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Belgio – Bilancio del governo Michel: una politica d’asilo severa ma inefficace

Cécile Vanderstappen, C.N.C.D 11.11.11 - 8 maggio 2019 

Ad Aprile 2018, il Segretario di Stato all’Asilo e all’Immigrazione, Theo Francken, dichiarava di volere puntare a «zero domande d’asilo a Bruxelles». Promessa, questa, che rientra nella logica dell’Accordo di governo del 2014/2019. L’allontanamento di migranti irregolari è la «chiave di volta» della politica migratoria del governo Michel. Il rimpatrio sarà «volontario se possibile, forzato se necessario». Per questa ragione è in progetto la costruzione di nuovi centri chiusi, compresi quelli per famiglie con bambini, e la realizzazione di numerose operazioni di controllo da parte delle forze dell’ordine per rilasciare e fare eseguire gli ordini di espulsione dal territorio (sigla francese OQT).

Altro elemento centrale della politica migratoria: rafforzare il controllo alle frontiere ed arginare le partenze al fine di prevenire l’immigrazione irregolare. Per questa ragione il Belgio ha continuato a sostenere l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera, Frontex. L’Agenzia ha raccomandato la collaborazione con Stati terzi non europei ed il sostegno di campagne di dissuasione all’immigrazione finanziate dall’Aiuto pubblico allo Sviluppo (APS). Al fine di dissuadere gli esiliati a scegliere il Belgio come destinazione finale o di transito e non creare un «effetto domino», sono state pure appiattite le condizioni di accoglienza e possibilità di fare valere i propri diritti in Belgio. La regolarizzazione è stata presentata come una misura eccezionale e la caccia ai fraudolenti, agli approfittatori della nostra «ospitalità», come prioritaria. Il tono era chiaro!

«Una politica severa…»

«Una politica severa ma umana!» Il motto, ereditato dai precedenti governi e scandito parecchie volte dal Segretario di Stato all’Asilo e all’Immigrazione, Theo Francken, fu la bussola della politica migratoria del governo. Soffermiamoci su queste due parole bandiera.

Severa. La parola severa fa rima con integrità e riflette un’attitudine obiettiva, lontana da ogni carattere arbitrario e malleabile. Le audizioni organizzate al Parlamento Federale nel Febbraio 2019 nell’ambito dello scandalo «visagate» e l’inchiesta amministrativa apparsa il 13 Marzo 2019 ordinata da Maggie De Block, attuale Segretario di Stato all’Asilo e all’Immigrazione, hanno svelato, alla luce del sole, il carattere clientelista e pecuniario così come la mancanza di trasparenza ed il dilettantismo della concessione di visti umanitari destinati a persone vulnerabili della Siria 1. Il Primo Ministro Michel dichiarerà in seguito che se queste informazioni fossero state rese pubbliche quando Théo Francken era ancora membro del governo in pieno esercizio, egli «avrebbe probabilmente dovuto dimettersi».

Severa. La parola severa rinvia anche all’idea di efficacia e non di lassismo 2. Il Segretario di Stato all’Asilo e all’Immigrazione ha regolarmente tolto fuori la sua calcolatrice tascabile per dimostrare che il numero dei rinvii di migranti irregolari in Belgio era in aumento. Ora, se analizziamo le cifre  messe a disposizione dall’Ufficio per gli Stranieri e dal CGRA, ci accorgiamo che la maggior parte delle persone espulse lo sono in un altro Paese europeo secondo l’applicazione del Regolamento di Dublino. Così «il Belgio rinvia un richiedente asilo su cinque nel Paese dal quale egli è rientrato nell’Unione Europeaha riportato De Tijd, sulla base dei numeri del 2017 dell’Ufficio per gli Stranieri.

Il Belgio rinvia un richiedente asilo su cinque nel Paese dal quale egli è rientrato nell’Unione Europea.

