Las madres unidas jamas seràn vencidas!

Messico, 15 novembre - 3 dicembre 2019

Il tre dicembre 2019 a Tenosique, Tabasco, è terminata la quindicesima Caravana de Madres de Personas Desaparecidas.

Trentotto famigliari in marcia, quasi cinquemila chilometri percorsi, quattordici stati messicani attraversati in diciannove giorni di cammino, sei i ritrovamenti.

A Tuxtla Gutierrez in Chiapas, Claudia Joaquina Valladares Cruz, honduregna, riabbraccia dopo sedici anni, sua sorella Socorro Jaquelina Valladares Cruz.
Nel carcere di Coatzacoalcos, Veracruz, Maria Erlinda Ramìrez, madre honduregna, ritrova suo figlio Kevin Josuè Caballero Ramìrez, che cercava da quasi otto anni.
Nella piazza principale di Còrdoba, stato di Veracruz, un’altra donna proveniente dall’Honduras, doña Reyna Margarita, ha potuto riabbracciare suo figlio, Santos Tomàs Càceres Lainez, dopo 32 anni di assenza.
Lilian Esperanza Alvarado de Romero, madre salvadoregna, a Marìn, Nuevo Leon, ha ritrovato i figli Dalinda Mayela Segovia Alvarado e Salvador Isidro Segovia Alvarado, dopo trentun anni.
Antonio Alonzo Garcia , padre guatemalteco, ha rivisto nel carcere di Reynosa,Tamaulipas, la figlia Juana Alonso Santizo dopo sei anni.

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Quest’anno ad accompagnare la carovana c’era anche una delegazione italiana di Carovane Migranti e una basca di Ongi Etorri.
Io però non ero lì questa volta e ho sentito la necessità di aspettare per scrivere, per raccogliere le emozioni e i racconti dei compagni carovanieri che hanno camminato giorno per giorno, istante per istante a fianco ai familiari dei desaparecidos centroamericani. Erano ancora fresche e accese nella mia memoria e nel mio cuore le grida, le lacrime e la forza con cui le madri chiedevano verità e giustizia durante la quattordicesima carovana di novembre 2018, potevo ancora sentire il miscuglio di lingue con cui le madri nordafricane, latinoamericane e subsahariane si confidavano le reciproche storie, ricerche, sofferenze e battaglie durante il vertice mondiale delle madri dei desaparecidos di tutto il mondo a Città del Messico.

Così ho aspettato, non mi è bastato vedere le immagini, leggere i report che arrivavano da oltreoceano, ascoltare i comunicati. Ho avuto bisogno di guardare negli occhi i miei compagni al loro rientro dalla Carovana, per leggere nei loro sguardi e udire dalle loro voci tremanti l’emozione di aver scoperto una resistenza ancora possibile, il rafforzarsi anno dopo anno di una comunità di persone che non accettano che le criminalità organizzate con il sostegno dei governi possano far sparire nel nulla carne della propria carne in un clima di impunità e silenzio.

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Què pedimos? – Justicia. Cuàndo? Ahora!

Ed è così che Sofia, fragile e timida ragazzina, una tra molti figli di una famiglia la cui possibilità di far fronte alla povertà si misura in braccia, Sofia che abbiamo conosciuto lo scorso anno, quando, per la prima volta, ha partecipato alla carovana alla ricerca di suo fratello, quest’anno prende il microfono, ma soprattutto la parola e si fa portavoce delle istanze delle sue compagne di viaggio, si erge a traduttrice della sua vicina di posto sul bus, Martina Leòn Macario, una donna guatemalteca indigena che a stento conosce due parole di castigliano, ma che di cose da raccontare ne ha comunque tante. Sono scomparsi entrambi il figlio di Doña Martina e il fratello di Sofia, a distanza di tre anni l’uno dall’altro ma affidatisi allo stesso coyote, poi scappato negli Stati Uniti, portandosi con sé la verità sul destino dei due ragazzi.

Durante la visita nel carcere di Coatzacoalcos, Chiara di Carovane Migranti non riesce a trattenere le lacrime quando assiste all’abbraccio tra Kevin Josue e sua madre Maria Erlinda. Nulla tranne quelle lacrime e quell’abbraccio possono far distinguere Kevin da tutte le altre figure intrappolate dentro quelle tute arancioni che ci fanno pensare con un brivido gelido all’agghiacciante campo di prigionia di Guantanamo.

Chiara mi racconta, con gli occhi lucidi, di essersi vergognata della propria commozione di fronte a quella dei detenuti e di chi tra loro cercava di scorgere un figlio perso da anni. Dice di essersi sentita fuori posto, quasi a invadere un’intimità resa già impossibile dal luogo del rincontro. Ma poi aggiunge che un’altra tuta arancione tra tante le si è avvicinata e le ha rivolto la parola, riconoscendo probabilmente, nei suoi occhi commossi, qualcuno pronto a vedere la persona dietro la veste spersonalizzante del detenuto, qualcuno che viene da lontano per non rimanere indifferente. “Sei italiana?

