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Openminded: conoscere, capire, amare

Un racconto da Asmara di Diletta Bufo*

Oggi le porte delle case sono aperte o appena socchiuse. Asmara è in festa. Cattolici ed ortodossi celebrano insieme il patrono della città, Santa Maria del Rosario, alla quale è dedicata la cattedrale. Mi trovo nel quartiere che chiamano “Mercato venerdì“, dietro Medheber, assieme a Sonia, italoeritrea che lavora come bibliotecaria alla scuola italiana. È la guida migliore potessi avere: parla benissimo la nostra lingua, ama il mare e la Liguria, dove ha vissuto per due anni.

Insieme ci avventuriamo in uno di quegli angoli di Asmara dove si respira la vera Afrique. Sotto i piedi abbiamo la terra rossa, polverosa, calpestiamo qualche gomma di automobile usata per formare dei gradini. Basta bussare ad una porta, una qualsiasi forse, di lamiera e fissata con qualche pietra, per essere accolti dal sorriso. Non mi conoscono, hanno poco o niente, ma dalla loro cucina, o meglio, dal fornello con un po’ di carbone, arrivano mille profumi.

Durante la festa patronale, gli asmarini passano da una casa all’altra dove viene offerto loro il piatto della tradizione, naturalmente a qualsiasi ora della giornata: ho fatto merenda con l’engera, il tipico pane composto dal taff (un cereale), sul quale cospargono berberè (come il nostro peperoncino), lenticchie, purè di fave, talvolta carne per i più fortunati. Si va avanti fino a tarda sera, ballando tra i carruggi della favela in un modo tutto loro: muovono soprattutto collo e spalle, che per me che sono un legno è impossibile.
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Qualcuno esagera con la sua (un alcoolico acidulo dal colore della birra) e con lo zibib (al sapore di anice), che è tradizione portare in dono quando si è ospiti da qualche amico. Così come lo zucchero. “Perché regalare dei fiori?“, mi dice Sonia, si porta lo zucchero che è utile! Le porte oggi sono socchiuse perché è festa, perché quando non si lavora bisogna stare insieme, perché l’accoglienza qui viene naturale.
Siamo in nove nella stessa casa, che è una stanza, dove ci stanno il letto dei genitori, quello dei bambini, il tavolo attorno a cui siamo riuniti, seduti su panchetti in paglia. E c’è una vecchia tv a tubo catodico, sintonizzata su EriTv che trasmette musica tigrina. Sento vicinanza tra noi, non solo fisica perché siamo stipati come sardine, ma anche emotiva.

Non ci si conosce, non si parla neppure la stessa lingua, ma mi fanno capire che sono pronti ad accogliere nel loro animo. Abbiamo solo da imparare da persone così. L’uomo occidentale – non tutti per fortuna – qui si sente un pizzico superiore e non si mescola ai locali. Io penso che in questo modo non conoscerà mai Asmara, che non è solo Harnet Avenue o il cinema Roma, ma è molto di più. Gli italiani qui hanno fatto tanto, è vero, Asmara è soprannominata “la piccola Roma“, ma la cultura di questa città non dipende solo dalla sua architettura. Ma dai suoi odori, dai colori dei vestiti più eleganti che indossano oggi le signore, dalle acconciature che si sono fatte per l’occasione, aggiungendo pure capelli finti. Dalle loro risate, dalla loro gestualità: si salutano dandosi la mano ed avvicinando la spalla che battono su quella dell’altro.
E tutto questo non si può capire se non ci si mescola a loro. Non è solo la porta del mare di Lampedusa che dobbiamo aprire, è prima di tutto quella della nostra mente. Openminded.

Diletta Bufo