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Le Monde Africa - Immigrazione in Europa

Le politiche migratorie europee creano populismo in Africa senza limitare le partenze illegali

Julia Pascual, Le Monde - 21 ottobre 2019

Fotografia tratta dal rapporto «Scaling fences»

In materia di lotta all’immigrazione irregolare «i decisori politici devono cambiare strategia». La conclusione del rapporto «Scaling fences» del Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (UNDP), reso pubblico lunedì 21 ottobre, esprime un giudizio severo sulle strategie europee nei confronti dell’immigrazione clandestina. «La strumentalizzazione degli aiuti internazionali allo sviluppo per fini politici non deve avere un impatto a lungo termine sulle cause della migrazione irregolare africana», avvertono i suoi autori.

Dal momento che il governo di Édouard Philippe vuole fare degli aiuti pubblici allo sviluppo uno strumento, l’UNDP ricorda al contrario che questo tipo di approccio manda un «cattivo segnale all’elettorato europeo, facendogli credere che tali strategie funzioneranno sul lungo termine».

Risultato di più di 1.900 interviste realizzate a degli immigrati africani che si sono stabiliti in tredici Paesi europei, il rapporto dell’UNDP analizza in profondità il profilo delle persone che hanno lasciato il proprio Paese per entrare irregolarmente in Europa e le ragioni che hanno dettato questa scelta.

L’emigrazione destinata a crescere

Lo studio mostra che in generale i candidati alla partenza – che hanno in media 24 anni al momento del loro arrivo in Europa – vivono, nel loro Paese, in condizioni migliori rispetto ai loro coetanei. Pur non facendo parte di un’élite, questi hanno «evidentemente beneficiato dei progressi dello sviluppo in Africa nel corso degli ultimi decenni». L’85% di essi è originario delle zone urbane e presenta un livello d’istruzione superiore alla media delle persone della loro generazione. Difatti, il 43% degli intervistati ha completato gli studi alla scuola secondaria. Inoltre il 49% aveva dei redditi al momento della loro partenza e tra questi i due terzi guadagnavano al di sopra del reddito medio nel proprio Paese.

Questi elementi lasciano intendere che «lo sviluppo dell’Africa è atto a incoraggiare i movimenti migratori, e che questi andranno necessariamente a crescere laddove «la maggior parte dei Paesi dell’Africa raggiungerà il livello di crescita e di sviluppo a partire dal quale l’emigrazione comincia ad intensificarsi».
Di conseguenza, gli autori bocciano «l’idea per cui è possibile ridurre la migrazione attraverso risposte programmatiche e politiche concepite per impedirla».

Le interviste svolte dall’UNDP mostrano che tra i giovani africani uno dei fattori decisivi per la partenza è un sentimento di esclusione sociale e di frustrazione rispetto ad aspirazioni e sogni che non hanno alcuna possibilità di realizzarsi nei loro Paesi di origine. Malgrado delle situazioni più favorevoli rispetto a quelle dei loro coetanei, il 70% delle persone intervistate aveva l’impressione di non guadagnare abbastanza. E il 77% riteneva che la propria voce non fosse ascoltata dai propri governanti. «La loro ambizione ha superato le opportunità disponibili a livello locale, concludono gli autori. Lo sviluppo non è molto veloce e i suoi guadagni sono disuguali e limitati». Per queste persone, il cui percorso di vita è ascendente, l’immigrazione si rivela quindi un «investimento per un futuro migliore», una scelta razionale che richiede «un’assunzione di rischi calcolati».

I risultati dello studio mostrano anche che gli intervistati provengono da famiglie più numerose rispetto alla media del loro Paese, cosa che lascia supporre una pressione economica ulteriore. In effetti, il 51% dei migranti intervistati contribuiva all’economia della famiglia prima della loro partenza. Anche se la migrazione resta una decisione multifattoriale, che si basa anche su delle considerazioni in fatto di accesso all’educazione, governance o sicurezza, il 60% degli intervistati hanno menzionato il lavoro e il fatto di inviare denaro alle loro famiglie come motivo principale della loro partenza.

