contro i palestinesi, ma vorrei parlare dell’Europa recente) e dopo le immagini di corpi straziati, torturati, usati come cavie, pelle e ossa, famiglie separate, bambini uccisi e genitori lasciati morire di fame, si era detto che non doveva accadere mai più. Dopo quelle immagini, dopo quegli anni, i nazisti e coloro che avevano sostenuto quelle dinamiche, dovevano nascondersi per la “vergogna sociale” costruita e non potevano dire apertamente di avervi preso parte.

All’epoca si giustificò gran parte di quel massacro per “l’assenza di informazione” o per la presenza di informazione distorta della realtà. I nazisti tedeschi mostravano video di campi di concentramento in cui gli ebrei producevano, si divertivano, mangiavano; immagini in cui i bambini giocavano e ricevevano le migliori cure. Questi video in questione, oggi, quando la verità dei fatti succedutisi è acclamata, fanno venire i brividi e allo stesso tempo insegnano che i “media”, l’”informazione” costruita, è in grado di galvanizzare le menti, senza nessuno spirito critico.
Ed oggi cosa è cambiato?

Masse di persone affrontano un viaggio disperato, subendo torture, soffrendo l’assenza di cibo, di acqua, del supporto famigliare. Arrivano in Libia, rinchiusi in campi lager pagati dall’Italia o incarcerati dai trafficanti per chiedere ulteriori soldi alle famiglie (che spesso sono “prigioni” coincidenti). Vivono per mesi ammassati in pochissimi metri quadri, con quel poco che basta per sopravvivere, sono venduti come schiavi (di manodopera o sessuali, donne e uomini indistintamente), le madri partoriscono a terra, in mezzo a liquami e ad altre tantissime altre persone. Molte volte i bambini non sopravvivono, molte volte sono le madri a non sopravvivere al parto di un figlio vittima di una violenza. La premessa necessaria per comprendere tutto questo è che nessuno accetta di patire queste sofferenze se a casa sua poteva vivere meglio. Nessuno, neanche un folle.

E quindi?
Chi li fa partire? Se ne restassero a casa loro! 600 in meno! Affondiamo i barconi! Ce ne stanno troppi! Danno fastidio! E gli italiani?!? Non fanno nulla dalla mattina alla sera! Ma si, ne ammazzassero di più! Ci rubano il lavoro! Evvai, 600 in Spagna che li rimanderà a casa. Evviva.

Da dove viene tutta questa rabbia/gioia del cittadino comune, tendenzialmente benestante, che non ha mai subito limitazioni di libertà nella sua vita (per intenderci, se vuole prendere un aereo per andare in Giappone, nessuno glielo impedisce), che ha una vita tutto sommato lineare, in quanto cittadino italiano al quale sono di fatto garantiti diritti che questi esseri umani non hanno?

I numeri relativi all’accoglienza in Italia, negli ultimi due anni, sono ridicoli. Il sistema dell’accoglienza, invece, in Italia, andrebbe riformato, su questo non ci sono dubbi, in quanto “ancora” ci troviamo a dover fare i conti con una gestione “emergenziale” del fenomeno, che consente di agire quasi senza nessun tipo di controllo.

La questione dell’immigrazione è complessa, non si può ridurre in slogan o in poche righe; come si potrebbe pensare di ridurre, per esempio, il codice penale per intero, in slogan sconnessi da bar?! Eppure la politica di oggi è riuscita a fare questo.

Sminuire il lavoro sul campo, la formazione e le competenze. Ridurre la situazione complessa in slogan da ultras, confezionare “bugie”, false realtà, come i video dei nazisti sui campi di concentramento, per cui oggi il Ministro degli Interni dice che i campi di detenzione in Libia sono perfetti, immacolati, non esistono torture e maltrattamenti.

Le menti, assuefatte dalla “veridicità” dell’informazione, non più critiche e “scordarelle” si bevono tutto ciò che viene detto, perché sciorinato in termini di “verità” e quindi non esiste più l’altro punto di vista, esiste solo ciò nel quale fa comodo credere. Non si è più disposti a vedere, toccare con mano, cambiare opinione, perché una piattaforma, o un neoleader “ti dicono che quella è la verità, credeteci, è quella e ve lo dimostreremo”, come? “con altri video….”.

Quella dell’immigrazione è solo una delle questioni “vittime” di questo meccanismo di divulgazione. Funziona con qualsiasi altro argomento e i neoeletti lo hanno capito molto bene.

Ci servono fortissimi spunti di riflessione per comprendere come sovvertire questa tipologia di galvanizzazione, quasi settaria, religiosa, tifosa, perché di questo passo convinceranno le persone che il cielo è rosso a tutte le ore del giorno. E noi, operatori del settore, la dobbiamo smettere di tacere per non alimentare polemiche. Dobbiamo difendere le nostre posizioni, la nostra persona, la nostra esperienza professionale. Dobbiamo difenderla come se difendessimo una posizione personale. Ci hanno abituati anche a questa forma di violenza verbale “professionale”, per cui non replichiamo più neanche quando ci accusano di rubare, di truffare, di essere delle “macchine di morte” per i migranti. Basta; alziamo la testa.

Come? Utilizzando la legge. Querelando se necessario. E aprendo le porte dei nostri centri, invitando le persone alla condivisione, all’accettazione dell’altro. Invitando le persone a toccare con mano la sofferenza dell’altro ed enfatizzando sugli aspetti della multiculturalità che possono far crescere sia l’autoctono, sia l’ospite.
Apriamo le porte a testa alta.