Il modo in cui parliamo di integrazione porta alla segregazione, non all’inclusione

Tamim Nashed*, Refugee Deeply - 16 novembre 2018

Alcuni candidati in cerca di lavoro vicino ad una parete di annunci alla fiera annuale del lavoro per rifugiati e migranti organizzata all’Estrel Hotel, Berlino, 20 febbraio 2018 (Photo credit: Sean Gallup/Getty Images)

Ho lasciato la Siria nell’agosto del 2012, perché non avevo altra scelta. Avevo degli amici in Austria, ecco perché sono finito a Vienna. All’epoca, non avevo idea di cosa significassero le parole “rifugiato”, “asilo” o “integrazione”.

Ho passato il primo anno dopo aver ottenuto asilo ad imparare il tedesco e cercare un lavoro. Ma non avevo nessuna intenzione di integrarmi nella nuova società in cui vivevo, e spesso mi chiedevo perché ne avessi bisogno.

Dopo 18 mesi di duro lavoro per imparare la lingua, farmi nuovi amici ed esplorare un nuovo paese, alcuni giornalisti iniziarono a contattarmi. Volevano sapere qualcosa in più sulla rivoluzione siriana e i fattori che mi avevano aiutato ad integrarmi in Austria.

Quella fu la prima volta in cui mi trovai ad avere a che fare con il mondo dell’”integrazione”. Prima di allora, ero convinto di essere già parte della società, dato che i miei amici non mi avevano mai chiesto di integrarmi: eravamo tutti uguali, vivevamo nello stesso posto ma avevamo esperienze diverse.

Per me, “unirmi” al mondo dell’integrazione sembrava un peso, che ero costretto a portare dal governo, dalle ONG, dalle istituzioni pubbliche e da altri attori chiave. Mi sentivo sballottato da un posto all’altro con la scusa che certi progetti o programmi erano pensati per persone come me – rifugiati, perché i rifugiati hanno bisogni particolari. È in momenti come questi che realizzi che fai parte di una minoranza e sei trattato in modo diverso rispetto a qualsiasi altra persona che voglia semplicemente imparare un’altra lingua, iniziare un nuovo lavoro e sistemarsi in un paese nuovo.

È quasi come se si aspettassero che tu resti indietro e ti affidi all’assistenza offerta dai superiori. Io stesso combatto ancora con questa situazione, nonostante i policymaker e le ONG mi considerino un esempio di storia a lieto fine.

Per queste ragioni, credo che i rifugiati dovrebbero chiedere consiglio ad amici, fornitori di servizi, scuole di lingua o qualsiasi altra fonte che possa aiutarli a trovare stabilità nel nuovo paese, dato che molti attori appartenenti alla società civile stanno facendo grandi sforzi per aiutare i nuovi arrivati.

I programmi esclusivi e i corsi di integrazione pensati solo per i rifugiati portano alla segregazione invece che all’inclusione, e non sempre tengono in considerazione i diversi background dei nuovi arrivati, come il fatto che coloro che scappano dalla guerra potrebbero aver bisogno di maggiore assistenza per superare il trauma e i problemi di salute collegati. I rifugiati si trovano spesso a dover seguire certi percorsi o fare certe scelte imposte dai governi, e questo porta alla creazione di una società di seconda classe. Viviamo in un’epoca dove l’”integrazione” è diventata un peso per i “rifugiati” invece che una soluzione.

Per creare società inclusive, i governi devono accettare la diversità e integrarla nel discorso sui diritti umani. Questo può accadere attraverso l’educazione e la lotta alla discriminazione. Abbiamo bisogno di sistemi di istruzione che educhino alla diversità e sottolineino l’importanza di dare pari opportunità a tutti, e per questo i policymaker dovrebbero pensare in modo strategico e modificare i sistemi attuali.

Al momento, le agende politiche stanno polarizzando le società europee, e qualsiasi passo nella giusta direzione può essere rapidamente disfatto se c’è un cambio di governo.

Una volta che la diversità è vista come parte essenziale di una società, vedremo le future generazioni dare la diversità per scontata. Queste nuove generazioni non faranno discriminazioni in base alla nazionalità, alla razza, al colore o a qualsiasi altra ragione. I futuri insegnanti, policymaker e funzionari degli enti pubblici non discrimineranno perché saranno cresciuti in un paese che accoglie le diversità, e ideeranno politiche che avranno effetto su tutta la popolazione, non solo sui rifugiati. Questo potrebbe sembrare un sogno, ma è proprio questo il sogno dei rifugiati: non essere qualcuno che ha bisogno di attenzioni specifiche.

Il mio consiglio ai rifugiati è di combattere per cambiare il discorso e il modo in cui le persone pensano ai “rifugiati” e all’”integrazione”, perché queste due espressioni sono diventate fuorvianti. L’”integrazione” nella sua forma attuale porta alla segregazione piuttosto che all’inclusione. Dobbiamo combattere la stigmatizzazione, e con la terminologia attuale questo non è possibile, perché’ enfatizza il fatto che siamo una minoranza e non una parte della società in cui viviamo.

Ho imparato che un rifugiato non dovrebbe mai sentirsi incapace di perseguire i propri sogni. E questo è il messaggio per cui continuerò a lottare.

Questo articolo è apparso originariamente in un report pubblicato da “Friends of Europe” con il titolo “Real People, Real Stories”.
Le opinioni espresse in questo articolo appartengono all’autore e non riflettono necessariamente la linea editoriale di Refugee Deeply.