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Lettera al mondo da Moria – Isola di Lesvos (n°10): Aprite le porte per farci vivere!

InfoMobile (Welcome to Europe) - 10 dicembre 2019

Photo credit: Massimo Sormonta (Progetto SenzaConfini) - Campo di Moria, Isola di Lesvos - 20 dicembre 2019

Autrice: una ragazza migrante

Cercare protezione in un mondo di guerra

Dov’è la sicurezza?

In un campo con 14.000 rifugiati che vengono da tanti posti differenti, che vivono in situazioni penose, ammassati gli uni sugli altri, le autorità possono fare ben poco per proteggerci. In realtà, le terribili condizioni di vita che dobbiamo sopportare, le leggi e i regolamenti disumani a cui siamo sottoposti, creano un piccolo universo concentrato di violenza – una forma di violenza sistematica contro tutti noi.

Vivere questa violenza giorno dopo giorno, significa farne parte. Alla fine, noi esseri umani che ora viviamo come rifugiati nella vostra Europa, dobbiamo difendere noi stessi, le nostre tende e le nostre famiglie, contro una violenza che arriva non solo dalle autorità: può venire davvero da ogni parte.

Dov’è la sicurezza?

Se le tue condizioni di vita sono indegne anche per degli animali e sono profondamente violente, puoi diventare violento anche tu, in ogni momento, anche se le tue difficoltà sono le stesse degli altri.

Mi sento indifesa e impotente contro questa violenza. Sento che scorre nelle nostre vene, ma non voglio farne parte. Mi vergogno quando vedo esplodere la rabbia tra persone che condividono le stesse sofferenze e mi vergogno quando sento la rabbia salire dentro di me.

Invece di creare legami di solidarietà e di amicizia tra persone che affrontano le stesse discriminazioni, diventiamo l’uno per l’altro un ulteriore motivo di paura e di ansia. Siamo scappati dalla guerra, ma è come se fossimo ancora in guerra. Non c’è via d’uscita. È la guerra per sopravvivere in questa giungla chiamata Europa.

È davvero penoso vedere donne e bambini che non riescono a dormire per la paura. I loro uomini devono stare svegli per fare la guardia davanti alle tende, per proteggere le loro famiglie durante la notte. Solo un telo di nylon chiuso con una cerniera li separa da ogni possibile aggressione.

Proprio adesso, nel momento in cui più che mai avremmo bisogno di essere uniti e solidali, proprio adesso abbiamo paura l’uno dell’altro. Non sappiamo da quale parte dobbiamo aspettarci di essere aggrediti. Non sappiamo chi sono i nostri amici. Abbiamo perso la fiducia nella vita e nella gente, perché non c’è nessun sistema che possa proteggerci e farci sentire umani tra gli umani.

Oggi, invece di curarci a vicenda le ferite, mano nella mano, mettiamo del sale sulle ferite dell’altro. Ci sentiamo come bloccati in un deserto, dove nessuno ci aiuta e nessuno è interessato a sapere da dove veniamo e dove vogliamo andare.

Ma io so di poter decidere per me stessa. In tutta questa violenza, tocca a me fare il primo passo per non arrendermi e farmi travolgere. Devo fare per prima cosa un esame di coscienza e incominciare dentro di me il cambiamento, dal momento che non mi arriverà nessun aiuto da fuori. Dobbiamo incominciare da noi stessi, dalle nostre famiglie, dalle nostre comunità, se vogliamo fermare la violenza e ribellarci a questo sistema.

Non voglio arrendermi o lasciarmi andare. Non voglio vergognarmi delle mie azioni. Sono decisa a resistere contro questa violenza e a reagire a testa alta, a mani aperte. Abbiamo percorso migliaia di chilometri per trovare una vita sicura, ma sembra che qui, per noi, non sia proprio possibile.

Ormai non credo più che troveremo un posto dove stare in pace. Ho capito che la pace va trovata dentro di noi, se vogliamo difenderci dalla guerra che continua attorno a noi. Quando esplode la violenza nel campo di Moria, quando veniamo picchiati dalla polizia, quando scoppiano rivolte o risse, non possiamo contare sulla protezione di nessuno. Dobbiamo trovare noi la soluzione per distruggere il mostro.

Provate a immaginare la vostra vita in queste condizioni, dopo essere sopravvissuti alla guerra, costretti a misurarvi tutti i giorni con atti di violenza… Pensate che riuscireste a controllarvi, a rimanere calmi e a cercare di placare gli animi, anche se il vostro destino continua a rimanere incerto per mesi, per anni, mentre siete intrappolati nel campo di Moria?

Vivere in questo stato di ansia e di insicurezza ci tiene continuamente in forte tensione; tutti i giorni attraversiamo momenti in cui siamo traumatizzati e in preda al panico. Passiamo dall’aggressione violenta all’autolesionismo. Anche fra i bambini ci sono casi di tentato suicidio.

Dov’è la sicurezza?

Manganelli, gas lacrimogeni, bastoni, pietre e coltelli… Pugni e calci…
I nostri scudi di protezione sono le mani nude e la dignità. Tutte le nostre ricchezze sono qualche coperta e un po’ di abiti pesanti. Il timore di perdere anche queste povere cose ci tiene vicini alle nostre tende 24 ore al giorno. Ma anche se decidessimo di allontanarci, dove potremmo andare? Di giorno, sappiamo che poi arriverà il buio, e con il buio torneranno i rischi di violenza. Questo ci fa tremare di paura.

Per quanto tempo?

I lupi vanno a caccia nell’oscurità e ogni pastore difende il suo gregge. Ma qui, i lupi sono i pastori, i pastori sono le pecore e le pecore diventano lupi.

Non si dorme. Non si sogna.

Dov’è la sicurezza?
Per quanto tempo ancora cercheremo la sicurezza impugnando le armi? Queste mani desiderano ardentemente stringere una penna, non un fucile.

Aprite le porte per farci vivere!
Parwana

#Lesvoscalling

Una campagna solidale per la libertà di movimento
Dopo il viaggio conoscitivo a ottobre 2019 a Lesvos e sulla Balkan route, per documentare e raccontare la drammatica situazione sull'isola hotspot greca e conoscere attivisti/e e volontari/e che si adoperano a sostegno delle persone migranti, è iniziata una campagna solidale lungo la rotta balcanica e le "isole confino" del mar Egeo.
Questa pagina raccoglie tutti gli articoli e il testo di promozione della campagna.
Contatti: lesvoscalling@gmail.com