Rodi e il centro per migranti che non c’è

Le fotografie e il racconto della visita di una nostra lettrice mostrano le terribili condizioni di vita nel centro

L'entrata del centro per migranti sull'isola di Rodi

Sono un’operatrice sociale impiegata nel settore accoglienza dei richiedenti protezione internazionale e lavoro presso centri di accoglienza situati nel nord Italia.

Dal 23 luglio al 6 agosto mi sono recata in vacanza in Grecia.

Un paese di inestimabile bellezza, culla della nostra civiltà, il sole caldo di un infuocato e spensierato agosto, ma mentre guardavo il mare di fronte a me, non potevo che pensare alle immagini degli sbarchi di pochi anni prima sulle isole greche. Sbarchi che non si sono mai fermati e che, come rivela Aegean Boat Report, nelle ultime settimane sono in aumento. Dal 5 all’11 agosto sono 1.607 le persone arrivate sulle isole del Mar Egeo che ABR stima essere in totale 23.623. Anche Frontex (Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera) in un comunicato scrive che “il numero di arrivi sulle isole greche nell’Egeo è aumentato di un quarto rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso”.

In visita sull’isola di Rodi, non ho potuto fare a meno di andare a visitare il campo profughi di Rodi Town.
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Informandomi attraverso una guida del posto ho appreso che il campo si trovava nell’ex mattatoio al porto di Akandia (un ex macello per i maiali).
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Quindi una mattina, staccandomi dal gruppo, mi sono recata in questo porto pieno di bellissimi yacht e barche a vela, mentre accanto, sulla terraferma, si trova un vero e proprio ghetto fatiscente dimenticato da tutti, una realtà totalmente dissociata dal contesto che lo circonda.
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Un luogo in un tale stato di abbandono e di degrado che non è neanche più giustificabile da uno stato di emergenza ormai cessato; una situazione agghiacciante considerato anche il numero non così elevato di persone all’interno, il che permetterebbe una gestione quantomeno umana del luogo.
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Non ho avuto alcun impedimento ad entrare e le persone ospiti, per lo più palestinesi, irachene e somale mi hanno accolto con gentilezza e con un po’ di legittimo stupore.
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Dopo esserci presentati, aver giocato un po’ con i bambini, cercando così di rompere il ghiaccio e il muro di diffidenza di alcuni di loro, gli stessi ospiti hanno iniziato, incalzati dalle mie domande a parlarmi un po’ della vita che conducono in questo luogo.
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Non vi è alcun operatore che si occupa delle loro esigenze sanitarie, legali, burocratiche da espletare all’esterno; gli abitanti dell’isola si recano ogni tanto per fornire vestiario o beni per i bambini , c’è solo un volontario (probabilmente un abitante caritatevole dell’isola) che si reca al “centro” dalle 8 alle 10 di mattina per vedere le loro condizioni, interagire un po’ con loro e probabilmente dare loro conforto cercando di arginare quel senso di abbandono così penetrante che si avverte appena entrati.
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Una ragazza somala, che a differenza degli altri comunicava in inglese in modo abbastanza comprensibile, mi ha riferito che un delegato dell’UNHCR si reca una volta al mese presso il campo, consegnando 90€ per un mese a persona (deduco che questo includa tutto, cibo, vestiario, eventuali medicine, tutto…).
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I bambini, non pochi, a piedi nudi in mezzo alla sporcizia ti vengono incontro gioiosi, con quell’inconsapevolezza che solo l’infanzia ti sa regalare. Un’inconsapevolezza che chi più chi meno regna anche tra gli adulti, che mi chiedono di fronte alla mia incredulità: “Ma in Italia è meglio di così?”.
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Era il penultimo giorno della mia vacanza, e non ho potuto approfondire oltre gli aspetti legati alla gestione e agli accordi su cui si fonda l’andamento e la gestione di questo campo.
Ma penso che le immagini parlino da sole.
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Anche il prete francescano parroco di Rodi P. Luke Gregory, del quale avevo letto la sua attività di aiuto verso i profughi di Rodi e Kos attraverso l’ufficio della Caritas di Rodi e con l’associazione “La Custodia di Terra Santa a Rodi” non era reperibile.
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Così il giorno dopo, con tutte le mie foto scattate nel campo sul cellulare, me ne sono dovuta andare decisa a far emergere questa situazione di totale degrado in un contesto che qui ed ora non ha nessun motivo o scusante di essere mantenuto tale da parte delle istituzioni di Rodi e del governo greco.
Persone e nuclei familiari, donne, uomini e bambini (circa 70 persone), vivono in un totale stato di abbandono e degrado, palesemente insalubre e malsano. 
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Nicole Bonfanti