Il Belgio non gioca da solo a questo gioco di vittima visto che, nel 2017, ha ricevuto «661 richiedenti asilo su un totale di 4.118 richieste emesse in altri Paesi.»
Il numero delle persone effettivamente rinviate nei loro Paesi d’origine o di transito fuori dall’UE è, quindi, estremamente esiguo. Questo gioco di ping-pong assurdo ed inefficace in termini di accoglienza intra-europea costa caro a livello finanziario e di conseguenze psicologiche per i respinti. Il denaro sprecato potrebbe essere ridestinato al miglioramento delle condizioni di accoglienza, a possibili regolarizzazioni sulla base di criteri permanenti e progetti legati alla coesione sociale. Come ricorda Myria: «Nel periodo 2014-2017, il budget stanziato per gli allontanamenti è aumentato del 35%, passando così da 63 milioni di euro a circa 85 milioni di euro. Allo stesso tempo, tagli di bilancio generali e specifici hanno interessato, di recente, i settori della difesa e dello studio dei diritti degli stranieri in senso lato. Questi costi finanziari ed umani sono proporzionali ai risultati ottenuti 3

Nel periodo 2014-2017, il budget stanziato per gli allontanamenti è aumentato del 35%

La parola severa rima, infine, con ricerca di sicurezza. Perché Théo Francken, a Settembre 2018, ha scelto di liberare, senza alcuna concertazione preventiva con la sua amministrazione, i posti nei centri chiusi occupati soprattutto da migranti irregolari, con casellario giudiziale aperto per procedure penali 4, per piazzarci dentro migranti cosiddetti in transito i quali sono, per lo più, bisognosi di protezione internazionale?

«… umano»

La ricomparsa della reclusione di bambini nei centri chiusi, l’accanimento e la caccia ai migranti in transito del parco Maximilien, il rifiuto di concedere la regolarizzazione ai genitori della piccola Mawda, deceduta sotto gli spari d’un poliziotto: l’«umanità» della politica migratoria del governo Michel lascia scettici.

Su 3.812 persone che il Belgio avrebbe dovuto ricollocare a partire dal 2015, alla fine solo 2.448 sono state ricollocate in tre anni e mezzo

Certo, Théo Francken ha concesso più visti umanitari dei suoi predecessori. D’altronde, il governo Michel ha partecipato, diversamente dai quattro Paesi del Visegrád (Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia), ai due programmi in materia di accoglienza dei migranti: il programma europeo di «ricollocazione» (messo in atto nel 2015 per sollevare l’Italia e la Grecia dalla «crisi d’accoglienza» dei richiedenti asilo) ed il programma internazionale di «reinsediamento» (destinato alla ripartizione, fra gli Stati, della presa in carico dei rifugiati su mandato dell’UNHCR).

Certo, ma ancora una volta i numeri non sbagliano. Gli impegni presi dal Belgio non sono stati rispettati. Così, su 3.812 persone che il Belgio avrebbe dovuto ricollocare a partire dal 2015, alla fine solo 2.448 sono state ricollocate in tre anni e mezzo. Prima di lasciare il governo, Théo Francken, aveva annunciato il gelo dei reinsediamenti 5 per il 2019, con il pretesto di un afflusso troppo alto di richiedenti asilo alle nostre porte.

Alla fine del 2018, dopo aver ordinato la chiusura di migliaia di centri di accoglienza, la restrizione, imposta all’Ufficio per gli Stranieri, sul numero di pratiche di richiedenti asilo da evadere quotidianamente (50 pratiche al giorno), portò all’ingorgo ed alle premesse di una nuova crisi «migratoria» generata, di tutto punto, da questa decisione del governo. Ciò aveva fatto ricordare che non c’era una «crisi migratoria» dovuta ad un arrivo ingestibile di migranti bensì una crisi dell’accoglienza frutto delle scelte politiche 6. Dopo l’uscita della N-VA dal governo, queste misure sono state annullate specie grazie al parere del Consiglio di Stato che le ha considerate illegali.

