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In viaggio verso nessun posto. Sulla rotta dei migranti e dei profughi centroamericani

Laura Panqueva Otálora - Fotografie di Christina Simons, Gatopardo - 28 marzo 2019

Photo credit: Christina Simons

Luis ha 47 anni e viene dal Guatemala. Due mesi fa è stato inseguito da due poliziotti di frontiera nei pressi del fiume ed è caduto da una scarpata. Nove giorni dopo si è risvegliato all’ospedale con metà della faccia paralizzata e quattro fratture al cranio. Vuole raggiungere gli Stati Uniti per trovare il figlio che si è arruolato nell’esercito, ma non sa come cercarlo. Si dispera: “Questo incidente e questo viaggio hanno cambiato la mia vita per sempre”. (In copertina)

Qui riposano gli immigrati irregolari morti in Texas nel tentativo di trovare rifugio negli Stati Uniti.
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Un piccolo gruppo di profughi attraversa il fiume Suchiate, sul confine che separa Ciudad Hidalgo (Chiapas, Messico) da Tecún Umán (Guatemala). Viaggiano su una zattera artigianale, fabbricata con due grosse camere d’aria e tavole di legno. Sono molto vicini al ponte internazionale, porta d’ingresso legale per il Messico.
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Karla Mariana è arrivata a Tenosique dall’Honduras. Si è sentita male a causa della sua gravidanza e sta riposando sdraiata sul cemento. Accanto a lei dormono due dei suoi cinque figli.
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È mattina, Elisabeth e David si siedono vicini prima che il ragazzo vada a vendere mandarini. Lei è la madre di David, un ragazzo molto intelligente; le bande criminali volevano reclutarlo, perciò sono stati costretti a fuggire con soli cinque dollari in tasca. Hanno dormito per strada e camminato per 40 giorni. Già una volta sono stati deportati da Tapachula. Lungo il tragitto, due uomini centroamericani li hanno aggrediti armati di coltello. Li hanno derubati di tutti i soldi e hanno abusato sessualmente di Elisabeth. Sognano di poter vivere a Città del Messico. Lei vuole diventare chef e mandare il figlio a scuola.
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Laura Ávila ha 51 anni e viene dall’Honduras. Un anno fa ha perso una gamba cadendo dal treno “La bestia”, a Torreón, Coahuila. Racconta: “Ho lasciato il mio paese per avere una vita migliore e adesso sto peggio di prima”. Ha quattro figlie e molti nipoti.
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Emérita de Jesús Palma ha 79 anni. Tre mesi fa ha viaggiato da sola da El Salvador fino in Messico per ritrovare il figlio che lavora in una piantagione di banane nel Chiapas, ma si è persa. Ha fatto richiesta di un visto umanitario come rifugiata vulnerabile per via dell’età e spera che le autorità la aiutino a ricongiungersi con il figlio.
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Un profugo honduregno riprende il viaggio dopo essersi riposato in un alloggio a Ixtepec, Oaxaca. Qui ha lavorato per Medici Senza Frontiere prestando assistenza medica ai migranti che durante il cammino hanno subito aggressioni, furti, violenza sessuale (in gran parte donne e minori), estorsioni e sequestri.
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Migranti a bordo della “Bestia”, un treno merci che da sud attraversa il Messico fino alla frontiera settentrionale del paese. Il viaggio è pieno di pericoli. Sono in molti a cadere durante il tragitto subendo gravi lesioni; inoltre la rotta è controllata dalla polizia migratoria, dai militari e dai cartelli della droga che cercano di sfruttarli per i propri interessi economici.
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