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Il concetto di “integrazione” nelle politiche migratorie italiane

Intervento del professor Enrico Gargiulo (Università di Bologna) al seminario “Razzismo neocoloniale e antirazzismo decoloniale”

L’intervento del professor Enrico Gargiulo (UniBO)

Le slide “Tra differenzialismo ed educazione al lavoro gratuito: la civic integration in Italia”

Mi focalizzo su una questione apparentemente specifica che è quella delle politiche di integrazione ma che in realtà investe temi piuttosto ampi.

La prendo dal basso. Quello che voglio fare è provare a ricostruire in sintesi come nel quadro delle politiche migratorie italiane è penetrato il concetto di integrazione, come è stato interpretato negli anni e che funzione ha svolto e svolge oggi.
Quindi cercherò di partire “dalle origini”. Non tanto solo sulla diffusione della parola integrazione genericamente, quanto dall’uso che viene fatto di questa parola nel diritto italiano o in tutte quelle zone grigie tra diritto e politica che vedremo fra poco.

Perché da un lato la diffusione, la giuridificazione di questo termine e delle relative politiche, rappresenta un passaggio politico-culturale che investe tutta la società italiana. Dall’altro produce degli effetti che vanno oltre il diritto.
Perché è una parola, un insieme di significati e di pratiche che vengono sdoganati e diffusi e che penetrano lentamente nel senso comune o tornano in un senso comune in cui erano già presenti.

Oggi è difficile parlare di immigrazione, in particolare di rapporti tra italiani e non italiani, senza fare uso del termine integrazione. È come se si fosse costruito una cornice, un frame, da cui è impossibile uscire.

Parto subito dicendo questo: sarebbe auspicabile e possibile uscirne, cominciando ad abbandonare il termine, cosa che a me piacerebbe molto.
Cerco di spiegare il perché.

La prendo un po’ alla lontana ma neanche tanto.
Quand’è che entra il termine “integrazione”? Da quello che sono riuscito a ricostruire entra nelle politiche migratorie italiane nel 1998 con la Legge Turco Napolitano.

Il ‘98 è un anno chiave perché la legge contiene la parola integrazione ma contiene anche un insieme di apparati collegati. Il testo Unico sull’immigrazione prodotto allora prevedeva l’elaborazione ogni anno del Documento programmatico triennale, un documento di programmazione ad amplio spettro entro cui si dovrebbero inserire i decreti flussi che ancora escono ma con ingressi per lavoro ridotti ai minimi termini.

Quel documento doveva dare il senso a tutta la politica migratoria di medio periodo (ne sono usciti tre poi sono scomparsi nel 2005) e conteneva delle definizioni del termine integrazione, dei dati sull’integrazione e delle proposte a riguardo.
Era stata istituita una Commissione per le politiche di integrazione quindi attraverso le analisi dei materiali proveniente da queste fonti ci si fa un’idea di come la si intendeva allora.

Il mio obiettivo è partire da lì per mostrare il cambiamento che ha subito il termine.

Faccio una premessa: quello che dirò sul sistema Turco-Napolitano, quello che emergerà dalla lettura del sistema Turco-Napolitano, è un quadro del significato del termine “integrazione” un pochino più sfumato di quello presente oggi.

Con questo non voglio assolutamente difendere quella legge e tutto quello che è venuto dopo, non entro nel merito degli altri dispositivi, a cominciare dai Centri di permanenza, è solo un’analisi di come allora il termine aveva un significato diverso.

È interessante perché gli stessi attori che hanno dato vita alla legge Turco-Napolitano, o attori politici e accademici collegati, a loro volta hanno provocato un cambiamento del termine integrazione e delle politiche collegate.
Quindi c’è stato un cambiamento politico-culturale ad ampio spettro.

La storia che racconterò brevemente è una storia bi-partisan: alcune cose le ha fatte il centro destra, alcune cose le ha fatte il centro sinistra.

Non c’è assolutamente discontinuità, se non nella violenza terminologica utilizzata da alcuni attori ma al di là di alcune esagerazioni o alcune prese di posizione esplicitamente razziste, esplicitamente xenofobe, da parte di alcuni attori del centro destra, il centro sinistra ha usato una retorica, un linguaggio un pochino più pulito, più politically correct ma sostanzialmente in linea dal punto di vista teorico e politico.