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Al confine tra Grecia e Turchia

Il racconto di Giulia Piselli del viaggio post Scuola di Alta formazione per operatori legali organizzato da ASGI

Photo credit: Giulia Piselli

Sguardi sulla Grecia – Rotte migratorie e fallimento di un mito, il titolo dell’incontro pubblico organizzato dal progetto Sconfinamenti e Sportello legale Vis à Vis il 15 novembre scorso al Bios Lab (Padova). Un incontro molto interessante che, attraverso gli interventi delle relatrici e dei relatori, ha restituito un quadro sulla situazione in Grecia come luogo di sperimentazione di strategie che riguardano l’intera Unione Europea, ma in particolare l’Italia.

Tra i diversi interventi anche quello di Giulia Piselli, operatrice legale per la tutela dei richiedenti e titolari di protezione internazionale e attivista di Help Desk, uno sportello di orientamento e supporto legale libero e gratuito per i cittadini stranieri in città promosso dall’Associazione Open Your Borders.

Giulia ha parlato della sua esperienza durante il viaggio organizzato a fine giugno 2019 come conclusione del corso di alta formazione per operatori legali di ASGI.
Il gruppo di cui Giulia faceva parte si è recato in Grecia per monitorare le prassi giuridiche e non a cui vengono sottoposti i migranti; gli elementi raccolti confermano che il paese ellenico è un laboratorio nel quale si sperimenta ciò che poi viene introdotto nel nostro e in altri Paesi europei.
Vi proponiamo il suo intervento.
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“Io personalmente ho fatto parte del gruppo che si è recato al confine con la Turchia, lungo il fiume Evros. La nostra base era Alexandropoli che, come vedete dalla cartina, è una cittadina portuale appena prima del parco del Delta dell’Evros, confine naturale con la Turchia.

In questa mappa vi ho segnato in basso in giallo la città di Alexandropoli, in rosso, lungo il confine, le tre principali stazioni di polizia, in alto in verde la stazione ferroviaria di Orestiada di cui parleremo dopo ed infine, in giallo, il punto più in alto, il RIC di Fylakio, il centro di “accoglienza” e detenzione per migranti. Questo rappresenta ciò che abbiamo visto nei pochi giorni di monitoraggio, questo è il Confine Europa.
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La maggior parte delle persone in questa zona arriva via terra, ma non mancano gli sbarchi, con imbarcazioni di fortuna, al Porto di Alexandropoli. Ovviamente questi avvengono principalmente di notte o all’alba. Dopo lo sbarco i gommoni, utilizzati dai migranti, vengono distrutti dalla Polizia portuale o dalla guardia costiera greca che aiuta l’ingresso in porto, e vengono ammassati in una zona remota della banchina. I migranti a questo punto vengono introdotti in un grosso hangar della polizia portuale dove possono dormire.

Dovete pensare che tutto questo avviene sì nel porto ma in una zona non turistica, lontano dagli occhi, dove ci sono solo capannoni e pescatori (i pescatori, nel nostro viaggio, saranno i testimoni più utili e attendibili). Il giorno dopo i migranti vengono spostati in un ufficio della polizia di frontiera, sempre lì nel porto, collegato con un capannone che, in precedenza, era adibito allo smistamento di prodotti ittici, riconvertito ora a “deposito” di persone e luogo “idoneo” alla schedatura dei migranti. Inoltre qui, le persone arrivate vengono lavate, letteralmente VENGONO, utilizzando una pompa d’acqua, messi in fila uno dopo l’altro uomini, donne e bambini, tutti insieme. Le foto possono solo far immaginare la brutalità dell’atto. Infine con un pullman, che entra ed esce da una zona nel retro del porto le persone vengono portate al RIC di Fylakio.

Il RIC di Fylakio è un “centro di prima accoglienza”, dove le persone rimangono il tempo utile al riconoscimento anagrafico, solitamente 20/25 giorni. Qui di fatto si “sceglie” quali sono le persone meritevoli di accedere alla procedura di richiesta protezione internazionale e chi non lo è.

Il Campo di Fylakio è diviso in aree, una dovrebbe essere per le donne sole, una per i MSNA (minori stranieri non accompagnati), una per le famiglie e una per tutti gli altri. A giugno, era già stata inserita anche una zona interna al centro, doppiamente recintata da filo spinato, in cui vengono messe le persone che non possono accedere alla procedura, il pre-removal centre, nient’altro che un nostro CPR (centro di permanenza per il rimpatrio), ma all’interno del campo di prima accoglienza.
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Comunque, anche se il centro è diviso in aree, il gran numero di arrivi, spesso non permette questa divisione. A giugno, quando siamo andati noi, c’erano circa 500 persone che vivevano in una situazione di totale promiscuità. Ai minori non era garantita alcuna tutela dal resto delle persone trattenute all’interno del Centro.
Trattenute perché, di fatto, le persone erano soggette ad un trattenimento amministrativo, cioè non determinato da alcuna legge, ma di fatto decisa e disposta dalla Responsabile/Direttrice del Centro.

L’aspetto interessante era che le famiglie venivano trattenute per un tempo ridicolo, dopo due/tre giorni potevano uscire, tutti gli altri devono rimanere circa 20/25 giorni, i MSNA invece dei mesi, dai 5 ai 9 mesi, in una situazione amministrativa definita “custodia protettiva”. La “logica” sottesa era che per proteggere dei minori, questi venivano trattenuti “illegalmente” per dei periodi lunghissimi, in un luogo sperduto nella campagna greca, dove non ci sono tutele né servizi adeguati.

