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Diario di 4 mesi a Chios

Una testimonianza dall'isola hotspot greca

Photo credit: Elena De Piccoli

Chios, 28 novembre 2019 – Sono esattamente quattro mesi che mi trovo a Chios, un’isola greca vicinissima alla Turchia.
Un’isola che ha un passato ottomano, del quale rimane, a perenne memoria, il minareto che spicca sulla piazza centrale della città omonima.

Un’isola talmente vicina alla Turchia che le coste di questa sono visibili da qualunque parte ad est dell’isola stessa; le vedo ora, dalla mia stanza, senza nemmeno dover uscire e affacciarmi dalla terrazza.

Fa impressione pensarci, perché ogni volta che sposto lo sguardo sul mare, non posso fare a meno di pensare a cosa quel mare e questa distanza così ridotta significhino: nulla.
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Anche in un tratto così breve sono morte delle persone, ed è successo circa un mese fa, l’ultima volta.

La mia prima volta a Chios è stata ad aprile di quest’anno. Il campo di Vial era già sovrappopolato; conteneva all’incirca 1.600 persone, invece delle 1.000, 1.100 per cui era predisposto. Già in quello stato le condizioni del posto erano disastrose. Già mi chiedevo come potesse essere reale e umano che 1.600 persone avessero a disposizione un numero di bagni compreso tra i 15 e i 20.

Non ho potuto verificare con i miei occhi, perché l’accesso al campo è precluso a chi non lavora all’interno di Vial. Per questo un’altra delle cose che ho imparato qui è che non è mai facile avere numeri certi. E anche quando li ottieni, stai pur certo che nel giro di uno o due giorni, sarà già tutto cambiato.

Tra le varie fonti, come Aegean Boats (che si occupa di monitorare gli sbarchi) o siti governativi, si vociferava un paio di giorni fa che il numero delle persone all’interno del campo si aggiri intorno ai 5.432.

Ho la sensazione che sia già aumentato, anche se martedì c’è stato un trasferimento di un numero non precisato di persone ad Atene. Non so però quanti sbarchi ci siano stati in questi giorni perché, lo confesso, non ho più la forza di controllare i siti ogni giorno. Mi vergogno a confessarlo, mi fa sentire sporca, colpevole.

Ma la verità è che il contatto prolungato con tutta questa sofferenza ti mangia, ti ingloba, ti consuma. Pensi sempre “E’ l’inizio, ti ci abituerai”, ma in realtà è proprio quello che temi: “E se mi ci abituo? Se tutto ciò mi diventasse indifferente?” e così via, un ciclo di incertezza che si ripete all’infinito. Da una parte ti ci vorresti abituare; mi piace la pioggia, mi tranquillizza, mi dà quella sensazione di pace, come se il mondo si fermasse per un attimo, bagnato e intirizzito. Se si ferma il mondo, posso fermarmi anch’io.

Ma da quando sono qui, questo pensiero non può durare che pochi secondi e mi fa sentire in colpa: mentre io mi godo al caldo il rumore della pioggia e del mare che ruggisce, a qualche km da me ci sono delle persone che vivono in un container o in una tenda (se hanno un po’ di fortuna), che dormono per terra, a volte senza nemmeno la tenda.
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Così sono andate le cose un paio di giorni fa; ha piovuto per due giorni interi, ha letteralmente diluviato, tanto che le strade sembravano essere diventati dei piccoli fiumiciattoli. Dall’interno del campo arrivavano foto terribili, di stradine fangose e allagate.

Dopo questi due giorni, sono andata a vedere la situazione; non si può entrare nel campo, come dicevo prima, ma negli ultimi mesi è cresciuta una sorta di appendice di Vial, proprio accanto alla recinzione. Questa area è stata soprannominata da volontari e locali come the jungle, perché è una vera e propria giungla di alberi e tende.

Ha iniziato a formarsi durante l’estate, scatenando le ire dei proprietari terrieri locali, profondamente offesi dal fatto che i rifugiati avessero posizionato le loro tende sopra ai loro campi. Ci sono state delle manifestazioni (anche se per fortuna sono state pacifiche), qualcuno ha minacciato di sbattere sulla strada le persone che non avrebbero sbaraccato le loro “abitazioni”, qualcuno ha pensato di andare ad aiutarli a velocizzare il processo, andando a togliere direttamente i picchetti con le loro mani. Il clima fascista che si respirava già nell’isola è andato peggiorando con il cambio di governo ed ora la situazione è fuori controllo.

C’era un intero edificio, presso il porto, che ospitava molti rifugiati, anche intere famiglie, soprattutto di iracheni e palestinesi. In seguito alle lamentele dei vicini, il proprietario dell’edificio ha intimato agli abitanti dei vari appartamenti di andarsene. Alla richiesta sono seguiti i fatti; prima è stata chiusa l’elettricità, poi l’acqua. Tutte queste persone si sono ritrovate per strada; alcuni di loro, tre ragazzi iracheni, sono amici che ho conosciuto ad aprile.

Abbiamo provato insieme a fare alcune telefonate per cercare un nuovo appartamento per loro; sono dei ragazzi tutti attorno ai 20 anni, uno di loro parla un buon inglese. La maggior parte delle telefonate si è svolta così: appena chi rispondeva al telefono sentiva un accento straniero negava la disponibilità dell’appartamento (che risultava invece disponibile nel sito dell’agenzia immobiliare). Qualcuno non appena sentiva parlare in inglese non esitava a sbattere giù il telefono. Questo succede piuttosto regolarmente, e non solo per quanto riguarda la ricerca di una casa, ma persino con i servizi di delivery food!

