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Quando la storia non insegna. Austria, il centro di deportazione di Bürglkopf

Dal 24 maggio sono in corso proteste di migranti e attivisti contro i CPR austriaci

Bürglkopf è un grande caseggiato bianco di montagna, a 1.300 metri d’altezza, distante tre ore di macchina da Innsbruck, abbarbicato sopra uno dei tanti monti austriaci. Un posto nascosto e difficile da raggiungere, in particolare in inverno quando la coltre bianca raggiunge anche i 4 metri. Un posto ideale per deportare e tenere rinchiusi i richiedenti asilo che, nella maggior parte dei casi, hanno ricevuto una risposta negativa alla domanda d’asilo e che, secondo le leggi austriache, dovrebbero lasciare il paese.
Un luogo dove lo stato, attraverso una sottile ma costante violenza psicologica, cerca di convincere le persone ad andarsene quanto prima. Una shining in salsa razzista.

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La storia di Bürglkopf esce allo scoperto grazie alla testimonianza di un migrante passato per il centro che, allo stremo, decide di mettersi in contatto con l’associazione di Vienna Asyl In Not. Da quel momento scattano le prime proteste: il 24 maggio giornalisti e attivisti arrivano sul posto per documentare la situazione dei richiedenti asilo; il 3 giugno 17 persone del centro iniziano uno sciopero della fame (tra loro ci sarà anche una famiglia con figli minori costretta a bloccare lo sciopero perché minacciata di essere divisa come nucleo familiare); sempre a giugno, in solidarietà con i migranti, è partito uno sciopero della fame da parte di alcuni attivisti di Innsbruck.

Le testimonianze dei migranti (alcuni attualmente presenti a Bürglkopf), raccolte dagli attivisti, lasciano un quadro drammatico della situazione in cui sono costrette decine di persone.
G. racconta di essere in quel centro da quasi un anno “Sto impazzendo, preferisco morire che stare qui, non so cosa sarà di me“.
P. racconta ai solidali di aver subito due operazioni “Ho bisogno di cure, mio figlio è un anno che non va a scuola, sono disperata“.
Una delle famiglie trattenute nel centro ha denunciato un operatore per aver picchiato il figlio. Alcuni migranti hanno mostrato cartelle cliniche che attesterebbero che l’isolamento nel centro aggrava la salute mentale di chi è lì detenuto. Altri prendono regolarmente medicinali contro stress, pastiglie per dormire e psicofarmaci.

L’isolamento del centro sembra, tra le altre cose, studiato ad arte: 3 ore di cammino per raggiungere il paese più vicino (Fieberbrunn), un solo collegamento con un autobus che ha 8 posti da prenotare almeno due giorni prima inserendo in una lista il proprio nome.

L’isolamento e i maltrattamenti all’interno del centro hanno incentivato le persone a scappare. Delle 100 inizialmente presenti ne restano oggi una quarantina, tra cui tre minori, di provenienza assai svariata: ucraini, nigeriani, iracheni, iraniani, afgani.
Nulla si sa delle persone che sono riuscite a scappare, nonostante l’incessante lavoro di ricerca degli attivisti e delle associazioni che oggi chiedono la chiusura del campo di espulsione di Bürglkopf e una revisione delle severe leggi per la richiesta dell’asilo politico.

Sullo sfondo il bisogno, sempre più stringente, di una cooperazione tra le associazioni europee per arginare l’ondata razzista e la criminalizzazione di chi lotta per i diritti di tutti e tutte.

La petizione per la sua chiusura

E’ ormai dal 3 giugno che 17 persone nel centro di permanenza per il rimpatrio (CPR) Bürglkopf (AUSTRIA) sono in sciopero della fame. Solo qualche giorno fa i media denunciavano lo stato disumano della struttura che si trova a 1.300m di altitudine. La sua posizione appartata ne rende difficile il raggiungimento soprattutto d’inverno (2-3 ore di cammino dal piccolo paesino di Fieberbrunn), inoltre l’accesso all’assistenza medica è limitato. ciononostante, tra gli abitanti del centro ci sono anche famiglie con bambini.

L’incertezza del loro destino sta mettendo a dura prova gli abitanti ormai in sciopero della fame da 17giorni .

Lo scopo del CPR Bürglkopf e di strutture di questo genere è quello di indurre le persone che vi abitano a lasciare volontariamente il paese anche se questo significa mettere a rischio la propria vita nel paese d’origine.

Con questa petizione chiediamo che il centro di permanenza per il rimpatrio e i suoi equivalenti in altre regioni austriache come il centro di permanenza per il rimpatrio aeroportuale Schwechat, vengano immediatamente chiusi e che le persone che vi soggiornano vengano trasferite in strutture adeguate e dignitose nelle diverse regioni austriache.

– Firma: https://bit.ly/2L6HIMA

– Rassegna stampa (in tedesco): https://fm4.orf.at/stories/2987103/

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Redazione

L'archivio di tutti i contenuti prodotti dalla redazione del Progetto Melting Pot Europa.

Matteo De Checchi

Insegnante, attivo nella città di Bolzano con Bozen solidale e lo Spazio Autogestito 77. Autore di reportage sui ghetti del sud Italia.
Membro della redazione di Melting Pot Europa.