Roma non si chiude. Per una città sicura e solidale

Sabato quindicimila persone in corteo in difesa degli spazi sociali e abitativi

Le vie di Roma sono state nuovamente attraversate da un corteo meticcio, a dimostrazione che non esistono differenze tra noi e loro ma esiste una lunga comunità multietnica, nelle cui relazioni, italiani ed immigrati esprimono le stesse necessità ed esigenze nei confronti dell’attuale governo che dialoga, barbaramente, soltanto in termini di repressione.
Gli uni e gli altri, le une e le altre, quindicimila persone hanno denunciato il degrado di una città metropolitana, quella di Roma – città, per definizione, di incroci e da sempre luogo in cui si incontrano le diversità – priva di qualsiasi servizio per chi l’attraversa, insicura per chi è ospitato, persecutoria per chi la abita, nella crescente polarizzazione dei suoi interventi discriminatori che alimentano asimmetrie tra le persone.
Per l’intero pomeriggio, dal palco si sono susseguiti gli interventi delle associazioni, dei centri sociali, dei movimenti per il diritto all’abitare, della Casa delle Donne, della Rete Kurdistan e delle tante altre realtà che hanno portato avanti le più elevate nozioni dei diritti e delle libertà, per una città accogliente e solidale.

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Adams si trovava ad affrontare un dilemma: come poteva osservare una folla di africani, scozzesi, olandesi, irlandesi ed inglesi che si batteva contro le pattuglie e poi presentarla come impegnata semplicemente in una lotta per i diritti degli inglesi? […] la natura multiforme del soggetto ribelle spinse inevitabilmente il suo pensiero verso una giustificazione più ampia’.

I movimenti per la casa e per il ‘diritto all’abitare’ hanno ricordato degli sgomberi violenti che il Comune ha attuato – e continuerà ad attuare – ignorando moltissime persone, famiglie, bambini, rifugiati e protetti internazionalmente, vulnerabili, sul fondo della strada, umiliando quei diritti che rientrano nei fondamentali dell’uomo. Hanno denunciato, di pari passo, la mancanza di qualsiasi soluzione o piano di inserimento abitativo proposto dalle autorità, segnalando il persistente abbandono degli edifici già sgomberati o la loro vendita – come bene di lusso – agli abusivismi, alla corruzione ed alle speculazioni.
‘Non una di meno’ ha espresso le proprie difficoltà nei confronti di questa giunta comunale e tanti interrogativi al Sindaco (donna), per cui molti gli spazi di confronto femminile e preposti all’ascolto della donna, percorsi di lotta storica, sono stati già chiusi mentre altri ne rischiano la chiusura. Hanno ribadito l’importanza dei consultori e dei centri antiviolenza in un’Italia patriarcale e maschilista, che commette tre femminicidi a settimana.
Dal palco, i portavoce della Sea Watch contro la chiusura dei porti e di un decreto che permette di torturare le persone. A finire, la voce degli studenti universitari, contro questa politica che sull’universalità umana e sulla società cosmopolita confeziona falsificazioni e vende crimini.

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‘Roma non si chiude’ ha contestato una città metropolitana ormai svuotata, violenta ed asincrona, sprovvista si spazi di socialità e prossimità, investita da una formula privata di giustizia e normalizzata sul conflitto, che ha consacrato il passaggio dallo stato sociale a quello penale.
Dagli interventi finali,l’appello ad un’assemblea pubblica da tenere nelle prossime settimane, contro una città che condanna alla dispersione e alla criminalizzazione.

La città dovrebbe essere sviluppata per garantire la sostenibilità umana, soprattutto quando le nazioni falliscono nel farlo’.

* Fotografie di Vanna D’Ambrosio

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Vanna D'Ambrosio

Conseguita la laurea in Filosofia presso l’Università di Napoli Federico II, ho continuato gli studi in interculturalità e giornalismo. Ho lavorato come operatrice sociale nei centri di accoglienza per immigrati, come descritto nella rubrica “Il punto di vista dell’operatore”. Da attivista e freelance, ho fotografato le resistenze nei ghetti italiani ed europei. Le mie ricerche si concentrano tuttora sulle teorie del confine.