/

Cosa succede a Calais?

Scomparsa dai media, la frontiera continua a fare morti e feriti, tra incidenti stradali, sparizioni inquietanti e morti “accidentali”

Photo credit: Care4Calais

In ottobre 2018, a Calais, per provare a passare in Inghilterra saltando sui camion, c’erano tra le 400 e le 500 persone. È da un po’ che non si fa un censimento, ma più o meno, la cifra è quella.

Come sempre, da ormai molti anni, la maggior parte dei migranti arriva a Calais per cercare di passare la frontiera, compito reso sempre più difficile da immense reti di filo spinato e da controlli sempre più frequenti della Polizia di Frontiera (PAF) nei camion e nei parcheggi. Chi, dopo svariati tentativi, passeurs pagati, arresti subiti e violenze di vario genere, non riesce a raggiungere l’Inghilterra, cerca di stabilizzarsi in Francia e chiedere l’asilo.

Calais non è l’unico punto di partenza sul litorale nord francese, più di mille infatti erano i migranti a Grande-Synthe in ottobre, tra cui molte famiglie e bambini. Negli ultimi due mesi sempre più famiglie iraniane si sono spostate a Calais, dove rimangono per un tempo più o meno lungo: scappano dalla recente politica di repressione messa in atto dal Comune che fino ad ora era stato più aperto e accogliente.

La maggior parte dei ragazzi dorme all’aperto, in boschetti ai margini della città, in piccoli accampamenti o in case abbandonate quando va bene. Alcuni beneficiano dell’ospitalità di persone, calaisiani solidali che li accolgono a casa loro per qualche notte. Vivere nell’invisibilità è la normalità a Calais, i piccoli gruppi di ragazzi che cercano di restare in centro città, dormendo sotto i ponti, vengono rapidamente cacciati verso la periferia.

La repressione è quotidiana a tutti i livelli: le espulsioni sono ricorrenti, alle associazioni arrivano circolari del Comune che cercano di impedire la distribuzione di pasti e beni di prima necessità, attività tuttora svolte dalle varie ONG; continui controlli d’identità della polizia svolti con metodi intimidatori e scortesi son all’ordine del giorno.

Non c’è un sistema di accoglienza che offra un riparo “dignitoso”, né un luogo di vita “autorizzato” come ai tempi della “Jungle”, la situazione di precarietà costante aumenta la vulnerabilità dei migranti.

Ora che l’inverno porta le temperature sotto zero all’estremo nord francese, un dispositivo di mise à l’abri (riparo, ndr), per un totale di 150 persone, viene attivato durante qualche notte particolarmente fredda. Rimangono comunque 250/300 persone che dormono nelle tende vicino agli alberi spogli.

Gli unici centri di accoglienza stabili sono lontani da Calais e sono destinati principalmente ai richiedenti asilo. All’interno si svolgono le procedure di selezione dei migranti “giusti” e quelli “sbagliati”, i meritevoli di asilo e gli altri, destinati ad altri paesi europei o all’espulsione nei propri paesi d’origine.

Questi centri sono sottoposti alle direttive repressive dello Stato e alla volontà di allontanamento. I responsabili delle strutture spesso non hanno la competenza e il tempo di accompagnare giuridicamente i migranti che si trovano in situazioni giuridiche complesse, che necessitano di fare ricorso o denunciare una violenza subita. Inoltre, i centri sono lontani dalle reti di associazioni più indipendenti: allontanare le persone dalle reti di sostegno cittadino è volontà dello Stato, che fa prevalere l’isolamento sull’inclusione e preferisce l’espulsione all’accoglienza.

Le condizioni di vita dei migranti in Francia, specialmente nelle zone di frontiera come Calais (o tra Menton-Ventimiglia), sono particolarmente indegne, i diritti fondamentali sono violati regolarmente, come denunciato dal Defenseur des Droits francese.

Le pratiche selvagge di espulsione con l’uso sproporzionato della forza, aggravano delle condizioni di vita già precarie. Da più di un anno, la polizia e i carabinieri intervengono al mattino per confiscare tende, coperte e effetti personali.

Con un quadro giuridico volutamente mantenuto fumoso, le operazioni della polizia permettono una persecuzione quotidiana e banalizzata dei migranti, privati di qualsiasi sicurezza, possibilità di dormire e avere una stabilità sufficiente a organizzare una difesa collettiva.

Le espulsioni illegali non sono nuove a Calais, ma il numero di espulsioni ha raggiunto una cifra record: nel settembre 2018 sono state censite più di sessanta espulsioni. La precarietà giuridica degli stranieri in Francia è oggi aggravata dalla nuova legge per la sicurezza interna e contro il terrorismo e dalla legge per il controllo dell’immigrazione elaborate dal governo Macron tra 2017 e 2018.

La frontiera uccide, scrivevo in un report passato sulla situazione a Calais. E continua a fare morti e feriti, tra incidenti stradali, sparizioni inquietanti e morti “accidentali”.

Un ragazzo eritreo è stato finalmente identificato dopo un incidente avvenuto sull’autostrada A16, è in coma dal 2 dicembre e ne sta lentamente uscendo. I famigliari in Olanda sono stati contattati.

La Polizia di Frontiera ha fatto una richiesta di identificazione alle associazioni per una persona elettrificata il 9 dicembre. L’identità non è ancora stata determinata.

Di Calais in Francia si parla ben poco in questo periodo di gilets gialli. Qualche accenno viene fatto quando si tratta di definire le conseguenze della Brexit, e quindi l’ennesima ridefinizione di chi controlla la frontiera. In ogni caso, rimane chiusa. Almeno per tutti coloro che non hanno il passaporto giusto, la pelle del colore giusto e non parlano la lingua giusta.

Linda Bergamo

Una grande passione per l’Afghanistan mi ha portato a far parte dell'Associazione Cisda ONLUS in sostegno alla Revolutionary Association of the Women of Afghanistan (RAWA).
In parallelo a un Dottorato di ricerca all’Università di Grenoble, lavoro come operatrice sociale con le vittime di tratta degli esseri umani per sfruttamento sessuale.