Il discorso discriminatorio più volte scandito avverso i migranti ha contribuito alla disumanizzazione di questi ultimi agli occhi di una parte dell’opinione pubblica

L’umanità è ciò che ci lega. Il discorso discriminatorio più volte scandito avverso i migranti ha contribuito alla disumanizzazione di questi ultimi agli occhi di una parte dell’opinione pubblica. Parlando di «ripulire il parco Maximilien», di «assenza di valore aggiunto della diaspora marocchina e congolese,» l’ex-segretario di Stato, Théo Francken, li ha ridotti a sotto categorie di essere viventi. Essi sono stati presentati prima di tutto come approfittatori dei servizi sociali e delle procedure d’asilo, perfino assimilati a potenziali terroristi o a stranieri opposti ai valori cristiani e di uguaglianza dei sessi.

«Una politica che rispetti il diritto internazionale»

Il governo Michel ha sempre sostenuto il suo Segretario di Stato affermando, fiducioso, che la giustizia gli avrebbe dato ragione. Ora, contrariamente al caso del visto umanitario rifiutato dal Belgio ad una famiglia di Aleppo nel 2017 7, diversi organismi e giurisdizioni hanno disapprovato e/o condannato il Belgio.

E’ il caso della sentenza del 31 Gennaio 2018 della Corte di Cassazione e della relazione del Commissariato generale per i rifugiati e gli apolidi (CGRA) secondo cui, in seguito al cosiddetto scandalo del «Sudan», il Belgio non ha effettuato i dovuti esami minuziosi in ottemperanza all’articolo 3 della Dichiarazione Europea dei Diritti dell’Uomo [sic] (DEDH, sic) ed al fine di evitare qualsiasi rischio di tortura. Ne è seguita l’istituzione dell’attuale Commissione «Bossuyt» con il mandato di valutare la politica del «rimpatrio» del Belgio. La sua relazione finale sarà pubblicata a fine 2019.

Altri esempi: il Belgio è stato biasimato a più riprese da diversi organismi internazionali (CEDU, UNHCR, ONU) per la reclusione di bambini nei centri chiusi 8
Inchieste amministrative e giudiziarie sono tutt’ora in corso e riguardano il rilascio di visti umanitari nonché la morte della giovane Mawda per mano di un poliziotto durante un’operazione contro l’immigrazione irregolare.

Nel 2018, due ricorsi per annullamento davanti alla Corte costituzionale sono stati deposti da nove associazioni di società civile9 contro la riforma «Mammouth». Quest’ultima modifica la legge del 15 Dicembre 1980 relativamente agli aspetti inerenti alla procedura d’asilo, compresa la fase del ricorso e, in misura minore, la legge «sull’accoglienza» del 12 Gennaio 2007. Effettivamente, approfittando della trasposizione di quattro direttive europee del 2013, il Belgio ha tentato di ridurre drasticamente i diritti fondamentali dei richiedenti asilo e, più generalmente, di tutti gli stranieri. I ricorsi sono ancora al vaglio. Una decisione della Corte è attesa per la fine del 2019.

«Una politica che partecipa e cerca delle soluzioni globali sulla scena internazionale»

Se c’è stata una cooperazione internazionale fra il governo Michel e altri Paesi attorno alla posta in gioco delle immigrazioni, questa è soprattutto dovuta in vista del rafforzamento dell’esternalizzazione della gestione delle politiche migratorie. A più riprese, Théo Francken ha vantato il «modello australiano» fantasticando sul fatto di applicarlo anche in Europa, e, nello specifico, perfino in Belgio. Questo sistema prevede che i naufraghi siano mantenuti al largo delle coste da navi militari e siano dirottati verso centri di detenzione situati sulle isole al di fuori del territorio australiano, specie sull’Isola di Manus e di Nauru in Papua Nuova Guinea. Un sistema aspramente criticato da Amnesty International e dalle Nazioni Unite poiché permette una sorta di «espulsione» a caldo (il che è contrario alla Convenzione di Ginevra) e impone condizioni di vita indecenti all’interno dei centri di detenzione. Oltre al fatto che questo modello non è trasponibile in Belgio per ragioni geografiche, l’esperienza, quasi simile, degli hotspots in Europa (sulle isole greche ed italiane) ha dimostrato la sua inefficacia e la violazione permanente dei diritti fondamentali e del diritto internazionale di cui esso è causa.

