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Esclusivo: indagine ONU scopre membri del personale che richiedevano tangenti ai rifugiati

Sally Hayden, The New Humanitarian - 15 agosto 2019

Un’indagine interna dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati riguardante accuse di corruzione nelle sue operazioni di reinsediamento in Sudan ha stabilito che un membro del personale ha abusato del suo potere richiedendo tangenti ai rifugiati.

La portavoce dell’UNHCR Cécile Pouilly ha dichiarato in un e-mail al “The New Humanitarian” che l’indagine, che ha preso avvio all’inizio dell’anno scorso, si è ora conclusa e che il membro del personale in questione è in congedo amministrativo senza retribuzione dal 15 marzo.

Il caso è stato deferito alla Divisione Risorse Umane in conformità con la procedura per le azioni disciplinari”, ha osservato la Pouilly. “Ci aspettiamo che il procedimento disciplinare sarà presto completato”.

Testimoni che hanno reso testimonianza durante l’indagine hanno dichiarato questa settimana al TNH di ritenere che l’UNHCR minimizzi la pervasività della corruzione all’interno dell’ufficio di Khartum. Tutti i testimoni hanno chiesto di rimanere anonimi per paura di ritorsioni.

Non c’è solo un criminale. Questo tipo di crimine non funziona con una persona sola”, ha dichiarato un rifugiato. “Stanno succedendo molte cose, dalla reception al funzionario della protezione senior”.

Un problema più vasto?

Due funzionari delle Nazioni Unite che hanno lavorato in Sudan, e hanno chiesto di rimanere anonimi, hanno dichiarato al TNH che le voci riguardanti passaggi di denaro tra rifugiati e lo staff delle operazioni dell’UNHCR in Sudan sono in circolazione da decenni.

Uno dei funzionari ha detto che è stato difficile vedere come l’indagine interna abbia potuto trovare soltanto una persona colpevole, “piuttosto che riconoscere che ci sono debolezze nel sistema”.

Pouilly ha dichiarato che l’UNHCR sta adottando nuove misure atte a rafforzare la vigilanza sul programma di reinsediamento, parallelamente all’indagine.

Questo include miglioramenti nei processi di registrazione e gestione dei dati, in particolare attraverso l’uso sistematico del nostro sistema di registrazione della gestione biometrico”, ha affermato. “In diversi uffici sono stati designati punti focali anti-frode, specificamente formati per far fronte alle frodi nei procedimenti di protezione”.

A metà maggio 2018, in seguito a 10 mesi di interviste con rifugiati ed ex membri del personale delle Nazioni Unite, il TNH ha pubblicato un rapporto esclusivo descrivendo nel dettaglio accuse di corruzione diffusa e sfruttamento dei rifugiati da parte del personale delle Nazioni Unite e di persone che si dichiaravano intermediari per conto loro a Khartum.

Tra gli altri presunti abusi, rifugiati ed ex membri del personale hanno dichiarato che qualche funzionario ha fatto pagare ai rifugiati tangenti di decine di migliaia di dollari per essere reinsediati in un Paese occidentale, una procedura che dovrebbe essere gratuita e secondo necessità.

Due giorni dopo la pubblicazione, l’UNHCR ha rilasciato un comunicato dichiarando che l’agenzia stava sospendendo il reinsediamento di rifugiati dal Sudan in relazione alle indagini in corso, mentre stava predisponendo una squadra anti-frode.

Al momento, ci stiamo ancora occupando di accuse, basate su segnalazioni fatte dai rifugiati”, ha dichiarato all’epoca la rappresentante dell’UNHCR per il Sudan Noriko Yoshida.

Tuttavia, queste sono [accuse] preoccupanti e l’integrità del programma di reinsediamento in Sudan deve essere assicurata al di là di ogni dubbio”, ha dichiarato. “Se dovessero essere confermati gli illeciti, i responsabili potranno aspettarsi gravi conseguenze”.

Il reinsediamento è stato sospeso 15 mesi fa, nel maggio 2018, e non è stata ancora fornita una data per la sua ripresa.

Durante questo periodo, i rifugiati in Sudan hanno sostenuto che sospendere il reinsediamento non è la soluzione, affermando che punisce i rifugiati invece di migliorare il sistema da cui dichiaravano di essere stati sfruttati.

