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Linea resistente*: memorie di ieri, memorie di oggi

di Sara Forcella


“Non c’è alba e non c’è tramonto
In cui non abbia desiderato di essere qui con te
[…] Avrei fatto di tutto per respirarti ancora.”
Dal documentario “Yemen. Nonstante la guerra” di Laura Silvia Battaglia (2019)

Quel fine Settembre era il più impietoso degli ultimi anni. Il caldo anomalo, afoso come fosse ancora piena estate, non accennava a dar tregua. L’aria umida si appicciava addosso e il calore avvampava la pelle fino a sera, quando il cielo diventava più terso e la morsa del giorno si faceva finalmente più gentile. I polmoni di Yassin, già stanchi per le troppe sigarette, mal sopportavano quell’estate che non se ne voleva andare e respiravano soltanto dopo il tramonto, con il venticello che si alzava e aveva per lui il sapore della menta.

La giornata era iniziata nel peggiore dei modi. Yassin era andato a letto con il mal di testa la sera prima. Invano aveva sperato che il sonno si sarebbe portato via quel tormento, anche solo per qualche ora. La notte, invece, era trascorsa troppo velocemente, e il suo riposo ormai non era più quello di una volta. Era da un po’ che alzarsi dal letto gli costava una fatica immensa. Si svegliava senza forza nelle gambe, come se qualcuno nel sonno gliele avesse incastrate in un blocco di cemento dal quale lui riusciva a malapena a liberarsi. Passava solitamente così qualche minuto ancora disteso, in attesa di quel miracolo che lo avrebbe tirato su, al tempo dovuto, per l’ennesima volta. E d’improvviso, infatti, ecco che si accartocciava su di un fianco e, come se una mano lo sollevasse per il collo, si metteva dritto sulle gambe. Ma quella mattina non era aria, la testa gli scoppiava e tutto gli sembrava insopportabile. Sentiva la tempie che gli premevano, le vene pulsare come se ogni singolo capillare si fosse messo a pompare all’improvviso verso la testa tutto il sangue che gli circolava in corpo. Cazzo, si disse.

Aspettò fino all’ultimo, finché qualche cosa a cui nemmeno lui sapeva dare un nome lo costrinse ad aprire le palpebre, a prendere atto di dove era e di cosa avrebbe dovuto fare per sfangare quella giornata che si prospettava terribile. Di tutto il tempo che era costretto a passare dentro quel posto, era il risveglio ad essergli particolarmente doloroso. L’idea di trovarsi ancora lì, per un altro intero giorno e poi un altro ancora gli dava il tormento. E allora lui faceva di tutto per ritardare quella fastidiosa presa di coscienza, quel senso di tempo che gli si sfaldava davanti agli occhi e si sfilacciava come una corda logora, senza che Yassin potesse afferrarla.

Quel giorno lì il mal di testa era tale che Yassin avrebbe preso volentieri a testate il muro, se avesse potuto, pur di far cessare quel sordo, secondo battito che picchiettava fuoritempo sul suo lento risveglio. Si mise seduto sul letto, delicatamente, sperando di attutire il contraccolpo alla tempia che avrebbe ricevuto tirandosi su. Era già al limite della sopportazione, perciò fece di tutto per non peggiorare il dolore che non lo mollava. Con una gentilezza dei movimenti che strideva con la confusione rumorosa che sentiva in testa, si alzò e avanzò lentamente verso il bagno, cercando di pensare soltanto al caffè e alla sigaretta che lo aspettavano nella stanza di sotto.

Yassin oscillò. Per qualche istante gli sembrò di non trovarsi dove esattamente era. Tra la testa che gli scoppiava e gli occhi ancora pieni di sonno, gli parve di intravedere qualche cosa di casa sua in quella stanza che pure gli era tanto estranea.

Il pensiero gli bruciò ancor di più le tempie, come sale su di una ferita aperta, e perciò non perse tempo a ricacciarlo subito indietro. In verità, casa sua a malapena riusciva a ricordarsela. Gli capitava da qualche tempo di perdersi alcuni luoghi e persino i volti delle persone che avevano attraversato la sua vita. Succedeva all’improvviso, quando volendo fare il punto su se stesso tornava indietro con la memoria, e non trovava più nulla. E non era affare da poco, nella sua testa c’era tutto quello che aveva vissuto, quello che aveva sentito, ogni volta che aveva amato e che era arrossito, lui già color mattone, per uno sguardo che gli aveva regalato anche solo un po’ di calore. Quello era il suo diario, le pagine della sua storia che non aveva ancora scritto ma che sfogliava e risfogliava, in cerca dei giorni che non c’erano più.

