Saluzzo – Schiavi MAI

Una battaglia per i diritti che sta coinvolgendo tanti lavoratori agricoli

Il 4 giugno 2018 il Comune di Saluzzo ha aperto nell’ex caserma Filippi al Foro Borio un campo sorvegliato che ospita circa 400 persone (368 posti letto in un’unica camerata, senza finestre e senza acqua calda), dopo aver innalzato un muro ferrato alto tre metri per impedire l’accampamento nella zona dove fino allo scorso anno sorgeva la baraccopoli occupata a autogestita soprannominata “Guantanamò”.

Il nuovo campo (denominato dalla Lega “centro sociale per migranti in vacanza”) è gestito da una cooperativa e dalla CGIL con un controllo di polizia, carabinieri, polizia municipale e guardia di finanza 24 ore su 24, secondo l’accordo stilato con la Prefettura di Cuneo. Per accedere al campo i lavoratori devono mostrare un tesserino di riconoscimento numerato, chi non ce l’ha resta fuori.
I comuni vicini non hanno aperto le case (Revello) o hanno confermato e continuato il poco fatto gli scorsi anni (Lagnasco, Verzuolo, Costigliole). Tutto ciò è chiamato PAS (Progetto di Accoglienza Stagionale).

Nel viale adiacente l’ex caserma oltre 200 persone dormono sui cartoni senza coperte né materassi ed esposti alle intemperie, specie alla pioggia incessante in queste sere di inizio estate.
La notte è difficile dormire, bagnati e con lo stomaco vuoto, spesso malati. La frutta però non può aspettare di marcire sui rami come gli uomini per strada e, così, fin dalle prime ore del mattino, chi ha la fortuna di possederne una inforca la bicicletta e percorre chilometri per soddisfare le esigenze della filiera agricola della provincia e generare un profitto senza riceverne mai il benché minimo provento.

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A fine giugno i braccianti del Foro Boario hanno scritto una lettera al sindaco di Saluzzo con la richiesta di un incontro per rivendicare i diritti minimi e un tetto sulla testa. Il sindaco non li ha ricevuti ma si è presentato a sorpresa al Foro Boario per dire ai pochi presenti in quel momento (la maggior parte erano nei campi a lavorare o a cercare lavoro) che dal giorno successivo gli “esterni”, cioè tutti coloro che da settimane e mesi dormono all’addiaccio sul marciapiede, avrebbero potuto accedere a cucina e bagni del campo previo rilascio del permesso di soggiorno al check point.

Il 10 luglio un gruppo di braccianti ha occupato in via Lattanzi a Saluzzo un capannone in disuso, capannone che dapprima ha ospitato la “Cogibit” e poi il magazzino della Provincia di Cuneo. La situazione è precaria e priva di qualunque servizio essenziale, ma quantomeno offre riparo quando anche il cielo piange sopra a chi è costretto a lavorare come schiavo vivendo in condizioni disumane.
Con la stanchezza, aumenta la rabbia, la necessità di restare uniti, la consapevolezza che non si tratta di considerare privilegiato o meno chi dorme su un materasso piuttosto che su un cartone. Si tratta invece di lottare e non per togliere un diritto a chi ce l’ha già, bensì per rendere quel diritto realmente universale e riappropriarsi della dignità propria e altrui.

E così sabato 21 luglio alle 8 del mattino sono in tanti a Saluzzo pronti a salire sui pullman affittati dall’USB e dal comitato antirazzista saluzzese, talmente tanti che neanche i posti sulle macchine dei solidali presenti bastano di fronte a una così numerosa volontà di scendere in piazza e chiedere casa, diritti, lavoro, giustizia. Una delegazione di circa 130 braccianti riesce a partire, gli altri li sostengono a distanza, aspettano con ansia il ritorno vittorioso dei compagni. Il passaparola per comunità d’appartenenza dei giorni scorsi ha funzionato e ora ci si sente tutti parte di una grande famiglia, o forse meglio, di una grande forza.

Ci troviamo alla stazione di Cuneo, in una città che si risveglia lentamente all’alba di una giornata grigia e densa d’umidità che minaccia pioggia. La marcia inizia al grido di “casa, lavoro, diritti per tutti!”, dal corteo si levano cartelli e striscioni autoprodotti con le parole d’ordine scritte a pennarello “Siamo lavoratori, non animali”, “Acqua Luce Dignità”, “Giusta paga”.

Il generatore fa le bizze, ogni tanto occorre fermarsi e rimetterlo in funzione, ma il corteo non rimane in silenzio neanche un minuto, c’è l’urgenza di non tacere di fronte allo sfruttamento, di comunicare la propria condizione agli abitanti di questo capoluogo, medaglia d’oro per la resistenza. E piano piano i suoi abitanti si svegliano, la verità e la sete di giustizia è contagiosa, diminuiscono gli sguardi stupiti e spaventati da tanta melanina tutta insieme e iniziano a levarsi, dapprima timidi, poi sempre più fragorosi i primi applausi dalle finestre, dai tavolini dei bar, dal marciapiede. Qualcuno prende coraggio, si unisce, cammina con noi. Tanti riprendono con il cellulare una scena che riporta a lotte passate e troppo in fretta dimenticate. Una ragazza molto giovane interviene con le lacrime agli occhi per unire la propria testimonianza. Anche lei ha lavorato nei campi per raccogliere la frutta a fianco dei braccianti migranti, ma lei, al contrario dei suoi colleghi, aveva diritto alla tutela del proprio lavoro. Impotente aveva assistito all’infortunio di un suo compagno di raccolta, messo a condurre una macchina semovente senza averne la competenza, e alla conseguente perdita di preziosi giorni di retribuzione non avendo questi diritto alla mutua.