Gianna è una donna forte, determinata che ha fatto della lotta in Valsusa la sua lotta e che, insieme a suo marito Lallo e agli altri soci, ha dato alla lotta un sapore in più…Fornelli in lotta coniuga da anni l’impegno delle battaglie sociali e ambientali con la passione per la cucina, dimostrando che non esiste resistenza senza convivialità, che, per quanto veloce, un treno non potrà mai andare più lontano di persone che unite lanciano il cuore oltre l’ostacolo, per difendere un territorio o per ritrovare un figlio.
L’ho vista sorridere Gianna, l’ho vista battersi per i diritti al fianco di tutti noi, l’ho sentita leggere una poesia di Erri De Luca nella piazza di Ceuta davanti a giovani marocchini e spagnoli che, se anche non capivano tutte le parole in italiano, ne comprendevano il significato profondo e lo facevano proprio. Non l’avevo mai vista piangere però Gianna, fino all’altra sera quando la voce ha iniziato a tremarle mentre ci raccontava di come, da madre e da donna, le riuscisse inconcepibile accettare di poter restare in silenzio di fronte al dolore e al coraggio di tutte quelle madri, quelle donne lontane un Oceano da noi, ma ormai indissolubilmente vicine.

Victor, German e Dida fanno parte della piattaforma basca Ongi etorri Errefuxiatuak il cui intento è quello di sensibilizzare la popolazione e creare una società solidale nella quale si prenda coscienza che i problemi vissuti dai rifugiati e dai migranti sono i problemi di tutti e che un diritto è effettivo solo quando è universale.
Victor è un gran camminatore, allenato alla fatica fisica, e la stanchezza in carovana neanche la avverte, ma nessuno sente il peso dei passi quando l’obiettivo è di vitale importanza. Ogni abbraccio tra una madre, un padre e un figlio, un fratello e una sorella aggiunge forza all’andare, alleggerisce l’animo, rinnova la speranza e alimenta la sete di verità. Ecco allora che l’abbraccio diventa il simbolo del mondo in cui vorremmo un giorno vivere, l’abbraccio di una madre, l’abbraccio tra i popoli celebrato il 5 di maggio, gli abbracci dispensati da German a destra e manca mentre quest’estate insieme attraversavamo altre terre di transito e approdo in Andalusia, Marocco e Tunisia. Non esistono frontiere in grado di separare l’abbraccio di chi ama, cammina e combatte per la giustizia, dietro ai muri puoi nascondere le paure, ma nulla argina il coraggio. A perdere saranno solo loro, le mafie, i criminali di stato, i politici corrotti, i potenti del mondo che trafficano uomini ma, pur calpestandone i diritti, non riescono a fermarne i sogni.

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Vivere per la seconda volta da europei questa esperienza, al fianco di chi la vive come unica e imprescindibile possibilità di mantenere viva la speranza del ritrovamento o di una risposta, e quindi come unica e imprescindibile possibilità di restare vivo, suscita emozioni indescrivibili e contrastanti. Non è facile, non è facile perché è un dolore che non possiamo comprendere, il cui solo pensiero ci terrorizza, non è facile perché viene da chiedersi il senso della nostra presenza, ci sentiamo intrusi, spettatori delle vite spezzate degli altri. Sembra così piccolo il nostro contributo rispetto a quanto riceviamo dalla forza di queste donne, di queste persone piene di dignità a colmare le assenze. La disconferma delle nostre paure arriva ancora una volta da loro, non possiamo comprendere, non possiamo risolvere nulla, ma possiamo ascoltare, possiamo unire le nostre voci, possiamo raccontare a coscienze sopite dall’altra parte dell’Oceano una lotta che trova la sua potenza nella collettivizzazione del dolore individuale.

Y ahora que estamos todas, y ahora que se nos ve, abajo las fronteras van a caer van a caer, arriba los derechos van a vencer van a vencer.
Unidos, hasta encontrarlos
.

Marta Peradotto, Carovane Migranti

Marta Peradotto, Carovane Migranti

Attivista di CarovaneMigranti, vive a Torino e insegna in una scuola primaria. Ha partecipato alla carovana #Overthefortress a Idomeni a marzo 2016 e ha visitato vari campi profughi governativi e spontanei ad Atene, Salonicco e sulle isole greche (Lesvos). In Italia ha avuto modo di conoscere e partecipare da indipendente ai presidi di Ventimiglia e Como.