///

Behrouz Boochani, voce dei rifugiati dell’isola di Manus, è libero in Nuova Zelanda

Ben Doherty, The Guardian - 14 novembre 2019

Photo credit: David Fanner/The Guardian

La storia dietro il volo verso la libertà di Behrouz Boochani

Behrouz Boochani, rifugiato e giornalista curdo-iraniano che è diventato la voce delle persone incarcerate sull’isola di Manus, è atterrato in Nuova Zelanda e ha dichiarato che non tornerà più nel regime sull’immigrazione della Papua Nuova Guinea o dell’Australia.

Non tornerò mai più in quel posto,” ha detto al Guardian, subito dopo aver lasciato la PNG. “Voglio solo essere libero dal sistema, dal processo. Voglio solo essere in un posto dove sono una persona, non soltanto un numero, non solo un’etichetta, “rifugiato”.

Durante i sei anni trascorsi come detenuto nel sistema di detenzione al largo dell’Australia, Boochani è diventato la voce del centro di detenzione dell’isola di Manus e un instancabile attivista per i diritti dei detenuti in Australia. Ha descritto ampiamente per il Guardian la vita in prigione e ha vinto il più importante premio letterario d’Australia con il suo libro, “Nessun amico se non le montagne”.

Il suo arrivo in Nuova Zelanda provocherà una forte suscettibilità politica in Australia. Il governo australiano ha ripetutamente rifiutato le aperture da parte della Nuova Zelanda in merito al reinsediamento dei rifugiati detenuti sulle isole, sostenendo che pregiudicherebbe le politiche rigide nei confronti degli arrivi via mare tenuta dall’Australia.

Boochani ha dichiarato al Guardian di essere euforico per essere libero e che sta provando ad adattarsi ad una libertà ancora indeterminata.

Dopo più di sei anni sono molto, molto stanco,” ha detto. “Ma sono contento di essere lontano da quel posto.

Chiunque a Manus porta con sé molti ricordi dolorosi, non potremo mai lasciarli su quell’isola… ma sono contento: mi sento libero.”

Circa tre quarti dei rifugiati e richiedenti asilo mandati in PNG dal governo australiano a partire dal 2012 sono partiti per l’Australia, per gli USA o per altri Paesi, ha dichiarato Boochani. Sette sono morti. Ma Boochani ha detto di essere affranto per quelli che sono rimasti imprigionati lì, in particolare 46 uomini detenuti, praticamente in isolamento, nella prigione di Bomana a Port Moresby.

Durante i sei anni in cui è stato detenuto sull’isola di Manus e a Port Moresby, Boochani ha visto amici colpiti da armi da fuoco, accoltellati e uccisi dalle guardie sull’isola di Manus, ha visto altri morire per mancanza di cure mediche e altri ancora sprofondare in problemi mentali e suicidio.

È stato torturato due volte per diversi giorni nel noto reparto di isolamento Chaula, nel centro detentivo di Manus, oggi demolito. É stato incarcerato per otto giorni per aver documentato uno sciopero della fame all’interno del centro, che è stato interrotto con la forza da parte della polizia di PNG.

Ma durante questo periodo sull’isola ha mantenuto il suo ruolo di giornalista, rappresentando la più importante – e inizialmente l’unica – voce dall’interno del regime detentivo.

Sono un giornalista,” ha dichiarato al Guardian Australia nel 2015. “Sono ancora un giornalista in questo posto. Questo è il mio lavoro, il mio dovere.”

È diventato un corrispondente per il Guardian e altri organi di stampa, portando avanti indagini dettagliate basate sui racconti dei testimoni oculari, interviste durante la detenzione e documenti trapelati.

E, come è noto, ha scritto un libro documentando la detenzione attraverso messaggi via WhatsApp, inviati meticolosamente frase dopo frase, e tradotti in Australia.
Nessun amico se non le montagne” – il titolo è tratto da un antico proverbio curdo – ha vinto il Victorian premier’s prize per la letteratura.

Durante la detenzione, ha filmato – usando un cellulare tenuto nascosto alle autorità – un documentario sulla vita all’interno del centro di Manus, “Chauka, Please Tell Us the Time” è stato proiettato nei festival in Australia, a Londra e Berlino.

Chauka, please tell us the time from Sarvin Productions on Vimeo.

In quanto giornalista d’inchiesta curdo, Boochani è stato perseguitato nel suo Paese d’origine, l’Iran, per aver documentato e supportato l’indipendenza curda, ed è fuggito in Australia nel 2013. È arrivato in barca a Christmas Island, un territorio australiano nell’Oceano Indiano, a luglio 2013. È stato trasferito sull’isola di Manus il 27 agosto 2013.

Ha trascorso 2.269 giorni all’interno del regime detentivo al largo dell’Australia.
Boochani ha lasciato la PNG mercoledì, viaggiando su un percorso tortuoso fino alla Nuova Zelanda, dove presenzierà ad un festival letterario a Christchurch.

Ha un visto della durata di un mese per stare in Nuova Zelanda. Spera ancora di poter essere ricollocato negli USA – che lo ha accettato come parte dell’accordo stipulato tra Malcolm Turnbull e Barack Obama sullo “scambio di rifugiati” dell’Australia.

Ma se questo gli venisse negato dato che ora si trova in Nuova Zelanda, Boochani ha detto: “Prenderò in considerazione le altre possibilità”.

Il procedimento per l’America”, ha raccontato al Guardian, “era troppo lungo, non lo sapevo. Avevo bisogno di uscire, di essere libero. Non tornerò mai indietro in PNG o nel sistema di detenzione per migranti australiano.”

Dal 2013 la Nuova Zelanda si è offerta di accettare ogni anno 150 rifugiati provenienti dai centri di detenzione australiani a Manus e Nauru. L’Australia ha respinto questa proposta, sostenendo che i rifugiati potrebbero, qualora diventassero cittadini neozelandesi, viaggiare in Australia (anche se l’Australia limita regolarmente i viaggi di alcuni cittadini neozelandesi verso l’Australia).

Ma le relazioni tra Nuova Zelanda e Australia sono diventate ancora più tese in fatto di immigrazione. Oltre al rifiuto da parte dell’Australia di accogliere l’offerta della Nuova Zelanda di offrire aiuto per porre fine alla detenzione sulle isole, la linea dura tenuta da Canberra che prevede di espellere cittadini neozelandesi che hanno ricevuto condanne penali, anche se non hanno famiglia o legami in Nuova Zelanda a parte il fatto di essere nati lì, ha offeso profondamente Wellington.