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La ḥarga, il viaggio di chi brucia la frontiera mediterranea dalla Tunisia all’Italia

di Cristina Baroni *

La ḥarga, la migrazione clandestina dei giovani maghrebini che “bruciano” la frontiera mediterranea, imbarcandosi su fragili barche per raggiungere i paesi europei, sprovvisti dei documenti necessari all’entrata regolare in Europa 1. Con la speranza di un riscatto sociale ed economico, di una rinascita identitaria e di una vita dignitosa che nel loro paese non riescono a realizzare, gli ḥarrāga tunisini – i “bruciatori” – emigrano clandestinamente dal proprio paese da diversi decenni. In passato, una volta arrivati in territorio italiano, bruciavano i propri documenti per non essere identificati e di conseguenza rimpatriati, come previsto dagli accordi vigenti tra l’Italia e la Tunisia.

Per effetto del processo di comunitarizzazione europea iniziato con la stipula degli Accordi di Schengen nel 1985, questa migrazione si è di fatto trasformata da indesiderata a irregolare, attraverso l’introduzione del requisito di possesso di un visto per l’ingresso in Europa da parte dei cittadini non comunitari, che è però diventato sempre più difficile da ottenere.

Le numerose legislazioni in materia migratoria che i paesi europei hanno adottato con lo scopo di contrastare ogni forma di migrazione clandestina, non hanno arrestato l’umana spinta alla sopravvivenza e la ricerca di migliori condizioni di vita che muovono questi flussi. I cittadini tunisini continuano pertanto ad emigrare in maniera clandestina e massiccia. Ossessionate dalla ḥarga, le ultime generazioni fanno di tutto per raccogliere i soldi necessari, spesso aiutati dalle proprie famiglie, trovano un passeur e partono.

Le reti clandestine di trafficanti o passeurs, a partire dagli anni Novanta, hanno infatti iniziato ad infiltrarsi all’interno dei gruppi di migranti che autonomamente pianificavano il proprio viaggio, prendendo presto in mano l’intera gestione di queste rotte migratorie. Sebbene si temano infiltrazioni mafiose italiane, queste reti non sembrano essere legate ad altri tipi di criminalità organizzata, piuttosto si compongono di piccoli gruppi locali che progettano lo svolgimento di ogni viaggio: stabiliscono il punto di partenza e di sbarco, il costo della traversata, l’imbarcazione da utilizzare e il numero massimo di persone da trasportare, nonché la persona incaricata di guidare la barca fino alla sponda italiana. Nei decenni passati, alla guida delle imbarcazioni veniva spesso posto un ra’īs, un capitano, che poteva essere tanto un esperto marittimo come un pescatore o un marinaio, quanto un traghettatore inesperto e occasionale, che conduceva i migranti sull’altra riva e poi tornava indietro. Le imbarcazioni erano perciò più robuste e resistenti, poiché utilizzate per più tragitti.

Col passare degli anni però, per via dell’aumento della domanda migratoria e contemporaneamente di una maggiore sorveglianza del canale di Sicilia, le imbarcazioni usate durante il viaggio, chkāf o kannūṭa 2 nel linguaggio dell’emigrazione clandestina, e bateaux de la mort o bateaux fantômes nel linguaggio mediatico, sono oggi ben più fatiscenti, comprate a basso costo o fatte costruire per l’occasione, poiché adatte ad effettuare solo un viaggio di andata per poi essere abbandonate. La persona incaricata di guidare la barca, normalmente uno dei migranti stessi, viene istruita il giorno prima della partenza e si assumerà la responsabilità della guida in cambio dell’esenzione dal pagamento del viaggio.

I punti di partenza più frequenti durante gli anni Novanta e Duemila erano i governatorati di Nabeul, Sousse, Monastir, Mahdia, Sfax, Médenine e Zarzis, mentre negli ultimi anni e soprattutto dopo il 2011, nel periodo post-rivoluzionario, le principali località di partenza si concentrano nella zona della capitale, in quella di Sousse, Mahdia, Sfax, soprattutto nell’arcipelago delle Kerkennah e in quella di Zarzis, località di partenza prevalente per i migranti originari del sud e dell’entroterra.

Fonte: Treccani
Fonte: Treccani

Il costo delle traversate è naturalmente aumentato nel corso degli anni, passando da 500 dinari tunisini (DT) negli anni Novanta, a 1.500 DT durante gli anni Duemila, tra i 2.000 e i 4.000 DT dopo la rivoluzione, e tra i 4.000 e i 6.000 DT negli anni più recenti, corrispondenti a circa 1.250 e 1.870 euro. Il prezzo stabilito dai passeurs varia in base al tipo di imbarcazione utilizzata, al numero di persone trasportate e soprattutto alla tratta che si percorrerà: la traversata dalla zona di Tunisi fino a quella di Trapani o Mazara del Vallo è sicuramente più costosa di quella che si percorre da Sfax o da Zarzis fino a Lampedusa, poiché sbarcando sulle coste della Sicilia è più probabile riuscire ad eludere i controlli italiani, al contrario di quanto avviene sull’isola di Lampedusa, dove sono presenti le autorità del Centro di Accoglienza, trasformato in Hotspot, predisposte all’identificazione dei migranti.

In vista della partenza e in attesa di condizioni meteorologiche e logistiche favorevoli per affrontare il tragitto, i migranti vengono fatti alloggiare in una villa abbandonata in città o in una casetta di legno sulla spiaggia di proprietà dei passeurs, la cosiddetta qūna o safe house3. Le partenze si verificano più frequentemente di notte e tra i mesi di aprile e ottobre, in ragione di migliori condizioni atmosferiche e marittime, oppure a ridosso di feste tunisine e italiane, quando vi sono minori controlli da parte delle rispettive Guardie Costiere e dalle Marine Militari.

L’attività dei passeurs in Tunisia, che in alcuni casi non è stata ostacolata dalle istituzioni competenti bensì assecondata attraverso sistemi di corruzione che guadagnano dall’esistenza di queste filiere clandestine, colma oramai un grande vuoto radicato nel paese, quello dell’emigrazione regolare con passaporto e visto.

Questo il caso di Adel, Hedi, Chihab, Jendoubi, Mohamed, Omar, Ayman, Ahmed e Bassem, migranti da me intervistati, alcuni dei quali in Tunisia a seguito del loro rimpatrio e altri in Italia, durante la permanenza irregolare sul territorio, tutti emigrati clandestinamente dalle coste tunisine a quelle italiane. Ognuno con la propria storia, il proprio progetto e percorso migratorio, si sono trovati “costretti” a prendere una barca e partire. Eccezion fatta per Mohamed, che sprovvisto di mezzi finanziari per potersi rivolgere a un passeur, nel 2003 partì nascondendosi dentro un camion che a bordo di una nave, si recò a Marsiglia dal porto di Radés, Tunisi.

  1. Il termine ḥarga deriva dalla radice del verbo ḥa-ra-qa che significa “bruciare”.
  2. Caterina Giusa, Kannouta, perché si fugge dalla Tunisia, Q Code Mag, 2016, https://www.qcodemag.it/archivio/2016/09/09/kannouta-perche-si-fugge-dalla-tunisia/
  3. Giulio Piscitelli, Harraga In viaggio bruciando le frontiere, Roma, Contrasto, 2017, p. 56.