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La Bosnia è un paese sicuro per i respingimenti?

Border Violence Monitoring Network, 27 ottobre 2019

Photo credit: Simon-Campbell

L’articolo 13 dell’accordo bilaterale siglato nel 2007 da Bosnia-Erzegovina e Unione Europea cita esplicitamente il dovere di “non-refoulement”.

Questo principio assicura che nessun individuo può essere rimandato in Bosnia

(a) se il cittadino di paese terzo o l’apolide corre il rischio concreto di essere soggetto a tortura o a trattamenti inumani o degradanti”.

Border Violence Monitoring Network (BVMN), insieme ad altri media e gruppi in difesa dei diritti umani, ha già dimostrato che la Croazia sta respingendo illegalmente i migranti verso la Bosnia; a tratti, questi respingimenti equivalgono spesso alla tortura. Ma le notizie più recenti dalla Bosnia dimostrano che anche le condizioni di vita che attendono i migranti respinti violano il principio del “non-refoulement”.

Nelle ultime due settimane, i diritti civili dei migranti in transito nel cantone di Una-Sana, nella Bosnia occidentale, sono stati sospesi quasi del tutto.

Lunedì 14 ottobre Suhret Fazlic, il sindaco di Bihac, ha annunciato che la città e la Croce Rossa avrebbero sospeso tutti i finanziamenti e gli aiuti umanitari all’insediamento di Vucjak, nel tentativo di attirare l’attenzione sulla crisi politica in corso nel cantone.

La dichiarazione segue un episodio in cui le autorità hanno vietato ad un gruppo di volontari che prestavano assistenza volontaria a Vucjak di lavorare nel campo, privando i residenti della necessaria assistenza sanitaria. Da allora, la polizia ha fermato centinaia di migranti in transito e li ha condotti a Vucjak a piedi, in un cammino che la BBC ha recentemente descritto come “un incubo”.
In due settimane, più di mille persone sono state ricollocate forzatamente nel campo, e l’organo di informazione locale Klix sostiene che i ricollocamenti continuano.

Fotogramma di un video pubblicato dai media locali, che mostra la polizia mentre scorta persone a piedi fuori dalla città.

Questi sviluppi, insieme alle denunce di violenze da parte della polizia, hanno peggiorato la crisi a Bihac, dove più di mille persone sono senza cibo, in una località mal servita e con alloggi completamente inadeguati ad affrontare l’inverno.

La responsabilità per queste azioni violente ricade sulle autorità locali, che stanno rimuovendo i migranti anche dall’altro grande punto di transito, Velika Kladusa. In tutta la regione, la violenza della polizia è in aumento, ai danni dei migranti sia dentro che fuori le strutture di accoglienza temporanea.

Ma sarebbe semplicistico interpretare questi eventi come un semplice giro di vite da parte delle istituzioni bosniache. In realtà, l’impasse tra i politici locali e i partner europei non deve distogliere l’attenzione dal problema di base.

È la gestione delle frontiere dell’UE che ha gettato le basi per questa violenza interna. Nonostante la responsabilità di questi abusi sia delle autorità locali, i veri mandanti sono la Croazia e Bruxelles, che questo mese si sono superati nelle proprie attività illegali di respingimento, rimandando le persone in un paese dove i loro diritti fondamentali sono violati.

Le ultime due settimane hanno dimostrato che il respingimento dalla Croazia verso la Bosnia causa abusi sistematici, anche dopo un processo di rimozione che è già illegale di per sé. I migranti sono soggetti a “trattamenti inumani o degradanti” che vanno dall’essere trascinati fuori da negozi e bar alle percosse da parte della polizia locale, e l’UE ha un ruolo diretto nel facilitare questa violenza. La politica dei campi e le condizioni umanitarie hanno contribuito a smascherare l’esistenza di gruppi informali, ma non solo; questo mese un ente finanziato dall’UE, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) ha perfino donato dei blindati alla polizia bosniaca nella regione di Una-Sana.

Questi avvenimenti, come ad esempio le retate verificatesi a Bihac, sono parte di un’escalation. Le pressioni esterne hanno cambiato l’atteggiamento della popolazione locale e delle autorità nazionali, che inizialmente era cordiale.

Dall’inverno 2018, le autorità hanno aumentato i vincoli alla mobilità interna dei migranti in transito, e l’uso della violenza da parte della polizia bosniaca è diventato più frequente. Allo stesso tempo, uno sparuto gruppo di attori – l’OIM, l’UNHCR e la Croce Rossa – opera per prestare aiuti umanitari che si sono rivelati insufficienti e sempre meno disponibili.

