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Istantanee dal centro accoglienza. Il sistema della doppia assenza

Fotografie e testo di Vanna D'Ambrosio

Fotografie di Vanna D'Ambrosio

Dopo il lutto nazionale a seguito dell’ennesima – non sfiorata – tragedia a Lampedusa che ha trasmesso oltre duecento corpi senza vita, incendiati dal fuoco del barcone e poi spenti dall’acqua salata, è stato il giorno ufficiale dell’esibizione politica.(Naufragio dell’ottobre 2013)

A chi saranno affidati? Cosa faranno? Con chi avranno a che fare? 1
Saranno smistati, scissi, per nuclei familiari, respinti in donne, bambini e maschi e saranno accolti in uno dei tantissimi centri di accoglienza della Capitale, tutte le strade portano a Roma, dove la posta in gioco è davvero alta.
I sopravvissuti diventeranno un targhettino da camera, non avranno più un nome per anni, incontreranno operatori per cui il nome è difficile da pronunciare. Potrebbero essere accolti da noi, tanti, che pensiamo ancora che “i negri” sono nei campi di pomodoro; i bengalesi uguali ai pakistani, i musulmani terroristi e non sappiamo, peggio, “cosa vengano a fare in Italia“.2

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E’ tutta l’erba un fascio: nei nostri centri di accoglienza sono accolti indifferentemente uomini torturati, minacciati, vittime di violenza, persone per le quali risulta facile dormire durante i bombardamenti del Capodanno.

8 giorni, di cui 4 senza acqua e 2 senza cibo. Violati nella loro adolescenza, non rivedono il loro genitori da tre anni. A 16, fotosegnalati e messi qui, in questo campo eccezionale, a rimbalzare sulla vita. Loro sono piccoli, ma le nostre strutture, imboscate negli agglomerati periferici, sono gigantesche. Da questa intonazione, gli occhi non vedono e il cuore non duole niente. Conservati, stretti e costretti a firmare la loro presenza quotidianamente, in un sistematico mangiare, dormire, vaccinare, regolare, sfruttare, delinquere, monitorare, sorvegliare, categorizzare, diventare tutti allo stesso modo, come noi vogliamo, mentre stanno solo richiedendo qualcosa che hanno già, sacralmente, e continuamente, gli viene trafitta.

Quando inizia una guerra, lo senti e devi scappare, mi diceva Imran. Lo senti, perché circolano voci che molte persone si sono armate ed hanno, ormai, le armi in casa. Dovevo scappare, correre verso il confine, scavalcare il fino spinato e non voltarmi indietro per ben 17 km. Dalla Libia alla Tunisia, sono arrivato in questo modo. Sono rimasto a letto tre giorni prima di partire per l’Italia, “ma non sapevo che fosse così l’accoglienza, mi sarei buttato”.
Mi paralizzò.
Tu pensi che un ragazzo a quell’età vuole lasciare la mamma, suo padre, i suoi amici, la sua ragazza?“, mi chiese un adolescente dalla pelle nera.3
Il mio stomaco soffocò.

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Ma in qualche modo come se mi fossi sempre sentita una di loro. Come se i loro racconti e le loro vite che attraversavano le grandi mani, graffiate e ferite, mi avessero più volte spinta in altre immagini. Le persone di cui parlo sono state le mie giornate quotidiane, la mia nobiltà d’animo e la mia miseria nazionale. I richiedenti asilo, i ragazzi e gli uomini, le donne e le ragazze, rasserenanti, molte volte, molto più di quanto si pensi. Ho visto le nostre pelli come una tavolozza, con variazioni cromatiche spontanee, dal bianco pallido, il mio, a quello scuro degli afgani, al colore olivastro pakistano, attraverso l’arancio bengalese, sino alle sottili sfumature del nero africano.
Storie di vita che arrivano con I frastuoni dei nostri missili e con la paura della morte.

