Ancona: lavoratori migranti in lotta contro le terribili condizioni di sfruttamento nel mondo della moda

Mobilitazione durante lo shopping natalizio: "Le nostre paghe sono ridicole, indegne di un lavoro onesto"

No, questa volta non è bastato il melenso clima natalizio per anestetizzare la protesta sociale. Ad Ancona, lo scorso 23 dicembre, un gruppo di giovani lavoratori migranti della X-Service di Milano, cooperativa cui la nota catena spagnola di abbigliamento Zara ha affidato il servizio di facchinaggio nei propri magazzini, ha deciso di denunciare pubblicamente le insostenibili condizioni di lavoro cui sono costretti da tempo, organizzando un presidio proprio di fronte al punto vendita del capoluogo marchigiano, lungo il principale corso cittadino.

Sostenuti dai militanti dell’Ambasciata dei Diritti di Ancona e dei Centri sociali delle Marche, i migranti, per la maggior parte rifugiati politici, hanno anche bloccato per alcuni minuti sia l’ingresso che l’uscita della clientela cercando di richiamare l’attenzione sulle gravi inadempienze riguardanti l’orario di lavoro, esclusivamente notturno e capace di raggiungere persino le dieci ore filate senza alcuna pausa, né per bere o mangiare né per andare in bagno, e la mancanza di abbigliamento adatto alle mansioni svolte e in regola con le vigenti norme di sicurezza.
Per non parlare poi dello stipendio, che non sembra superare le poche decine di euro al mese: “Ci spezziamo la schiena per correre – afferma uno di loro – perché non veniamo pagati per le ore che lavoriamo, ma in base alla quantità di merce che arriva indipendentemente dal tempo necessario per lo scarico. Le nostre paghe sono ridicole, indegne di un lavoro onesto. Dovete sapere che qui gli italiani non possono lavorare, non vengono proprio ammessi perché qui regna l’illegalità e far stare in silenzio i migranti è più facile che far star zitto qualcuno che conosce i propri diritti. Fino a oggi siamo stati costretti ad accettare questa situazione, ma ora basta. Oggi siamo qui perché non ne possiamo più di queste condizioni di sfruttamento”.
Secondo altre testimonianze i contratti applicati sarebbero diversi, anche se poi si lavora tutti insieme in una squadra composta generalmente da 16 persone. In realtà le poche informazioni disponibili derivano dai modelli Unilav trasmessi al Centro per l’Impiego, poiché ai lavoratori, stranamente, non è stata consegnata la copia del contratto, che in alcuni casi, addirittura, sembrerebbe essere scaduto a settembre, nonostante i rispettivi titolari continuino a lavorare saltuariamente.

Insomma, la vicenda sembra riprodurre uno dei tanti canovacci diffusi in tutta la filiera delle catene della moda, sistema che si fonda notoriamente sull’utilizzo del cosiddetto lavoro “grigio”, cioè impiegando manodopera a metà strada tra il lavoro nero e quello in regola, ma distinguendosi soprattutto per il mancato rispetto delle tutele e delle libertà sindacali, nonché su giri di evasione fiscale e contributiva di dimensioni abnormi.
Purtroppo non è stato possibile avere un confronto con la controparte in quanto è fallito sul nascere il tentativo di interloquire con la direttrice della filiale anconetana, la quale ha pilatescamente rimesso la palla nelle mani della sede centrale di Milano, dimostrando solamente un interesse pressoché nullo per le sorti e i diritti di quei lavoratori chiamati a scaricare i camion con la merce destinata al magazzino dell’esercizio che gestisce.

Nonostante lo squallore di questa sorta di “nightmare before Christmas”, la novità emersa ad Ancona è certamente di quelle importanti. La presa di coscienza da parte dei migranti delle loro condizioni di lavoratori portatori di diritti e il coraggio di esporsi in prima persona nella lotta per esigerli rappresentano passi avanti significativi, con l’auspicio che possano essere da esempio anche per le tante altre situazioni sparse nel resto del Paese, dove lo sfruttamento è la regola piuttosto che l’eccezione. Una lotta che, ci piace ricordarlo e sottolinearlo, non ha motivazioni etniche, ma costituisce invece il passaggio obbligato per creare unità d’azione contro ogni forma di divide et impera e a favore della rivendicazione dei diritti sociali.

Simone Massacesi

Vivo ad Ancona e mi sono laureato in Storia contemporanea all’Università di Bologna. Dal 2010 sono giornalista pubblicista.