Questa carenza ha raggiunto l’apice la scorsa settimana, quando è stata minacciata la totale sospensione di ogni aiuto a Vucjak. Ciò mostra eloquentemente la pessima situazione di coloro che si trovano bloccati, impossibilitati ad attraversare il confine dell’UE e ad esistere al di fuori di esso.

Migranti nel campo di Vucjak, a cui è stata tagliata la fornitura d’acqua.

Vucjak è un simbolo di questa impasse. Fuori dai confini cittadini, sul sito di un’ex discarica, senza nessun rispetto per gli standard umanitari, è la destinazione per i gruppi di migranti picchiati dalla polizia locale. Ultimamente, con l’interruzione intermittente della fornitura d’acqua potabile e la scarsità del cibo distribuito, il campo rappresenta un rischio tutto nuovo per chi arriva ferito, malato ed esausto dopo essere stato respinto dalla Croazia.

Il campo è anche il sintomo di un problema strutturale. In breve, gli alloggi per l’inverno in questa regione sono stati predisposti dall’IOM senza nessuna intenzione di rispettare gli standard internazionali. Questi enti hanno intenzionalmente fornito un servizio scarso. Per questo motivo, si assiste alla nascita di campi spontanei come Vucjak, che spuntano sia per necessità che per la risposta reazionaria delle autorità locali, ma soprattutto a causa dell’approccio dell’UE all’accoglienza dei migranti fuori dai propri confini.

Le organizzazioni finanziate dall’UE per fornire gli alloggi hanno costruito delle strutture che non rispettano i requisiti di proposito, contribuendo direttamente alla nascita di siti spontanei come Vucjak. In pubblico, l’OIM parla della gestione delle “migrazioni miste”, per cui l’UE ha stanziato 13 milioni lo scorso giugno. Ma è chiaro che non vogliono usare questa enorme somma di denaro per assistere i gruppi vulnerabili bloccati in Bosnia.

Nella regione di Una-Sana, le condizioni di vita restano straordinariamente precarie, e vengono mantenute così intenzionalmente per un motivo ben preciso.
I critici sostengono che si tratti di un “confine umanitario” (W. Walters, 2011) creato dall’UE, dove si ottiene “l’attualizzazione di nuovi spazi” grazie alla gestione dei progetti di aiuto esterni. Ad esempio, il razionamento delle risorse attuato dall’OIM ha avuto delle conseguenze rilevanti. La violenza strutturale che deriva dall’avere un sistema di campi inadeguato provoca la nascita di siti sostitutivi, come nel caso di Vucjak.

Prima o poi, questi siti, che soffrono carenze croniche e influenzano negativamente l’area circostante, iniziano ad essere gestiti dalla polizia tramite la violenza quotidiana. In questo modo, i partner dell’UE trovano metodi innovativi per subappaltare lo sporco lavoro di deterrenza nei confronti dei migranti in transito.
Nel frattempo la Croazia, il principale stato membro UE coinvolto, ha respinto 11.813 persone in Bosnia tra gennaio e agosto. L’interminabile catalogo di violenze e pratiche illegali registrate da BVMN dimostra che questi respingimenti sono attuati in modo illecito.

I nuovi sviluppi di questo mese in Bosnia evidenziano un altro tipo di violazioni consapevoli da parte dell’UE. In un paese di ritorno che dovrebbe essere sicuro, l’uso della forza e le privazioni cui sono sottoposte più di mille persone illustrano i veri rischi della situazione. La Croazia continua a respingere i migranti in un paese dove sono sottoposti a “trattamenti inumani e degradanti”, nonostante questa sia una violazione dell’accordo per i respingimenti siglato con la Bosnia.

Un esempio lampante di questa violazione è lo spostamento forzato dei migranti al sito improvvisato di Vucjak, che dimostra anche la mancanza di accesso alla procedura di asilo in Bosnia. Questo è solo uno degli aspetti che rendono il respingimento in questo paese quantomeno discutibile. I richiedenti asilo devono avere un domicilio (privato o di un centro d’accoglienza) per poter fare domanda; ci sono ostacoli quotidiani che glielo impediscono, rappresentati non solo dalle retate della polizia, come raccontano le proteste nei centri ufficiali di emergenza. Violenza e confino ai margini della città sono l’opposto di un sistema adeguato di accesso alla protezione. La Croazia e l’UE sono responsabili per aver rispedito i migranti in una situazione del genere. Solo questo basterebbe per interrompere i respingimenti in Bosnia.

