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Beyond the border. Segni di passaggi attraverso i confini d’Europa

Fotografie di Luca Prestia, testo Federico Faloppa

Photo credit: Luca Prestia (Beyond the border)
Photo credit: Luca Prestia (Beyond the border/Bihać)
Photo credit: Luca Prestia (Beyond the border/Bihać)

«Che cosa vedremmo se il confine lo
guardassimo stando dall’altra parte?»
(Shahram Khosravi, Io sono confine)

Oltre il confine

Photo credit: Luca Prestia (Beyond the border/Ventimiglia)
Photo credit: Luca Prestia (Beyond the border/Ventimiglia)

Ventimiglia, Bihać, Lesbo. Tre tappe di un percorso appena iniziato, ancora per gran parte da compiere, tra confini e frontiere d’Europa. Non con l’ambizione di capire tutto, o con l’arroganza di giudicare, ma con il bisogno di vedere: vedere con i nostri occhi e attraverso gli obiettivi della macchina fotografica.
Né io come linguista né Luca come fotografo vogliamo proporre una rigorosa contro-narrazione, una gnoseologia coerente, con questo percorso, con questa ricerca. Tanto meno vogliamo eccitare facili emozioni. Semplicemente – e semplicemente, in quest’era di superfetazione visiva, vale ‘diversamente’ – tentiamo di osservare queste border zone per raccogliere tracce, testimonianze, segni: di luoghi e passaggi, di antropiche presenze, di resistenze ed esistenze. Con i miei appunti su lingue esposte, scritte e parlate, io tento di interrogarmi sulla compresenza dei codici, sul modo in cui le parole modificano il paesaggio, sui bisogni e le competenze dei parlanti. Con la sua fotografia desaturata, dove la sottrazione e la selezione attenta si fanno scelta narrativa, Luca evita l’effetto drammatico a tinte forti, che susciti pietà o risentimento. Scegliendo un approccio meno emozionale e più logico – e quindi più politico – cerchiamo invece entrambi, insieme, sinergicamente, di restituire tagli e dettagli che altrimenti 9 andrebbero persi, dimenticati, offuscati dal roboante spettacolo del confine. O che al contrario, ma con lo stesso risultato, sarebbero soffocati dalla regola del silenzio secondo la quale meno le border zone si conoscono, meno – agli occhi dell’opinione pubblica – esistono e vale la pena di raccontarle, e con esse l’umanità delle persone che le affollano.

Photo credit: Luca Prestia (Beyond the border/Ventimiglia)
Photo credit: Luca Prestia (Beyond the border/Ventimiglia)

Ecco allora i paesaggi de-spettacolarizzati, anticliché, privi dell’effetto cartolina. Ecco allora la scelta di pochi ritratti, mai rubati e mai strazianti, vittimizzanti.

Nessuna rabbia esplicita, ribelle, di cui aver paura, in quei ritratti. Nessun eroe o antieroe: nessun duello tra buoni e cattivi. Nessuna facile catarsi per noi, che osserviamo. Soltanto la materialità dei luoghi, in cerca di una loro geografia. Soltanto l’autonomia dei corpi, in cerca di una loro traiettoria. Soltanto l’urgenza e la presenza dei segni, la costellazione dei linguaggi che si ibridano, che si sovrappongono.

Tutto appare frammentario, incompleto. Ed è forse per questo che non possiamo che ricorrere alla sineddoche: riprendere una parte per significare il tutto, un oggetto per la storia che potrebbe evocare, una schiena, un piede o un braccio per la persona cui appartengono, un segno linguistico che rimanda a un insieme di messaggi e repertori, un dettaglio che riporta a un intero. Perché l’atto di vedere, il tentativo di interpretare, possono essere solo parziali, per noi che osserviamo dall’esterno.

Photo credit: Luca Prestia (Beyond the border/Bihać)
Photo credit: Luca Prestia (Beyond the border/Bihać)

A maggior ragione in zone tanto complesse e stratificate (storicamente e socialmente) come Ventimiglia, Bihać, Lesbo: dove i frammenti (più della totalità) e le singolarità (più della massa) sono gli unici strumenti che abbiamo per dare il senso dell’articolazione della realtà e della pluralità di soggetti (e soggettività) che vivono sul confine, al confine, malgrado il confine.

Photo credit: Luca Prestia (Beyond the border/Lesvos)
Photo credit: Luca Prestia (Beyond the border/Lesvos)

Quell’articolazione, quella pluralità cui noi – che non esperiamo sulla nostra pelle quei confini – possiamo soltanto affacciarci: con sguardo umile, possibilmente.
Il nostro sguardo… Una schiena, un piede, un paio di vecchie scarpe abbandonate; e poi ancora un documento di cui disfarsi, un gesto con cui affrancarsi, una scritta con cui intendersi, un piccolo segno con cui rendersi presenti, in quelle border zone ci rimandano, per difetto, alle fatiche, alle asprezze, alle frustrazioni del viaggiare. O così immaginiamo. Ma il nostro sguardo è parziale, la nostra immaginazione
viziata. E vorremmo – dovremmo! – sapere a chi appartengono o sono appartenuti quegli oggetti, quei piedi, quelle braccia. Quei segni. Solo così, restituendo all’autonomia dei corpi e delle loro storie quei frammenti, non rischieremmo di rimanere intrappolati nella forbice tra estetismo e finzione, tra pietismo e rifiuto. Solo così non rischieremmo di consumare l’immagine come un nostro prodotto, il dato linguistico come una nostra interpretazione.