La ricollocazione è un fallimento magistrale a livello europeo

Effettivamente, la ricollocazione è un fallimento magistrale a livello europeo. Malgrado la raccolta differenziata – contraria allo spirito della Convenzione di Ginevra – effettuata fra persone soggette allo status di rifugiato (e quindi da ricollocare) e altre persone rilegate nella categoria di migranti «economici» (e quindi da espellere), su 160.000 persone previste nel 2015, solo 66.000 sono state accolte nel continente europeo! Inoltre, nei campi di Moria, sull’isola di Leso (hotspot greco), come sull’isola di Manus in Australia, gli esiliati sono confinati nelle no man’s lands dove le condizioni di vita sono disumane (nessun accesso a cure mediche, alloggi, sistemi educativi dignitosi). «L’inferno in terra», ha denunciato Oxfam. Numerosi sono i casi di violenza e mutilamenti deplorabili. Le donne sono le prime vittime, come denuncia Amnesty.

Sebbene il Belgio si sia pronunciato a favore di una riforma del Regolamento di Dublino, abbiamo il diritto di chiederci quale sia il motivo reale. Si tratta di cercare una maggiore solidarietà intra-europea in materia di accoglienza o piuttosto si tratta di rafforzare, ancora di più, l’approccio all’australiana e delegare così le questioni migratorie ancora più lontano dagli occhi dell’opinione europea? Da quando l’Italia ha chiuso i porti alle navi di soccorso delle ONG nel 2018, il Belgio ha partecipato ad una sola operazione su otto per accogliere le persone superstiti. L’«esternalizzazione» della gestione della questione dei migranti seduce sempre più le istituzioni europee e gli Stati Membri al punto da esercitare la massima pressione su Malta affinché accetti, sul proprio territorio, i primi «centri controllati» europei 10.

Le collaborazioni con i regimi dittatoriali quali quelli del Sudan (insieme alla missione di identificazione, nel 2017, degli esiliati del parco Maximilien da parte delle autorità Sudanesi) e della Libia, (con la partecipazione finanziaria del Belgio al Trust Fund per l’Africa attivo in Libia) rappresentano realmente soluzioni durature al servizio dei diritti umani? Lo stesso vale per gli accordi «tecnici» firmati fra Belgio, Mauritania, Marocco e Guinea volti a «facilitare» i rimpatri. Anche qui, è principalmente il Sostegno allo Sviluppo a finanziare gli accordi mentre dovrebbe, invece, sostenere la lotta contro le disuguaglianze e non alla limitazione della mobilità.


Una cosa di buono c’è però: la decisione belga di sostenere il Patto di Marrakech ponendosi, così, dalla buona parte della Storia

Ad ogni modo, una cosa di buono c’è però in termini di governance internazionale: il sostegno al patto di Marrakech da parte del Primo Ministro Charles Michel che, così facendo, ha piazzato il Belgio «dalla buona parte della Storia.» Messo con le spalle al muro dalla N-VA che si opponeva alla firma 11, il Primo Ministro – che proprio alcune settimane prima, al tavolo con le Nazioni Unite, aveva assicurato la firma del Patto da parte del Belgio – non ha avuto, alla fine, altra scelta se non quella di rimettere la sua decisione al Re a Dicembre 2018.

Quindi … stop o ancora?

Per quanto concerne gli obiettivi prefissati nell’Accordo di governo del 2014 in termini di buona governance e di efficacia, il bilancio è chiaramente negativo. E inoltre, la politica migratoria del governo Michel è un fallimento in termini di rispetto dei diritti fondamentali e di rispetto degli impegni internazionali. Il governo Michel ha continuamente sostenuto il Segretario di Stato Francken, energico ma sempre provocatore, così da cercare di attrarre l’elettorato di estrema destra. La popolazione non ci è cascata, come testimoniano le numerose reazioni e mobilitazioni a favore della giustizia migratoria per tutta la durata della legislatura: numerose manifestazioni in favore della campagna per dei comuni ospitali passando, ovviamente, per lo slancio cittadino in favore dell’accoglienza degli esiliati del parco Maximilien e quello delle associazioni per la realizzazione di Hub umanitari alla stazione di Bruxelles Nord.

