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Chi si preoccupa dell’identità dei morti?

Marion MacGregor, InfoMigrants - 3 aprile 2019

Foto: Mediterranean Missing


“A casa eravamo nell’elenco dei dispersi. I nostri genitori non sapevano se eravamo morti o vivi, e il dolore brucia più forte per il disperso che non per il morto.” (“Journey to Sardinia”, Azzou – rapper harraga algerino)

Alla fine del 2014, una famiglia in vacanza, a pranzo in una taverna su un’isola greca, assistette alla tragedia che si consumava sotto i loro occhi. Il corpo di un uomo veniva lavato a riva. Non sapendo cosa fare, chiamarono un’amica per chiedere aiuto e consigli.

L’amica era Catriona Jarvis, una giudice britannica in pensione che aveva lavorato a un nuovo impianto normativo per i diritti dei migranti scomparsi e morti e delle loro famiglie. La Jarvis partì per cercare di identificare l’uomo, e alla fine, con l’aiuto di attivisti locali, medici e altri, compresi i medici legali, ci riuscì. “Era un giovane siriano. Aveva solo 22 anni. Era una tragedia” ricorda Jarvis. Grazie all’aiuto, fu trovata anche la sua famiglia che, comprensibilmente, voleva che il suo corpo venisse rispedito a casa. Ma era impossibile restituire le sue spoglie alla Siria dilaniata dalla guerra, non da ultimo a causa di costi, complicazioni legali e burocratiche, quindi fu sepolto nel nord della Grecia. “La sua famiglia sa dov’è e può richiedere un visto per fare visita alla sua tomba.”

Questo evento e la consapevolezza che c’erano enormi lacune nei sistemi di identificazione di migranti scomparsi e morti e di ricongiungimento con i loro cari, portò Jarvis a coinvolgersi ancora più profondamente nella difesa dei diritti dei membri delle famiglie e dei cari di coloro che morivano lungo il percorso di migrazione.

Nel 2015 partì come volontaria per l’isola egea orientale di Lesbo, dove erano avvenuti numerosi naufragi e molti migranti erano morti. “Tutti provavano a fare qualcosa. L’obitorio dell’isola aveva spazio per soli due corpi e ce n’erano 70 ad aver bisogno di assistenza e cura. I familiari non sapevano cosa fare o dove andare.”
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I corpi senza nome

Jarvis stessa organizzò un container refrigerato, da inviare a Lesbo come obitorio provvisorio, così che i corpi potessero essere conservati in sicurezza. “È ancora lì, all’ospedale. Spero non debba essere usato mai più.”

Sull’isola, dove la maggior parte dei migranti che attraversarono il Mediterraneo nel 2015 si dirigevano e in tanti morirono, era chiaro che non erano disponibili sufficienti risorse per badare ai corpi o ai diritti delle famiglie. E questo è ancora vero più di tre anni dopo, sebbene meno persone tentino traversate irregolari.

Generalmente c’è un lavoro di archivio e analisi dati post-mortem, sebbene la facilità e l’efficacia dipendano dal contesto. In Grecia, i campioni dovrebbero essere inviati ad Atene, dove il dipartimento di polizia giudiziaria è dotata di un sofisticato database. Ma le procedure in altri Paesi sono diverse. Quando il DNA viene prelevato da un corpo e confrontato, arrivare a una identificazione è possibile, ma è ancora raro che accada. Anche la decomposizione di un corpo rende difficile l’identificazione, e passaporti o altri documenti spesso non esistono.

Quando non si può risalire all’identità attraverso il DNA, il campione dovrebbe essere conservato perché potrebbe risultare utile per identificare l’individuo in futuro. Ma questo non avviene sistematicamente. Ogni Paese agisce diversamente. E le famiglie patiscono le conseguenze, dice Jarvis. “La carenza di comunicazione e coordinamento… causa enormi problemi alle famiglie e aggrava il loro dolore.”