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Cosa ci facciamo qua, penso? Cosa ci faccio io a guardia di queste persone? 4

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Come risultato dell’incorporazione degli immigrati in strutture e categorie nazionali, il centro di accoglienza segnala, sincronicamente, la possibilità della politica, che ne imprime le caratteristiche sociali, economiche e giuridiche, ciò che Sayad definisce “pensiero di Stato”5. Nella misura in cui l’accoglienza si focalizza sul politico come solo e costante processo del governare, l’integrazione si traduce nelle forme di un diritto minore per gli immigrati. Rispetto ad essa, infatti ed ancora
rileggendo Sayad, bisogna considerare che lo spostamento va considerato un “fatto sociale totale”, che coinvolge tutti gli aspetti e le dimensioni dell’esistenza umana in relazioni asimmetriche e costringe incessantemente la società di accoglienza a ridefinirsi, attraverso l’azione reciproca ed adottando una prospettiva di autentica mediazione culturale, in cui entrambi i soggetti sono responsabili che il processo di integrazione non si riduca ad una relazione a senso unico.

Lo straniero è il medesimo individuo che potremmo essere noi in circostanze mutate 6.

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  1. A. Sayad, La doppia assenza. Cortina, Milano, 2002. “Lo stato, per sua stessa natura, discrimina e così si dota preventivamente di tutti i criteri appropriati, necessari per procedere alla discriminazione, senza la quale non esiste stato nazionale”.
  2. Ibidem. “Considerando i migranti né soltanto come originari di, né come emigrati, né come immigrati, ma appunto come esseri umani che, oggi più che mai, spesso aspirano inconsapevolmente a un’emancipazione politica che forse può trovare spazio solo in una visione del mondo libera dalle costrizioni a subordinarsi ad appartenenze specifiche”.
  3. Ibidem. “Né cittadino né straniero, né dalla parte dello Stesso né dalla parte dell’Altro, l’immigrato esiste solo per difetto nella comunità d’origine e per eccesso nella società ricevente. Fuori posto nei due sistemi sociali che definiscono la sua non esistenza”.
  4. R. Ghazy, Oggi forse non ammazzo nessuno. Storie minime di una giovane musulmana stranamente non terrorista, Milano, Fabbri, 2007, p. 24 “A volte chiudo gli occhi, e provo a immaginare di involarmi, di abbandonare il mio corpo, la mia vita. Assecondando il mio desiderio inespresso di piombare in un’altra vita, non questa, una più facile, più lineare. Una famiglia come le altre, tutte quelle che le stanno intorno. Una religione che non ha bisogno di essere difesa, spiegata, mediata ogni giorno. Un’identità chiara, precisa, uniforme. Quando smetto di fantasticare, piombo di nuovo dentro me stessa e lascio che la frustrazione sfumi lentamente, fino a ricominciare, piano piano, a capire chi sono. E così imparo un pezzetto di me ogni giorno“.
  5. A. Sayad, La doppia assenza. “ Le categorie sociali, economiche, culturali, etiche … e, per farla breve, politiche, con cui pensiamo l’immigrazione e più in generale tutto il nostro mondo sociale e politico, sono certamente e oggettivamente (cioè a nostra insaputa e, di conseguenza, indipendentemente dalla nostra volontà) delle categorie nazionali, perfino nazionaliste “.
  6. R. Bodei, Tempi e mondi possibili: arte, avventura e straniero in Georg Simmel, in «aut-aut», n. 257/1993, p. 71.

Vanna D'Ambrosio

Conseguita la laurea in Filosofia presso l’Università di Napoli Federico II, ho continuato gli studi in interculturalità e giornalismo. Ho lavorato come operatrice sociale nei centri di accoglienza per immigrati, come descritto nella rubrica “Il punto di vista dell’operatore”. Da attivista e freelance, ho fotografato le resistenze nei ghetti italiani ed europei. Le mie ricerche si concentrano tuttora sulle teorie del confine.