Oltre a Vucjak, altri siti di accoglienza nella regione sono funestati da carenze sistemiche. Bira, Borici, Sedra e Miral sono tutti sotto i riflettori per le mancanze in termini di sicurezza, asilo e accesso alla sanità. Quest’anno, Are You Syrious ha riportato numerose violazioni, e Amnesty ha avanzato gravi accuse sulle condizioni di accoglienza.

La direttiva UE sulle espulsioni e i respingimenti regola la procedura di respingimento dei cittadini di paesi terzi, e la Croazia finge di rispettarla. È ormai chiaro che le pratiche di respingimento europee non solo violano i diritti umani durante il push-back, ma continuano a colpire gli individui quando cercano rifugio in campi assolutamente inadeguati, e sono pratiche sempre accompagnate da minacce di violenza.

Questo è evidente soprattutto nel caso dei minori, che rappresentano una larga fetta della popolazione in transito. Nel 2019, più di un terzo dei respingimenti registrati da BVMN sulla rotta balcanica ha coinvolto dei minori, e si tratta soprattutto di respingimenti dalla Croazia verso la Bosnia.

L’opera di monitoraggio sul campo non distingue tra i vari diritti fondamentali in base all’età, ma la direttiva UE sì. Secondo l’articolo 10, un minore può essere respinto dal territorio di uno stato membro solo se l’autorità che se ne incarica si assicura che

“verrà ricongiunto con un membro della sua famiglia, un tutore o delle strutture di accoglienza adeguate nello stato di destinazione”.

Dato che le autorità croate respingono i minori principalmente nella regione di Una-Sana, dove non esistono strutture di accoglienza ma solo alloggi di emergenza, è palese che la Bosnia non rispetta i requisiti della direttiva. Vucjak è quindi anche una testimonianza della condizione dei minori, il cui respingimento dovrebbe essere sospeso in base “all’interesse del supremo del fanciullo”.

Quando il Relatore speciale sui diritti umani dell’ONU, Gonzalez Morales, ha visitato l’area un mese fa, almeno 20 dei circa 800 residenti di Vucjak erano minorenni. Costretti a dormire all’aperto, senza nessuna misura di protezione o tutela. Questo esempio mette in luce la mancanza di strutture di accoglienza “adeguate”, e un’altra violazione legale nei respingimenti dalla Croazia e dall’UE.

Dati pubblicati da BVMN sui respingimenti di minori lungo la rotta balcanica.

È importante ricordare che queste condizioni si verificano in Bosnia poichè sono il risultato degli obiettivi europei sulla gestione dei confini esterni.

La polizia e Frontex sono dispiegate sui confini interni, ma al di fuori di essi, l’UE affida a organizzazioni umanitarie come l’OIM il compito pratico di trattenere fisicamente i migranti.

Queste organizzazioni agiscono come “custodi”, togliendo risorse ai centri di accoglienza che gestiscono. La nascita di siti spontanei come Vucjak e l’aumento della violenza della polizia testimoniano il successo delle politiche umanitarie europee. Così come i respingimenti sono usati da Bruxelles per impedire gli arrivi in Europa, le condizioni degradanti in Bosnia sono un artificio per creare un ambiente intollerabile per i migranti in transito.

Respingere le persone in queste condizioni non è solo intollerabile, ma completamente illegale. La Bosnia è un posto assolutamente non sicuro dove respingere i migranti e questa situazione è stata prodotta dall’UE e dalla sua strategia sull’area, cioè di strumentalizzare gli stati non membri trasformandoli in celle di detenzione inumane.

Ciò che emerge dalle inchieste rafforza le richieste di BVMN di garantire transito sicuro e accesso all’asilo a tutti coloro che sono bloccati ai confini esterni dell’Unione europea. Al tempo stesso le nostre inchieste sono un’altra spietata critica alla reazione dell’UE di fronte al movimento di esseri umani.

Border Violence Monitoring Network (BVMN)

Border Violence Monitoring Network (BVMN) è una rete indipendente di ONG e associazioni con sede nella regione dei Balcani e in Grecia. BVMN monitora le violazioni dei diritti umani ai confini esterni dell'UE e si impegna per mettere fine ai respingimenti e alle pratiche illegali. Il network utilizza un database condiviso per raccogliere le testimonianze delle violenze subite da chi transita sulla rotta dei Balcani.
In questa pagina trovate le traduzioni integrali dei rapporti mensili curati da BVMN.