Non hanno guardato alla vita dei rifugiati che necessitano di aiuto urgente e hanno mantenuto la sospensione del reinsediamento. Con la prosecuzione della sospensione vengono colpiti i rifugiati, non i colpevoli”, ha dichiarato questa settimana un rifugiato che ha testimoniato durante l’indagine. “Credo che faccia parte della corruzione, punire i rifugiati in questo modo”.

Paura di ritorsioni

I rifugiati sostengono che le rappresaglie contro i testimoni sono iniziate nei giorni successivi all’annuncio da parte dell’UNHCR delle indagini interne, con molti che hanno osservato illeciti raccontando a TNH che avevano ricevuto telefonate o erano stati convocati per dei colloqui dal personale dell’UNHCR e dalla Commissione per i rifugiati del governo sudanese in cui era stato suggerito loro di non testimoniare.

Due rifugiati hanno detto che i loro casi aperti anni fa con le Nazioni Unite erano stati chiusi e che loro non avevano più alcuna possibilità di essere reinsediati in un Paese più sicuro.
Numerosi testimoni, che hanno parlato con l’Ufficio dell’Ispettore generale dell’UNHCR (IGO) come parte dell’indagine, hanno dichiarato che le successive richieste di protezione sono state ignorate.

Dopo aver preso le informazioni che l’IGO voleva da noi, non ci hanno aiutato in alcun modo. Non ci sentiamo liberi perché abbiamo rivelato molti crimini”, ha detto al TNH uno dei rifugiati testimoni. “Abbiamo fatto uno sforzo concertato per rendere pubblico questo crimine. Le nostre vite sono in pericolo a causa di questa testimonianza. Chiedo al dipartimento interessato di prendere provvedimenti immediati”.

Il TNH sa che almeno un rifugiato testimone è stato reinsediato in un altro Paese.

I rifugiati intervistati dal TNH tra il 2017 e il 2018 hanno detto ripetutamente che avevano bisogno di rendere tutto pubblico perché sostenevano che il management dell’UNHCR stesse ignorando quello che stava accadendo nonostante la situazione fosse praticamente quasi di dominio pubblico.

Nonostante l’UNHCR affermi che l’indagine sia conclusa, i rifugiati testimoni affermano di non essere stati direttamente informati di questo.

A marzo, media statali hanno riportato che il Commissario per i rifugiati del governo sudanese, Hamad al-Jazouli, sarebbe stato “sollevato” dal suo incarico, dopo mesi di voci che dicevano che era indagato per corruzione.

Non è chiaro se un’eventuale inchiesta su al-Jazouli fosse correlata con l’indagine interna all’UNHCR.

Un problema oltre il Sudan

Accuse di corruzione nei confronti del personale dell’UNHCR e dei collaboratori sono comuni in diversi Paesi dell’Africa orientale, inclusi Kenya, Uganda ed Etiopia.

Decine di rifugiati intervistati dal TNH in questi Paesi hanno detto che quando sono stati testimoni di episodi di corruzione hanno avuto paura di parlare apertamente per timore di ripercussioni. Essendo fuggiti dai loro Paesi, loro dipendono fortemente dall’UNHCR per i loro bisogni essenziali e per le loro opportunità future.

L’UNHCR ha dapprima negato che la corruzione diffusa sia un problema, anche se ha affermato che l’Agenzia “non è immune ai rischi o ai fallimenti da parte di singoli” motivo per cui hanno una “solida struttura di salvaguardia“.

Il numero di posti di reinsediamento disponibili per i rifugiati supera di gran lunga la domanda, a causa della mancanza di Paesi che offrono posti. Su 1.2 milioni di rifugiati stimati che hanno fatto richiesta di reinsediamento a livello globale nel 2018, solo 55.692 sono stati effettivamente reinsediati – meno del 5%, secondo i dati dell’UNHCR.

La corruzione tra il personale dell’UNHCR e la Commissione per i rifugiati del governo sudanese, con cui collabora, è una delle ragioni per cui i rifugiati hanno dichiarato al TNH che preferivano andare nella vicina Libia, prima di attraversare il Mediterraneo per raggiungere l’Europa.

Il problema è all’origine”, ha detto un eritreo che ha trascorso anni tra trafficanti e centri di detenzione libici dopo essere passato attraverso il Sudan. “Sono sicuro che se l’UNHCR in Etiopia e in Sudan funzionasse correttamente, nessuno vorrebbe venire in Libia“.