Le rimesse nettamente superiori agli aiuti allo sviluppo

Nel 2017 le rimesse di denaro dall’Europa all’Africa subsahariana sono ammontate a 25,3 miliardi di dollari, ricorda l’UNDP, che sottolinea che le cifre sono di gran lunga superiori a quelle degli aiuti pubblici allo sviluppo, dei quali mette in dubbio la capacità di volano economico per dissuadere i movimenti migratori. In Europa, nel 38% dei migranti intervistati che dichiarano di avere dei redditi, il 78% invia denaro alla propria famiglia. Essi guadagnano in media 1020 dollari al mese, un salario inferiore al salario medio del Paese ospitante – inferiore anche al salario minimo in vigore quando ne esiste uno -, ma si tratta di un importo tre volte superiore a quello che i migranti percepivano in Africa (nel caso in cui avessero lavorato) e permette loro di inviare alla loro famiglia un «salario africano».

Questo permette agli autori di affermare che la mobilità sociale così ottenuta è equivalente a un salto generazionale, nonostante un fenomeno di declassamento. In effetti, i migranti che lavorano in Europa occupano il 60% dei posti di lavoro poco qualificati, più frequentemente nella pulizia, l’agricoltura o nelle case dei privati, rispetto al 29% nei loro Paesi di origine.

Inoltre, le opportunità di lavoro sono limitate dall’assenza dello status legale: il 64% degli intervistati ha dichiarato di non avere l’autorizzazione al lavoro nel Paese di accoglienza, una percentuale che diminuisce con il trascorrere del tempo. Tra quelli arrivati prima del 2005 in Europa, sono solo il 28% in questo caso. A tal proposito, gli autori evidenziano che nella ricerca di un diritto al lavoro, il sistema d’asilo è diventato una delle poche opzioni disponibili, in assenza di altre vie legali, anche se le persone non sono migrate per motivi umanitari.

Più in generale, l’ingresso illegale in Europa va di pari passo con una vulnerabilità accentuata nei Paesi di accoglienza, che per una minoranza significativa perdurerà nel tempo. La prospettiva di una vita stabile diventa quindi irraggiungibile per loro, mentre si prolungano esperienze di privazione, fame, difficoltà di accesso alle cure, assenza di reddito e mancanza di una fissa dimora.

«Win-win»

Per l’UNDP, la strategia – che caratterizza sempre di più gli Stati europei – che consiste nel peggiorare le condizioni di accoglienza dei migranti per dissuadere il loro arrivo, non fa che aggravare il populismo: «La presenza di migranti senza documenti sprofondati nel limbo della clandestinità prolungata alimenta i timori dell’opinione pubblica e i discorsi infiammati».

Esistono però delle soluzioni «win-win» rispetto alla migrazione, assicura l’UNDP. Le interviste mostrano che il successo relativo riscontrato dai migranti è correlato al modo in cui essi si proiettano nel futuro. Così il 70% degli intervistati hanno dichiarato di voler vivere in modo permanente in Europa. Ma questa proporzione diminuisce nella misura in cui cresce il sentimento di «missione compiuta», il che rafforza l’idea di una migrazione vissuta come un investimento. «Aiutare le persone a raggiungere i loro obiettivi gli permetterà non solo di contribuire legalmente e pienamente al mercato del lavoro europeo ma, con il tempo incoraggerà il ritorno nei loro Paesi di origine», sostengono gli autori.

Lo sviluppo di vie migratorie circolari, la regolarizzazione dei migranti già stabilitisi in Europa, ma anche lo sviluppo di opportunità per la gioventù in Africa e la lotta contro il sistema gerontocratico sono altrettante sfide che l’UNDP incoraggia ad affrontare. «Tuttavia, riconoscono gli autori del rapporto, ciò richiede coraggio politico in Africa così come in Europa».