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Erdogan si sta servendo dei rifugiati come strumento di ricatto per evitare le accuse di invasione della Siria: l’accordo UE-Turchia deve terminare ora

Maya Thomas-Davis e Lorraine Leete*, Independent - 22 ottobre 2019

Photo credit: Nasim Lomani

Erdogan ha prontamente avvisato l’UE che la Turchia “aprirà le porte e invierà 3,6 milioni di rifugiati per tutta Europa” se la sua operazione militare verrà intesa come invasione. Sebbene si tratti di un’azione riprovevole, la minaccia in questione dice molto di più sull’UE che sul leader autoritario della Turchia.

La Turchia sta attaccando la Siria nordorientale, nota anche come Rojava, commettendo una grave violazione dei diritti internazionali. Il presidente turco Erdogan ha dichiarato di voler “rimpatriare” i rifugiati siriani creando una “zona di sicurezza” estesa 32 chilometri dal confine turco, nell’area liberata dalle armate curde che hanno perso 11.000 soldati nella guerra all’Isis.

L’occupazione turca di questa regione minaccia la pacifica Amministrazione Autonoma della Siria nordorientale, un sistema emergente basato su democrazia diretta, multiculturalismo, ecologia, economia cooperativa e liberazione femminista. L’invasione da parte della Turchia rischia inoltre di provocare la rinascita dell’Isis; crimini contro l’umanità e crimini di guerra come genocidi, esecuzioni sommarie, uso di armi chimiche; e lo spostamento forzato di centinaia di migliaia di civili.

In risposta alle critiche, Erdogan ha prontamente avvertito l’UE che la Turchia “aprirà le porte e invierà 3,6 milioni di rifugiati per tutta Europa” se la sua operazione militare verrà intesa come un’invasione. Sebbene riprovevole, la minaccia di Erdogan la dice molto più lunga sull’UE che sul leader autoritario della Turchia.

Il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk ha risposto: “Non accetteremo mai che i rifugiati vengano usati come armi e come mezzo di ricatto“. Tuttavia, perseguendo una politica di esternalizzazione delle frontiere, il che significa pagare gli Stati limitrofi dell’Europa affinché fungano da guardie di frontiera – ignorando le azioni di coloro che vengono finanziati e il proprio ruolo nella violenza che porta alle migrazioni – è stata l’UE stessa a trasformare le persone in cerca di libertà, sicurezza e dignità in merci e moneta di scambio, consentendo il loro utilizzo come arma e strumento di ricatto così come denunciato da Tusk.

Il Legal Centre Lesvos è stato istituito in seguito all'”accordo” UE-Turchia del marzo 2016, in base al quale la Turchia avrebbe ricevuto 6 miliardi di euro per fare da guardia di frontiera per la fortezza Europa. Nel frattempo, gli “hotspot” dell’isola greca sono stati trasformati in carceri a cielo aperto dove i sopravvissuti al viaggio attraverso il Mediterraneo attendono, spesso anche per anni, sotto la minaccia della deportazione in Turchia.

Negli ultimi tre anni, il Legal Centre ha documentato e denunciato le violenze, le violazioni dei diritti e la miseria verificatesi a Lesbo a causa dell’accordo UE-Turchia, nonché la resistenza organizzata delle persone soggette ad esso.

Ogni giorno in ufficio vediamo i volti delle persone colpite dalle guerre imperialiste e dai mutamenti della geopolitica che finiscono sulle prime pagine di tutto il mondo, come l’invasione turca del Rojava favorita dagli Stati Uniti.

La maggior parte delle persone arriva sulle coste di Lesbo ignare del quadro politico-giuridico istituito per negare loro i diritti fondamentali, o delle condizioni disumane e degradanti che li attendono. Attualmente a Moria vivono oltre 14.000 persone: “il peggior campo profughi sulla terra“.

Circa 5.000 persone sono arrivate a Moria il mese scorso.
Queste cifre sono le più alte dal 2015 e a differenza di allora alle persone che arrivano oggi sulle isole greche non è permesso continuare il viaggio. Moria ha superato di quattro volte la sua capacità massima e da tempo si estende ben oltre la sua area recintata: il perimetro è coperto di container, tende e rifugi di fortuna.

Scarseggiano cibo, acqua, privacy, e vi è una grave mancanza di cure mediche e di sicurezza, in particolare per gli individui LGBTQIA, donne e ragazze. Alcune persone sono morte per il freddo, altre bruciate vive negli incendi. È difficile descrivere il livello di disumanità che molti devono subire qui come conseguenza diretta dell’accordo UE-Turchia.

Numerose sono le ragioni per cui l’accordo dovrebbe essere considerato illegale. La “procedura di frontiera accelerata“, introdotta con l’accordo UE-Turchia, non permette un processo equo: attraverso la detenzione all’arrivo, limiti di tempo abbreviati, un processo decisionale in materia di asilo basato su “pareri” privi di una base giuridica scritti dal personale dell’Ufficio europeo di sostegno per l’asilo, e la differenziazione delle procedure in base al paese di origine, violando così il principio di non discriminazione.

Date queste violazioni procedurali e le infime condizioni di vita negli “hotspot”, la politica di contenimento che impedisce ai richiedenti asilo di lasciare le isole, viola anche la direttiva sulle condizioni di accoglienza dell’UE, che consente di limitare la libera circolazione dei richiedenti asilo solo nel caso in cui altri standard come le condizioni di vita e il diritto alla vita privata non siano compromessi.

La Turchia non è firmataria del protocollo alla Convenzione sui rifugiati, il che significa che la “protezione” che offre ai rifugiati non è garantita. Ciò è dimostrato dal fatto che la Turchia ha regolarmente infranto il principio di non respingimento rimpatriando forzatamente i rifugiati in Siria.

Qualora una delle centinaia di migliaia di civili sfollati dalla guerra turca contro il Rojava cercasse rifugio in Europa, in base all’accordo UE-Turchia sarebbe minacciata di espulsione nello stesso Stato responsabile del loro sfollamento. Tuttavia, l’UE si affida alle garanzie diplomatiche per giustificare la designazione della Turchia come un “Paese terzo sicuro” e la Grecia continua a espellere i richiedenti protezione internazionale, annunciando di recente che accelererà la procedura ed espellerà 10.000 persone entro la fine del 2020.

La scorsa settimana, quando il Consiglio europeo ha adottato una risoluzione che porta gli Stati membri a bloccare le esportazioni di armi in Turchia, si è evitato di usare il termine “invasione“. Eppure, la cosiddetta “azione militare unilaterale” della Turchia, contraria al divieto dell’uso della forza senza giustificato motivo previsto dalla Carta delle Nazioni Unite, equivale a un’aggressione. Il crimine di aggressione comporta la responsabilità internazionale per non fornire aiuti o assistenza.

L’uso dei rifugiati come strumento per ricattare l’UE da parte di Erdogan deve quindi servire da campanello d’allarme. Il finanziamento e la legittimazione forniti nell’ambito dell’accordo UE-Turchia devono essere visti come aiuti e assistenza all’aggressione, ai crimini di guerra e ai crimini contro l’umanità della Turchia.
L’accordo UE-Turchia ha causato abbastanza violenza, miseria e morte. Con la stessa urgenza con cui si deve porre fine alle esportazioni di armi, l’Unione europea deve immediatamente porre fine all’accordo UE-Turchia.

* Maya Thomas-Davis sta studiando per diventare avvocato mentre Lorraine Leete è coordinatrice del Centro legale di Lesbo.