Questi tre ragazzi sono stati costretti a vivere in spiaggia, nelle tende, per un paio di settimane. Per fortuna sono riusciti a trovare un alloggio.
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Questa però non è una soluzione possibile per tutti; chi non riesce a dimostrare di poter mantenere un appartamento rimane nel campo. E chi vive nella jungle adesso non può fare altro che sperare che questo inverno sia meno freddo e piovoso degli altri.

Tornando alla mia visita dell’altro giorno a Vial, la prima cosa che ho notato è stato che c’erano vestiti appesi ovunque: sulle reti che circoscrivono il campo profughi, sui fili di recinzione dei campi di ulivi, persino sui rami degli alberi; sembrava di essere in una gigantesca lavanderia a cielo aperto. Forse il pensiero può far sorridere un po’, ma il sorriso svanisce subito non appena si pensa che forse qualcuno ha appeso ad asciugare gli unici vestiti che ha, non appena ha visto il primo raggio di sole.

Io e due amiche ci siamo addentrate nel sentiero che si inoltra nella giungla; non si camminava, io ho rischiato di scivolare più volte, anche se qualcuno aveva messo dei rami di ulivo o dei mattoni trovati chissà dove per creare una sorta di “sentiero” sicuro.

Ad un tratto alcune donne africane stavano camminando verso di noi; ci siamo fermate tutte a metà strada, alla distanza adeguata per riuscire a tenderci una mano a vicenda e aiutarci a superare quel tratto di strada un po’ più scivoloso. Abbiamo incontrato un ragazzo a piedi nudi, che camminava nel fango ed entrava nella sua tenda.
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Abbiamo incontrato bambini e ragazzi che, non avendo altro che ciabatte, indossavano dei sacchetti di plastica per coprirsi i piedi dal fango e dall’acqua.

Abbiamo incontrato donne incinte, che ci raccontavano di non avere un materasso su cui dormire. Ad ogni incontro il senso di nausea e impotenza aumentava; so, dalle testimonianze di alcuni rifugiati, che quell’area del campo è una latrina a cielo aperto e posso solo immaginare come, con tutta quella pioggia, tutto sia salito a galla e tutto si sia mescolato, riversandosi nella zona delle tende.

Mi chiedo, cosa può esserci di più umiliante di questo? Cosa può esserci di più degradante del pensiero di trovarsi, un giorno, non solo in mezzo al fango, ma per di più in mezzo al liquame puzzolente dei bisogni fisiologici di non so quante centinaia di profughi?

Vorrei dire che detesto utilizzare le parole rifugiato e profugo.
Forse perché nell’immaginario collettivo, questo implica una condizione per cui si deve vivere in un campo come questo.

Forse perché rifugiato e profugo sono parole che indicano che sei un essere umano incompleto, a cui mancano delle parti. E queste parti sono dei diritti fondamentali; queste persone (perché è questo che sono, persone, come me che scrivo e come te che leggi) hanno perso la loro casa e nella maggior parte dei casi la possibilità di vivere al sicuro nel loro paese natale, a fatica combattono per un sogno che si chiama Europa, e non perché sia l’Europa in sé, ma perché è un posto che si immagina senza guerre, senza persecuzioni.

Ma la verità è che si lascia un incubo per entrare in un altro incubo: quello di un campo come Vial o i tanti campi in Grecia (tra cui Lesvos, Samos e Corinto), in cui non sei null’altro che un numero. In cui a nessuno importa se il pasto giornaliero che quell’uomo dell’esercito ti dà, quello stesso uomo non avrebbe mai il coraggio di dare del cibo simile al proprio figlio.

Un incubo in cui vivi per strada, o in una tenda, in cui ti lavi quando hai fortuna, e quando vuoi stare al caldo può succederti di stare per giorni sotto la pioggia scrosciante. Un incubo in cui a qualcuno viene voglia di impiccarsi sul tetto di un ex-fabbrica, o di darsi fuoco con l’intera tenda. Oppure a qualcun altro viene voglia di annullarsi tra alcool e marijuana per non pensare che se prima eri un essere umano, ora sei un essere umano di minor importanza degli altri.

Qualcuno mi chiede “Ma possibile che le autorità non facciano nulla?” e questa domanda mi fa arrabbiare come non mai: le autorità (quali che siano) hanno alimentato tutto questo e fanno di tutto per tenere queste scomode verità il più nascoste possibile. Perché mai dovrebbero intervenire?

Per fortuna esiste anche l’altra faccia dell’umanità: quella instancabile, che in silenzio si spende ogni giorno, non per la luce della ribalta ma per dovere nei confronti del prossimo (e non necessariamente in una concezione religiosa, anzi).

Per fortuna ci sono formiche che non si fermano mai, che ogni giorno fanno piccoli o grandi gesti di cui molti forse ignorano l’esistenza, che tendono una mano, che si adoperano, che combattono con tutte le loro forze contro questa voragine di ingiustizia e dolore in cui centinaia di persone vengono gettate ogni giorno.

Ma grazie a chi resta umano, queste persone riescono ad avere un po’ di sollievo e a scordarsi, di tanto in tanto, che hanno perso tutto e vivono nella miseria più desolante.
E, come direbbe Gandalf ne Il ritorno del Re, “La speranza divampa”.

Elena De Piccoli