Protezione umanitaria: la donna in caso di rimpatrio correrebbe un pericolo individuale di persecuzione o comunque di sottoposizione a trattamenti inumani o degradanti o di re-traffiking

Tribunale di Venezia, ordinanza dell'8 ottobre 2019

Il Tribunale di Venezia con un decreto assai denso di contenuti, ha riconosciuto in capo alla ricorrente la sussistenza dei presupposti per il riconoscimento di un permesso di soggiorno per motivi umanitari.
Il Tribunale, compiendo un’analisi assai particolareggiata delle diverse religioni indigene e delle loro influenze, ha saputo intercettare l’estrema fragilità della richiedente, descritta come “una persona estremamente fragile e suggestionabile, vittima delle proprie credenze, degli eventi e delle persone che l’hanno condotta in Libia, ove si comprende, proprio dalla stessa reticenza della donna nel riferire cosa le è accaduto in quel Paese, che in quel paese probabilmente ha subito violenze che non riesce ad esprimere a parole. La stessa relazione della dott.ssa Galleani in atti conferma le suggestioni di cui è vittima la ricorrente (…)”.
Il Tribunale rende onore al proprio dovere di collaborazione nell’acquisizione e nella valutazione della prova, dimostrando di comprendere la situazione della donna, di tutte le donne costrette a una vita di soprusi, dal momento in cui lasciano il loro Paese a quando giungono a destinazione. Viene così delineata una vulnerabilità visibile, per il solo fatto di essere donna che si incammina verso un vero e proprio incubo.
Il Tribunale Veneto conclude considerando anche la situazione che la donna vivrebbe se costretta a rientrare in Patria: ella, infatti, “correrebbe un pericolo individuale di persecuzione o comunque di sottoposizione a trattamenti inumani o degradanti o di re-traffiking”.

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Tribunale di Venezia, ordinanza dell’8 ottobre 2019

Si ringrazia, in maniera particolare, l’Associazione Perilmondo onlus e la Dott.ssa Noemi Galleani, Insieme, siamo riuscite a fare emergere o comunque a far comprendere la vulnerabilità della richiedente protezione internazionale, grazie anche al Tribunale che ha saputo leggere la vulnerabilità della donna, non solamente nel provato, ma anche nelle lacrime versate durante l’interrogatorio.