Per poter rinnovare i valori su cui si fondano i nostri Stati di Diritto, tra cui il rispetto della dignità umana, è essenziale rimettere la giustizia migratoria al cuore delle nostre società. La giustizia migratoria ha per fondamento il rispetto dei diritti fondamentali, l’uguaglianza e la solidarietà. Ci permette, dunque, di concepire le migrazioni sotto una prospettiva positiva. La giustizia migratoria passa prima attraverso partenariati per lo sviluppo sostenibile, affinché tutti gli esseri umani possano vivere degnamente laddove sono nati, ma anche attraverso l’apertura di rotte migratorie sicure e legali così come attraverso politiche di integrazione sociale e di lotta contro le discriminazioni nei Paesi di accoglienza per rendere le politiche migratorie coerenti con gli Obiettivi di sviluppo sostenibile.

  1. Ricordiamo che stando ai risultati dell’inchiesta amministrativa del 13/03/2019, M. Francken avrebbe concesso più di 1.502 visti umanitari sulla base di una lista di persone (di cui per un caso su tre la nazionalità, la data di nascita o il nome stesso non erano citati) scelte secondo criteri poco chiari (religiosi, finanziari, altro?) da intermediari affatto neutrali ed obiettivi (M. Kucam è un eletto della N-VA e non l’esperto di criteri di «vulnerabilità» dell’UNHCR). Inoltre, sui 1.502 visti concessi, 176 non sono mai stati ritirati dai beneficiari e l’amministrazione non è riuscita a trovare traccia di 121 persone beneficiarie né sul registro nazionale né attraverso le domande d’asilo. https://plus.lesoir.be/212042/article/2019-03-13/trafic-de-visas-humanitaires-121-personnes-ont-disparu-dans-la-nature
  2. https://plus.lesoir.be/206620/article/2019-02-14/le-deux-poids-deux-mesures-de-theo-francken
  3. Myria, «Un ritorno a quale prezzo,» rapporto apparso a Novembre 2017. https://www.myria.be/files/Paul_Smith/171109_Myriadoc_5_Detentie_en_verwijdering_Persbericht_FR.pdf
  4. https://plus.lesoir.be/178793/article/2018-09-17/des-criminels-liberes-des-centres-fermes-une-fois-mais-pas-deux-dit-theo
  5. Il reinsediamento permette al Belgio di accogliere in media un migliaio di rifugiati all’anno. Maggie De Bock ha annunciato, dopo l’uscita della N-VA dal governo, la riapertura di questa via legale e sicura.
  6. https://www.nouvelobs.com› Monde › Migrants
  7. La Corte di Giustizia dell’Unione Europea (CJUE) si è pronunciata, a Marzo 2017, con una sentenza favorevole al Belgio in merito alla questione relativa alla concessione dei visti umanitari ad una famiglia siriana di Aleppo. In questa sentenza, la Corte stima che gli Stati Membri dell’UE non sono obbligati ad accordare visti umanitari a coloro che vorrebbero richiedere asilo sul proprio territorio.
  8. Vedi la campagna «Non rinchiudiamo affatto i bambini!» http://www.onnenfermepasunenfant.be.
  9. Lista delle associazioni richiedenti: https://www.cire.be/wp-content/uploads/2018/11/recours-loi-17.12.2017.pdf
  10. https://www.mediapart.fr/journal/international/120219/seulemnt-850-refugies-repartis-dans-lue-depuis-laffaire-de-laquarius-dans-les-coulisse-dune-europe
  11. La N-VA ha strumentalizzato il dossier in seguito alle elezioni comunali e la constatazione di una frangia del suo elettorato più incline a votare il Vlaams Belang. Una linea di comunicazione più dura quanto alle immigrazioni è stata, quindi, presa in considerazione dal vertice della N-VA (discorso ma anche campagna di disinformazione sul patto)