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Arrivati davanti alla prefettura, un timido sole inizia a spuntare e a riscaldare gli animi e le voci sempre più accese, sempre più forti dei manifestanti. Il meteo è dalla nostra parte, almeno lui.
Una delegazione composta da due rappresentanti dell’USB, uno del comitato saluzzese antirazzista e due rappresentanti dei braccianti agricoli è ricevuta in colloquio dal prefetto di Cuneo.
Sotto il palazzo della prefettura, si forma un cerchio, nessuno se ne va e, nell’attesa, iniziano i racconti, le testimonianze di infanzie finite troppo presto, viaggi infernali, l’interminabile attesa di un pezzo di carta a giustificare la propria esistenza sul territorio e, nonostante quello, diritti nuovamente calpestati e la sensazione di sentirsi privati per sempre del calore di un focolare, di un proprio posto nel mondo.

Adam, arrivato quindicenne nel 2009 a Lampedusa, racconta il suo vissuto in Italia fino ad oggi, l’infanzia violata e invisibile, il duro lavoro nei campi, la violenza della mafia e la rivolta di Rosarno. E ancora l’ignavia, l’incompetenza il marketing elettorale sulla pelle di migliaia e migliaia di schiavi. Italiani compresi. I risultati sono sotto gli occhi di tutti.

Finalmente, la delegazione ricevuta dal Prefetto fa il suo ritorno nel cerchio dei manifestanti e Aboubakar Soumahoro, USB, racconta dell’incontro e soprattutto guarda alle lotte future ed urgenti. Le sue parole arrivano dritte al cuore e rigenerano speranza.

«Senza di noi la frutta non si raccoglie! Non possono farlo con i computer. Sia che si dorma nella caserma che per strada. Abbiamo chiesto di aprire un tavolo di confronto congiunto con le aziende, la regione, la prefettura e i Comuni. È lì che andiamo a lavorare di giorno ma gli stessi amministratori non si preoccupano di dove andiamo a dormire la notte.
Importante il ruolo della Regione Piemonte. Questa ha ricevuto dalla Comunità europea oltre 1 miliardo di euro per il Piano di Sviluppo Rurale Piemonte 2014 – 2020 che dovrebbe servire anche all’inclusione sociale, riduzione delle povertà e sviluppo economico delle aree rurali.
Le aziende che percepiscono finanziamenti comunitari devono essere obbligate a rispettare i diritti dei lavoratori, pagarli secondo contratto, versare i contributi, garantire loro una sistemazione dignitosa.
Non si possono dichiarare due giorni di lavoro al mese quando in realtà ne sono stati svolti venti.
Si lavorano anche fino a dodici ore di lavoro quotidiano contro le 6.5 previste dal contratto. Questa è schiavitù, sfruttamento!
Il nostro messaggio è chiaro: uguale lavoro, uguale salario.
Non possiamo avere buste paga con solo cinquanta euro perché tutto il resto è in nero.
In questa provincia i braccianti sono almeno 16000 di cui il 70% è composto da migranti. Ma che siano migranti, lavoratori comunitari o italiani chiediamo per tutti uguale lavoro uguale salario.
Il Prefetto si è impegnato a sollecitare i Comuni per trovare una sistemazione alle oltre 200 persone che a Saluzzo dormono per strada.
Al Prefetto abbiamo detto: “Racconteremo ovunque quello che sta succedendo! Se una persona dorme per strada il Prefetto ha la responsabilità di interrogarsi su che fine fanno quelle persone”.
Hanno responsabilità anche i Comuni dove andiamo a lavorare. Vogliamo vivere come degli esseri umani e non come dei cani abbandonati per le strade. I cani hanno il veterinario e noi se ci ammaliamo non percepiamo salario e il più delle volte neanche l’assistenza sanitaria».

Fuori dalla registrazione video terminata anzitempo, Aboubakar ha poi aggiunto che bisognerà incontrare il Sindaco di Saluzzo per capire bene come funziona “la caserma”, il luogo che l’amministrazione ha destinato alla sistemazione di una parte dei lavoratori.

«Si entra solo se si ha un lavoro? Ma come si fa ad avere un lavoro se non si ha un tetto? C’è discriminazione tra chi sta nella “caserma” e chi non vi può entrare solo perché non ha un lavoro regolare? Al contrario: è vero che ha volte basta avere il tesserino della “caserma” per poter trovare più facilmente un lavoro?»

Una giornata piena di dignità, una battaglia lunga ma che coinvolge tutti i lavoratori agricoli.
La pacchia continua solo per i malfattori, gli sfruttatori e gli evasori contributivi.
Noi si va a casa al grido di “Schiavi MAI”, loro tornano ai giacigli di cartone stesi in strada ma sui volti non vi è l’ombra della resa.

Marta Peradotto, Carovane Migranti

Marta Peradotto, Carovane Migranti

Attivista di CarovaneMigranti, vive a Torino e insegna in una scuola primaria. Ha partecipato alla carovana #Overthefortress a Idomeni a marzo 2016 e ha visitato vari campi profughi governativi e spontanei ad Atene, Salonicco e sulle isole greche (Lesvos). In Italia ha avuto modo di conoscere e partecipare da indipendente ai presidi di Ventimiglia e Como.