Come si fa ad uscire dal RIC?
Dal RIC si può uscire solo in due modi: o si viene riconosciuti cittadini provenienti da una nazione con un alto tasso di riconoscimento della protezione internazionale, allora si riceve un foglio, in greco, esclusivamente in greco, in cui si ha l’appuntamento al RAO per la formalizzazione della domanda e un foglio di tre facciate, il documento d’identità provvisorio, che regolarizza la presenza del migrante sul territorio.
Oppure, se non si ha diritto ad iniziare questa procedura, ricevendo un foglio di pre-departure, quello che noi potremmo definire di espulsione dal territorio nazionale. In questo caso si viene inseriti nel pre-removal centre di cui abbiamo accennato prima, e successivamente lasciato libero sul territorio, come persona illegalmente presente. Questo accade perché non ci sono i mezzi e le risorse economiche per rimandare un migrante in Turchia (Paese di transito di provenienza).
Pensate, ad esempio, che persone afghane e pakistane, che rappresentano insieme ai siriani e i turchi il maggior numero di persone sul territorio, non accedono alla procedura poichè le loro domande di protezione internazionale vengono considerate “strumentali”. Pensate anche alla disarmante discrezionalità che hanno le Commissioni territoriali, o il corrispettivo negli altri Paesi. Da noi una persona afghana ed in molte città anche una pakistana hanno un altissimo tasso di riconoscimento.
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Comunque, tornando al nostro confine, dopo il RIC fondamentalmente le persone si devono arrangiare. Anche se hanno ricevuto il foglio in greco con l’appuntamento per la formalizzazione, non c’è alcun mezzo di supporto e sostegno, quindi le persone si spostano alla stazione di Orestiada per raggiungere una città più grande.
Orestiada è una cittadina turistica nel nord della Grecia, arrivano qui tutte le persone che vivono nell’entroterra greco o addirittura dalla Macedonia per trascorrere le vacanze estive. E qui, in una zona un po’ periferica, c’è una piccolissima stazione, ormai quasi dismessa, da dove parte un treno al giorno in direzione Salonicco e poi Atene. Questa stazione, ormai frequentata quasi esclusivamente da migranti, viene aperta mezz’ora prima del passaggio del treno, così da permettere l’acquisto dei biglietti, e chiusa appena dopo il passaggio del treno. I servizi igienici sono stati chiusi a chiave così da evitarne l’uso ai migranti nell’attesa del treno. Intere famiglie si accampano sulla banchina e cercano di passare la giornata o la notte attendendo il treno successivo. Per loro è importante arrivare ad Atene perché solo lì possono, di fatto, formalizzare la domanda di protezione internazionale e perché, ci hanno raccontato alcuni migranti, ad Atene, o comunque in una città più grande è difficile essere fermato e rimandato indietro. Quindi, tutti alla fine, anche chi ha un foglio di pre-departure, cercano di raggiungere Salonicco o Atene.
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Questo è più o meno l’iter che attende un migrante sbarcato ad Alexandropoli, ma di fatto anche chi cerca di attraversare il confine via terra/via fiume ha la stessa sorte.

Noi siamo stati sul fiume Evros, abbastanza vicini al delta e ci siamo fatti guidare da un pescatore locale lungo le rive.

Athanasios ci ha spiegato che qui tantissimi migranti cercano di raggiungere la Grecia indisturbati, ma in quel dedalo di canali non è facile capire dove finisce la Turchia e dove inizia l’Europa. Spesso capita che dietro l’angolo ci siano appostati militari dell’esercito turco con i fucili d’assalto. Ci ha raccontato che ormai è difficile anche per i pescatori greci continuare la loro attività, perché troppo spesso vengono fermati dall’esercito turco che requisisce la loro imbarcazione. Lui personalmente ha visto tanti migranti arrivare lì e addentrarsi a piedi sui lembi di terra tra la vegetazione alta.

Arrivano in pochi, circa 20 persone, su piccolissimi gommoni: sono senza motore e molto piccoli, facili da affondare. C’è una legge, ci ha spiegato Athanasios, per cui è possibile soccorrere qualcuno solo se la sua imbarcazione è in evidente difficoltà, se sta affondando, altrimenti anche se si incontrano 20 persone su un gommone evidentemente troppo piccolo e inadatto, non puoi soccorrerle, stai commettendo un reato. Quindi lungo il fiume, si vedono resti di gommoni, che affiorano sul pelo dell’acqua, sicuramente carcasse di un viaggio di fortuna. Athanasios ci ha raccontato anche del gran numero di cadaveri rinvenuti, perché stremati dal viaggio, o perché un punto di corrente contraria lì ha sbalzati dal gommone e sono purtroppo affogati.
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Comunque, se si passa questo confine e si riesce ad arrivare in Grecia, si viene condotti poi ad una delle tre stazioni di polizia prima indicate. Spesso sono gli stessi pescatori a chiamare la Polizia, ma capita, anche molto spesso, che siano i migranti a chiederlo, perché stremati e soprattutto perché vogliono essere certi che qualche autorità ufficializzi il loro arrivo sul territorio europeo come richiedenti asilo. Dalla stazione di Polizia l’iter è quello descritto prima, al RIC di Fylakio.
Nessuno di loro sa a cosa sta andando incontro, a quali prassi, a quali tempi di attesa.

Ci sono persone arrivate nel 2017 che hanno ottenuto un appuntamento per la formalizzazione nel 2020. Ci sono persone che vivono all’addiaccio per mesi o anni perché il sistema di accoglienza greco, già insufficiente nei numeri, è al collasso e non ci sono risorse per aiutare i migranti né per accoglierli, e molto probabilmente questi rimarranno in giro fino all’appuntamento, senza poter lavorare o aprirsi un conto in banca, vivendo di espedienti.