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Francia – Violenze della polizia e sciopero della fame nei centri di detenzione

Cyril Lecerf Maulpoix, Regards.fr - 7 gennaio 2019

Alam ha 33 anni. È arrivato dall’Egitto quattordici anni fa. Sposato e padre di quattro bambini francesi in età scolare, viene portato alla stazione di polizia per un controllo di identità il 1° dicembre in seguito a una chiamata dei vicini. Abituato ai controlli di polizia “che solitamente duravano un’ora“, questo nuovo controllo si traduce questa volta in una custodia cautelare presso la stazione di polizia del 20° arrondissement.

L’immotivata custodia cautelare della polizia dura diverse ore e si rivela molto violenta: “C’è stata molta aggressività. Sono stato portato in una stanza isolata. Poi una poliziotta ha spruzzato dei gas e ha richiuso la porta.”

Una volta uscito dalla cella, Alam viene colpito e picchiato all’ingresso, davanti agli occhi di tutti.

La custodia cautelare termina dopo alla polizia giudiziaria di Quai des Orfèvres n.36 prima di essere spedito direttamente al centro di detenzione di Vincennes.

Rilasciato prima di 48 ore da un giudice delle libertà, la prefettura di polizia persiste e fa immediatamente appello per rimandarlo in un centro di detenzione. Sei ore dopo, sono otto i detenuti a comparire così davanti a un giudice della Corte d’appello.

Bastano pochi minuti per rispedirli subito al centro di detenzione, pochi minuti che si sarebbero conclusi pubblicamente con un “rientrate, non vogliamo nessuno qui” del giudice.

La vergogna della Repubblica

Di ritorno a Vincennes, le condizioni di detenzione sono insostenibili. “Se veniste a filmare qui, persino i cani non accetterebbero tutto questo“, dice Alam. Insalubrità dei servizi igienici, cibo incommestibile, alcuni detenuti dormono in tre per terra all’interno di celle fatte per due persone.

A proposito della vita quotidiana in questo centro di detenzione di 180 posti, Alam racconta di intimidazioni e di violenze che avvengono ormai all’ombra delle telecamere del centro, nella “cassaforte“, il luogo in cui vengono conservati i telefoni cellulari e alcuni effetti personali. “Se tu non piaci a loro, ti ammanettano, ti portano lì e iniziano a picchiarti“, aggiunge Alam-

I centri di detenzione amministrativa (CRA) sono anche i luoghi di applicazione delle strategie violente della PAF (polizia di frontiera).

Nella loro dichiarazione, i detenuti denunciano le violenze che avvengono prima e durante le espulsioni:

Alcune persone sono state picchiate e in seguito deportate mentre venivano incappucciate, imbavagliate e legate con nastro adesivo. Alcuni nostri compagni si sono svegliati, dopo essere stati sedati, in un paese in cui non conoscevano più nessuno. “

Alam parla a sua volta di scotch sulla bocca e di punture utilizzate per sedare prima dell’espulsione in aereo. “Arrivano in stanza in nove o in dieci verso le quattro del mattino,” racconta. Di fronte a queste pratiche della polizia, l’associazione ASSFAM, che abbiamo avuto difficoltà a raggiungere nel momento della stesura di questo articolo, incaricata di difendere i detenuti nel CRA di Vincennes, è secondo le spiegazioni di Alam da parte dell’istituzione: “Alcuni hanno paura, la maggior parte sta con la polizia“.

Anche se scioperi della fame e rivolte dei detenuti avvengono spesso nei CRA – nel dicembre 2017 era stato provocato un incendio per protesta contro l’espulsione di un uomo algerino – l’entità di questo sciopero della fame appare oggi senza precedenti. Sarebbero oggi una quarantina di persone ad aver iniziato lo sciopero in diverse strutture senza nemmeno poter comunicare spesso tra di loro.

Nonostante i tentativi di dissuasione della polizia e del personale sanitario del posto, questo sciopero dovrebbe proseguire nei prossimi giorni. “Secondo me, ci saranno delle azioni. Non molleremo. Siamo pronti alla rivolta, insiste Alam. Continuiamo lo sciopero della fame finché non cadremo”.

Minacciato nel suo paese per aver partecipato a diverse manifestazioni, conclude: ” Abbiamo molti legami qui, i nostri figli, è qui la nostra famiglia. Preferisco morire qui. Non tornerò là. È qui che sono cresciuto”.

Una politica carceraria inconcludente

Questa mobilitazione avviene in un contesto politico particolarmente favorevole alla detenzione di “stranieri” clandestini o di richiedenti asilo. Secondo le cifre presentate dalla CIMADE nel suo ultimo rapporto sui centri di detenzione, “in Francia 50.000 persone sono sottoposte ogni anno a detenzione“.

L’entrata in vigore, a partire dal 1 ° gennaio, della legge del 10 settembre 2018 che prevede in particolare l’estensione del periodo di detenzione a 90 giorni rafforza la volontà di rendere i centri di detenzione delle vere anticamere delle espulsioni.

Per quanto riguarda la reclusione degli stranieri, il disegno della legge finanziaria, modificato dal Senato dopo il passaggio all’Assemblea, le cui cifre esatte non sono ancora state pubblicate, sottolineava nelle sue versioni iniziali la volontà di consolidare nel 2019 questa politica di detenzione in Francia, con condizioni sempre più deplorevoli.

È stato così annunciato un ampliamento di 450 posti pari a un aumento del 30% a livello nazionale, così come un piano di investimenti di 39,2 milioni di euro per le detenzioni di cui solo 1,9 milioni destinati al miglioramento delle “condizioni di vita all’interno dei centri“.