Photo credit: Luca Prestia (Beyond the border/Lesvos)
Photo credit: Luca Prestia (Beyond the border/Lesvos)

Dovremmo – dobbiamo! – invece aprire gli occhi, e tenerli bene aperti. Dovremmo – questo cerchiamo di fare Luca e io, con Beyond the border – essere capaci di metterci in ascolto, senza preconcetti e senza tesi, di quei luoghi (e di queste fotografie), e quindi di interrogare noi stessi, il nostro stesso atto di vedere, la nostra stessa posizione (di forza) come produttori-consumatori-spettatori.
Dobbiamo sentirci scomodi in questo nostro lavoro, in questa nostra mostra fotografica, in questo nostro progetto in fieri. Come se osservassimo sempre per la prima volta qualcosa cui non abbiamo mai fatto veramente caso, qualcuno su cui non ci siamo mai veramente soffermati, situazioni che non abbiamo ancora avuto modo e tempo di digerire, di consumare. Perché quelle storie non le conosciamo veramente, e quindi non ci appartengono. Appartengono infatti alle persone che le vivono, che ne hanno fatto esperienza, che non dipendono dalla nostra narrazione per essere protagoniste delle loro storie.

Photo credit: Luca Prestia (Beyond the border/Ventimiglia)
Photo credit: Luca Prestia (Beyond the border/Ventimiglia)

Quelle vite sono: non hanno bisogno di noi e del nostro permesso per essere, per esserci. Che ci piaccia o no. Che ci piacciano o no.

Il limbo delle border zone diventa, allora, anche il nostro limbo di spettatori. Dove il giudizio, la mercificazione, il nostro linguaggio vengono sospesi. C’è così tanto ‘non detto’ in queste immagini, in questa nostra scelta di materiali da esporre. E c’è ancora così tanto da sapere, da studiare, da imparare su quella babele di segni disseminati lungo le zone di frontiera, le linee di confine: su quella stratificazione di informazioni, di lessici, di prassi linguistiche. Si chiama in gergo sociolinguistic landscaping, paesaggio sociolinguistico, la disciplina che analizza questo tipo di tracce.

Ma qui la teoria fa solo da sfondo. Perché ci interessa prima di tutto la pratica dell’esserci, del ritrovarci spaesati in una foresta di simboli tutta da interrogare. Alla ricerca non della cesura che il confine provoca o evoca, ma dell’apertura che il segno porta con sé.

Photo credit: Luca Prestia (Beyond the border/Ventimiglia)
Photo credit: Luca Prestia (Beyond the border/Ventimiglia)

«Hope», speranza, recita il cartello sulla recinzione che separa l’Italia dalla Francia, sui colli di Ventimiglia. C’è così tanta speranza, ancora, per chi cerca di attraversare una frontiera, di varcare un confine. E c’è speranza anche per noi, qui e adesso, nella possibilità di oltrepassare barriere mentali anche nostre, di interrogarci sulla parzialità dei nostri approcci e dei nostri sguardi, sui limiti di ciò che facciamo e sulle aperture di cui tutti avremmo bisogno. Non solo come ricercatori, intendo, ma come cittadini, testimoni, militanti. O forse solo come persone. Come persone che stanno, e che guardano, oltre i confini.
Federico Faloppa
Reading – ottobre 2019

Photo credit: Luca Prestia (Beyond the border/Lesvos)
Photo credit: Luca Prestia (Beyond the border/Lesvos)

Federico Faloppa (Cuneo, 1972) è Associate Professor in Italian Studies and Linguistics nel Dipartimento di Lingue e Culture dell’Università di Reading (UK). Da vent’anni si occupa di rappresentazione della diversità nel linguaggio e nei media, media e migrazioni, migrazioni e politiche linguistiche. Tra le sue pubblicazioni Parole contro. La rappresentazione del diverso in italiano e nei dialetti (Garzanti, 2004), Razzisti a parole (per tacer dei fatti) (Laterza, 2011), Sbiancare un etiope. La pelle cangiante di un tòpos antico (Aracne, 2013), Contro il razzismo. Quattro ragionamenti (con Marco Aime, Guido Barbujani e Clelia Bartoli, Einaudi, 2016) e Brevi lezioni sul linguaggio (Bollati Boringhieri, 2019). È attualmente partner nei progetti di ricerca finanziati dall’Unione Europea Multimind – The multilingual mind e Key-Co System, sull’educazione linguistica di migranti adulti.
Inoltre, è consulente di Amnesty International su hate speech e contrasto al linguaggio d’odio, e collabora con l’Associazione «Carta di Roma», Cospe ONLUS e la Fondazione Alexander Langer di Bolzano.

Luca Prestia (Torino, 1971) si è laureato in Storia moderna all’Università degli Studi di Torino, dove ha anche conseguito un Dottorato di ricerca nella medesima disciplina. Giornalista pubblicista dal 2000 al 2015, svolge attualmente attività di consulenza editoriale e di progettazione culturale in ambito fotografico, oltre a essere membro dell’Associazione Nazionale Fotografi Professionisti e responsabile della comunicazione per Emmaus Italia ONLUS.
Collabora con quotidiani e riviste in Italia e all’estero, tra cui «Corriere della Sera», «pagina99», «L’Espresso», «Let’s Explore Magazine», «Lumo Mag» e «Artwort». Autore di fotoreportage realizzati in Burkina Faso, Kosovo, Macedonia, Grecia e Bosnia, da qualche tempo la sua ricerca fotografica si focalizza principalmente sul paesaggio e sulla sua relazione con la mobilità delle persone e con i processi migratori. Le sue immagini sono state esposte in numerose mostre personali e collettive e fanno parte di alcuni volumi editi in Italia. Da un anno è contributor dell’agenzia fotografica Getty Images. Il suo sito web è www.cargocollective.com/lucaprestia.