Unidentified refugee, cimitero di Mytilini, 2015

Una crisi secondaria

La complessità e difficoltà dell’identificazione spiega in parte il fatto che l’archivio di dati relativi ai migranti dispersi è finalizzato al conteggio dei morti e dei dispersi piuttosto che a tentare di identificarli o di rintracciarne le famiglie. L’assenza di dati e di conoscenza sulle identità dei morti è “una delle grandi tragedie taciute di questa catastrofe”, ha dichiarato Agnes Callamard, osservatore speciale delle Nazioni Unite sulle uccisioni extragiudiziali.
È soprattutto una tragedia per le famiglie in disperato bisogno di una risoluzione. “Loro vogliono sapere, ‘Sono vivi o morti?’,” dice Jarvis. “Non possono piangere e non possono trovare una risoluzione se non sanno cosa è successo.

Quando capita un disastro naturale, come lo tsunami nell’Oceano Indiano del 2004, una guerra o un attacco terroristico, ci sono riferimenti internazionali per i diritti umani e legali a gestire le conseguenze – per identificare i dispersi e i morti, per assicurare che i diritti dei defunti vengano rispettati. Gli obblighi da parte degli Stati sono abbastanza chiari.

Nel caso delle morti durante la migrazione, non c’è un quadro di riferimento simile, e leggi e procedure differiscono da un Paese all’altro. Anche quando ci sono leggi per le quali perseguire individui responsabili della morte dei migranti, come i trafficanti, i colpevoli difficilmente sono stati consegnati alla giustizia, secondo Agnes Callamard.

Corpi ‘sparsi per tutta la Sicilia’

In Italia non c’è nemmeno l’obbligo legale di identificare il corpo di una persona morta durante la migrazione, dice Giorgia Mirto, ricercatrice del progetto Mediterranean Missing. Questo è stato uno dei primi lavori sistematici di raccolta dati e indagine comparativa dei risultati con i corpi dei migranti nel Mediterraneo e gli effetti della scomparsa di una persona sulle famiglie lasciate nel Paese di origine. La Mirto ha lavorato seguendo la scia dei corpi in Sicilia, dove, a causa della mancanza di posti destinati alla sepoltura dei migranti e di conservazione dei cadaveri in attesa dell’autopsia, sono “sparsi su tutta l’isola“.

Nelle rare occasioni in cui un corpo è stato identificato, spiega la Mirto, è successo dopo tanto tempo dalla sepoltura. Nel momento in cui la famiglia arriva per riprendere le spoglie, è probabile che siano state spostate in un cimitero nell’entroterra o in un’altra parte della costa siciliana. “Finora non ho mai mancato di ritrovare un corpo”, dichiara. Ma senza il suo aiuto, la gran parte delle famiglie non avrebbero potuto rintracciare le spoglie dei loro cari. E lei è in grado di portare avanti questo lavoro solo grazie al sostegno di progetti temporanei come Mediterranean Missing e Human Costs of Border Control.

Un passo avanti…

Il progetto Human Costs of Border Control raccomandava un database centrale di informazioni sui migranti morti o dispersi che aiuterebbe la loro identificazione e l’individuazione delle famiglie. Un’altra serie di raccomandazioni sono arrivate dalla Jarvis e dal progetto Last Rights che gestisce con un altro avvocato per i diritti umani, Syd Bolton, che prevede appelli ai Paesi per istituire un’autorità unica, responsabile per il coordinamento dei lavori legati ai migranti morti o dispersi, come per esempio la creazione di un database dei DNA, con opportuni firewall di sicurezza, attraverso i quali incrociare informazioni genetiche con quelle dei familiari.

Lo scorso maggio, il progetto della Jarvis ha fatto un passo avanti – la Dichiarazione di Mytilini, firmata da molte persone di tutto il mondo. È stata adottata dalla Commissione Nazionale Greca per i Diritti Umani e potrebbe dare maggior forza alla sua causa negli ambienti politici.

Ma una delle cose principali che la dichiarazione richiede è che gli stati aumentino gli sforzi di ricerca e soccorso, che ha ricevuto un brutto colpo con la decisione dell’Unione Europea della scorsa settimana di sospendere le operazioni navali di soccorso nel Mediterraneo sotto l’operazione Sophia.

Con meno imbarcazioni capaci di recuperare vivi e morti, le spoglie dei migranti avranno ancora meno probabilità di essere recuperate, avverte Jarvis, aumentando l’impunità da parte delle autorità: “Ancora più corpi spariranno sotto le onde, non sapremo mai che erano lì“.