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L’uomo sbagliato: la richiesta di amicizia su Facebook che ha portato a tre anni di prigione

Lorenzo Tondo, The Guardian - 9 agosto 2019

Ogni mattina, per tre anni, una guardia penitenziaria lo ha svegliato, chiamandolo con il nome di qualcun altro. A ogni udienza, un giudice gli ha ordinato di alzarsi e rimettersi a sedere, usando un nome che non era il suo.

Medhanie Tesfamariam Berhe è stato il protagonista di quello che è diventato uno dei casi più noti di identità sbagliata in Italia.

In prigione da maggio 2016, è stato accusato a Palermo di essere uno dei più ricercati trafficanti di essere umani, Medhanie Yehdego Mered, detto il generale.

Mentre il vero trafficante viveva in Africa, Berhe, che si guadagnava da vivere con delle mucche e lavorando occasionalmente come operaio, doveva affrontare 14 anni di prigione.

La sua sventura è iniziata quando ha inviato una richiesta di amicizia su Facebook alla moglie di Mered, trovandola interessante. Questo ha portato gli investigatori a pensare che proprio lui fosse il trafficante, ma con un’altra identità.

Più di una volta ho pensato di farla finita”, Berhe, 32 anni, ha raccontato a The Guardian. “Quando vivi un’ingiustizia così grande, scopri che non si può fare nulla per questo, perdi la voglia di vivere. Provate a vedere dal mio punto di vista: non sono stato arrestato, sono stato rapito, e i miei tre anni in prigione sono stati come un incubo interminabile, iniziato con una semplice richiesta su Facebook”.

La vicenda si è conclusa il mese scorso, quando un giudice in Sicilia ha assolto Berhe dall’accusa di traffico di essere umani, confermando che è una vittima di un caso di errata identità, e ha ordinato il rilascio immediato.

Oggi Berhe vive come un uomo libero in un piccolo appartamento tra le vie del centro storico di Palermo, dopo che gli è stato concesso l’asilo politico in Italia. I suoi anni in prigione lo hanno reso riservato e diffidente.

A volte ho paura che la polizia possa arrestarmi e che l’incubo torni di nuovo”, ha affermato. “Da quel maledetto giorno in cui sono stato arrestato, la mia vita non sarà mai più la stessa”.

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Berhe aspetta il verdetto del tribunale del carcere dell’Ucciardone, istituito negli anni Ottanta per i processi di mafia. Foto: Alessio Mamo/ The Guardian

Nel pomeriggio del 24 maggio 2016, un rifugiato dall’Eritrea, stava bevendo un caffè in un bar nella periferia di Khartoum, capitale del Sudan, quando sei agenti di polizia gli hanno messo un cappuccio, lo hanno portato via e costretto su un volo per Roma.

Il suo arresto, dopo che le indagini hanno interessato due continenti e cinque nazioni, è stato presentato ai media come un trionfo nella lotta ai trafficanti di essere umani. Il sospettato è stato definito come “Al Capone del deserto” e come il primo trafficante di esseri umani a esser stato estradato dall’Africa.
Al suo arrivo in Italia, lui non aveva idea di quello che stava accadendo.

Ho pensato che volessero estradarmi dall’Eritrea perché mi ero rifiutato di fare il servizio militare”, ha affermato. “Durante il mio primo interrogatorio a Roma, mi hanno detto di essere un trafficante di esseri umani, Mered; ho pensato fossero pazzi”.

Berhe è stato poi trasferito nella prigione Pagliarelli di Palermo in attesa di essere sottoposto a quello che poi è diventato un lungo e controverso processo. Due test del DNA, una serie di testimoni e report del The Guardian e New Yorker, che hanno avuto contatti con il vero trafficante, hanno confermato la sua innocenza. Ma il calvario è andato avanti.

È successo poi che il vero trafficante è stato arrestato in Medio Oriente, probabilmente negli Emirati Arabi, per aver usato un passaporto falso, mentre gli investigatori italiani arrivavano in Sudan per prendere Berhe al posto suo.

L’incarcerazione di Mered ha fatto sì che le intercettazioni del suo telefono fossero lasciate da parte, in quanto c’erano i post di Facebook. Gli investigatori pensavano che Mered avesse cambiato numero e identità sugli account social.
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Qualche mese prima, gli investigatori italiani avevano scoperto che un uomo eritreo di nome Medhanie era diventato amico su Facebook della moglie del trafficante, Lidya Tesfu. Hanno così pensato che quell’account dovesse essere di Mered, dato che la prima parte del nome era la stessa. La National Crime Agency britannica aveva fornito il numero di telefono associato all’account, cosicché i procuratori siciliani sono risaliti a lui a Khartoum, producendo un mandato di arresto.

Se potessi tornare indietro nel tempo, mi taglierei le dita che ho usato piuttosto che inviare la richiesta di amicizia a quella donna nell’autunno del 2015”, ha affermato Berhe.

Come potevo mai sapere che era la moglie di Mered? Pensavo solamente che fosse carina. Un contatto di Facebook mi ha portato a questa situazione assurda. Se Mered non fosse stato arrestato negli Emirati Arabi, probabilmente i procuratori italiani lo avrebbero arrestato a Khartoum. E se non avessi mai inviato quella richiesta a Lidya, adesso probabilmente avrei già raggiunto la mia famiglia in Europa”.

Tesfu stessa ha provato che Berhe non era il suo vero marito, ma il procuratore Calogero Ferrara ha tralasciato questa prova, insieme a tutti gli altri indizi che confermavano il caso di errata identità. Alla fine del processo, ha chiesto ben 14 anni di prigione.

Nel frattempo, The Guardian e l’emittente svedese SVT hanno riportato che Mered era stato scarcerato negli Emirati Arabi, e che continuava i suoi traffici a Kampala, capitale dell’Uganda, dove frequentava spesso nightclub.

Sapevo che mentre io ero in carcere, Mered si godeva la sua libertà da qualche parte in Africa”, ha affermato Berhe. “Ma non posso fargliene una colpa. Non è colpa sua se io sono stato arrestato a Khartoum, e non è stato lui a tenermi in prigione per tre anni”.

Berhe non ha più l’accusa di traffico di essere umani, ma è stato comunque accusato di incentivare l’immigrazione illegale, in quanto aveva aiutato suo cugino a raggiungere la Libia. Dato che ha già scontato tre anni di prigione, il giudice ha predisposto il suo rilascio immediato.

Continuo a non capire il perché di questa accusa”, ha affermato, “i migranti non hanno denaro contante con loro durante le traversate nel deserto, perché rischiano di essere derubati. Ecco perché mio cugino mi ha chiesto di mandare i suoi soldi a un uomo che l’avrebbe aiutato nel tragitto. Questa è la prassi in Africa, specialmente tra noi eritrei, dato che non abbiamo il passaporto. Come potremmo mai raggiungere l’Europa altrimenti?”.

Con l’asilo garantito in Italia, Berhe ha ancora molto della sua vita davanti a sé. “Le persone mi chiedono cosa farò ora che sono libero. Bene, prima di tutto devo ancora realizzare che questo incubo è finalmente finito e che questa libertà non è un sogno. E se è cosi, ti prego, non svegliarmi”.