Forse nella sua vita di adesso non c’era più spazio per tutto quello che era stato, non c’era più posto per le cose belle, per la vita che un tempo gli aveva sorriso ma che adesso sembrava non essergli mai appartenuta. Zittiva tutto quello che gli tornava su, di tanto in tanto, tra un risveglio andato storto e una giornata che correva via davanti a lui. Allora gli si faceva dentro tutto silenzio, e quasi lui non ci credeva che aveva trovato quell’oasi di pace, tra i fili aggrovigliati dei pensieri.

Gli si faceva silenzio fino a quando non emergeva quel colpo sordo, e le tempie gli prendevano a pulsare. Tutta quella pace che si era costruito a fatica nella testa di colpo spariva e compariva di nuovo quel battito doloroso che non ne voleva sapere di smettere.

Dove sei, Mariam? Perché mi hai lasciato? Proprio adesso che sono lontano, proprio adesso che mi hanno ascoltato. Ho urlato per anni quel che ero, quel che sono, un uomo che da anni sta scappando e chiede solo di restare qui e lavorare.

Non ti ho abbandonata Mariam, lo sai? Sono venuto in questo posto per te e quel che ho vissuto non te lo riesco nemmeno a raccontare. Mi hanno trattato come un delinquente, mi hanno accusato di essere un ladro. Solo per te sono venuto qui, avrei voluto dirglielo anche a loro. Guardatela, guardate quanto è bella, se solo ti avessero vista. Ma tu sei lontana e loro non lo sanno che cosa c’è al di là del mare. Non sono bastate le mie parole e i miei passi stanchi a raccontare di te, che eri lì, e di me che sono nato di nuovo con te che mi hai rimesso al mondo.

Ed ora non mi vuoi più. Dici che non ho mantenuto le promesse. Ma io sono sempre stato sincero e ce l’ho messa tutta per trovare il modo di sistemarmi affinché tu potessi raggiungermi. Ma qui non è facile come credi, lo sai? Sono stato fermo, per anni, ad aspettare i miei documenti. E il tempo non passava mai, non si muoveva, e a me sembrava di scomparire tra le giornate tutte uguali. Allora ho cercato di raccontarti con uno sguardo ogni mattina che mi sono alzato, sono sceso giù e sono andato a firmare. Ti ho tenuta stretta mentre mi consegnavano la schiuma da barba, e il sapone, e io mi sentivo niente perché non avevo i soldi per comprare neppure le lamette che mio padre, a dieci anni, mi aveva già insegnato ad usare. Sei stata la mia schiena dritta quando sono andato a chiedere alla gente di aiutarmi a trovare lavoro.

Avrei fatto qualsiasi cosa, mi sarei arrangiato, ma senza entrare in giri strani, per te volevo starne fuori. Ho cercato e ho cercato, e più chiedevo più mi facevo piccolo dentro le spalle, a pulire via la vergogna c’eri solo tu, la sera, e ti vedevo ogni notte e pensavo che sì, ne valeva comunque la pena.

Poi ho fatto una cazzata con un amico. Roba di poco conto, ma loro ci hanno beccati e per pochi spicci ci hanno messo dentro per un po’. Eppure, c’eri tu ed io ho superato anche questo.

Adesso però che mi hai lasciato io non so più chi sono, Mariam. Ho fatto tutto questo per te, per portarti qui e finalmente stare insieme senza paura, senza tremare ogni notte per un rumore troppo forte che ti avrebbe strappata via da un momento all’altro.

Yassin pianse, e le lacrime gli andarono giù come una marea inarrestabile e inarginabile. Si ricompose un pochino, e si mise una mano sulla tempia. La testa gli faceva male più forte del solito. Quel sordo martellare stava lì a scandirgli il tempo. E sotto quel doloroso ritmo sordo, lui senza accorgersene riusciva a farsi presente a se stesso. Era la sua linea resistente, erano le parole che non gli uscivano più, era lei e la sua vita di prima che gli si riproponeva davanti, senza tregua, e che gli si aggrappava addosso.

Sara Forcella

PhD in Civiltà dell'Asia e dell'Africa, è arabista, mediatrice culturale ed insegnante di italiano L2. E' inoltre presidente di Fuori Passo ETS, associazione che si occupa di mediazione, orientamento, servizi e formazione per persone con background migratorio.