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L’imbarcazione “Aita Mari” sfida il divieto del governo e salpa verso il centro del Mediterraneo per salvare vite

Marta Maroto, Desalambre (El Diario) - 12 dicembre 2019

Lo scorso martedì l’Aita Mari, nave della ONG basca Salvataggio Marittimo Umanitario (SMH), ha fatto rotta verso la zona di ricerca e soccorso (SAR) compresa tra la Libia, Malta e l’Italia.
In questo modo sfida il divieto del governo spagnolo che, come fece a giugno con la Open Arms, aveva impedito alla nave di realizzare operazioni di ricerca e soccorso dei migranti a causa di una presunta multa di 901.000 euro.

La nave è salpata dal porto di Mitilini, nell’isola greca di Lesbo, dove lunedì ha scaricato quasi otto tonnellate di aiuti umanitari che partiva da Donostia. Secondo le affermazioni del capitano Martin Martinez, ci si aspetta che arrivi nella zona di salvataggio maltese in tre o quattro giorni di navigazione.

Andiamo nel Mediterraneo a prestare aiuti umanitari”, dichiara il presidente della SMH, Íñigo Mijangos. Oltre alle operazioni umanitarie e di soccorso, l’ONG fornisce supporto e rifornimento ad altre imbarcazioni di salvataggio. “Ovviamente, se ci dovessimo trovare di fronte a un naufragio o a un’imbarcazione alla deriva, faremo ciò che dice la legge internazionale: informeremo il Centro di Coordinamento, cioè Malta, e loro decideranno che fare”, aggiunge Martinez.

Da anni il governo crea cavilli amministrativi per evitare che la Aita Mari realizzi soccorsi, missione per la quale è stata concepita. L’ultima spedizione fatta a Ottobre, in cui era presente anche il diario.es, permetteva all’imbarcazione di trasportare aiuti umanitari alle isole greche, dove la situazione dei migranti e richiedenti asilo si è aggravata negli ultimi mesi. Tuttavia, si diceva che “in nessun caso” l’imbarcazione “potrà intraprendere altre navigazioni” che abbiano il “proposito di realizzare operazioni di ricerca, soccorso o altre attività che da esse dipendano”.

L’esecutivo vorrebbe evitare situazioni in cui le imbarcazioni debbano viaggiare a lunghe distanze o vari giorni alla deriva con migranti a bordo perché i porti sicuri più vicini, Malta e Italia, non permettono gli sbarchi. Per questo, spiega la Marina Mercantile, organo alle dipendenze del Ministero dei Trasporti, per poter soccorrere in mare persone in pericolo, deve esistere un accordo previo con i paesi competenti.

Dalla SMH assicurano che parte del comunicato dell’esecutivo socialista è “totalmente contraddittoria”, poiché tutte le operazioni di salvataggio devono essere portate a termine sotto la supervisione del CCR (Centro di coordinamento del soccorso) del paese della zona SAR, “che ha l’obbligo di facilitare lo sbarco, secondo le leggi internazionali” spiega Mijangos. Ciò significa che questo requisito “non serve”, perché ripropone un principio che già esiste, sottolinea.

Così il Presidente della SMH crede che “la Spagna voglia realizzare un’azione coattiva e dissuasoria affinché noi non possiamo essere presenti”, visto che i testi della Marina Mercantile “minacciano” le ONG con delle multe fino a 901.000 euro se si realizza un soccorso. “Noi rispettiamo le regole, ma non sappiamo quali conseguenze ciò possa avere” osserva Mijangos.

Che succede se avviene un salvataggio?

Ci sono vite umane in pericolo ed è fondamentale che la nave sia in mare”, controbatte il vicepresidente Gutierrez. Nonostante gli ordini della Moncloa, che cerca di impedire che l’imbarcazione “realizzi attivamente operazioni di soccorso”, l’Aita Mari e l’ONG di salvataggio giustificano la propria presenza in mare appellandosi al Diritto Internazionale e alle leggi umanitarie, che obbligano al soccorso di un’imbarcazione in pericolo.

In Spagna esisteva già la Open Arms, che a fine giugno prestava soccorso nel centro del mediterraneo: “meglio incarcerati che complici”, twittava il fondatore della ONG Proattiva Open Arms, Oscar Camps. Un giorno prima della partenza, il Ministero dei Trasporti avvisava che l’organizzazione rischiava sanzioni fino a 901.000 euro, qualora avesse compiuto il proprio obiettivo di realizzare soccorsi. Mesi dopo e dopo centinaia di soccorsi, il governo non ha preso nessuna decisione e la Open Arms continua la sua opera umanitaria.

Nel contesto internazionale, il cambio di governo in Italia e l’uscita dell’allora ministro degli Interni, Matteo Salvini, hanno modificato il panorama politico. È meno probabile che si ripeta la stessa scena della scorsa estate, con le immagini di Carola Rackette, capitana della Sea Watch 3, detenuta; o la disperazione dei migranti rimasti a bordo della Open Arms per 19 giorni. Il decreto sicurezza approvato Salvini per impedire l’approdo delle imbarcazioni di soccorso con migranti sulle coste italiano è ancora in vigore. Tuttavia l’esecutivo attuale lascia una speranza che l’Italia autorizzi gli sbarchi.

Un anno di blocco amministrativo

L’Aita Mari è una vecchia imbarcazione di 32 metri che si utilizzava per la pesca del tonno nei Paesi Baschi. Dopo l’acquisto e lavori attuati da SMH, era pronta per salpare nel Mediterraneo nel settembre del 2018. Da quel momento il governo socialista cominciò a porre mille ostacoli burocratici che gli hanno impedito, fino ad ora, di prestare soccorso.

Il primo scoglio fu l’ottenimento del permesso di navigazione. Un processo che normalmente dura circa dieci giorni, ma che nel caso della Aita Mari durò circa tre mesi senza alcuna spiegazione, segnala l’organizzazione.

In seguito, il primo permesso chiesto dall’Aita Mari per salpare e dirigersi verso la zona SAR gli fu negato. Con la stessa lettera che aveva utilizzato la Marina Mercantile per impedire l’uscita alla Open Arms, il Ministero dei trasporti giustificò il divieto adducendo l’insufficiente capienza dell’imbarcazione per il soccorso di naufraghi.
Inoltre, il governo usò come scusa la chiusura dei porti in Italia e a Malta, cosa che non permetteva lo sbarco in un porto vicino al luogo del soccorso e costringeva l’imbarcazione a vari giorni di navigazione. Il fatto che un’imbarcazione si veda costretta a viaggiare molti giorni con migranti a bordo, come accaduto per il caso Aquarius, “si scosta dai procedimenti relativi alle operazioni di salvataggio regolati dalle normative internazionali”, aggiunse il Ministero.

Perciò la Capitaneria di Porto bloccò l’uscita delle imbarcazioni umanitarie verso le zone di soccorso “fino a che non si garantisca l’esistenza di un accordo per lo sbarco delle persone salvate con le autorità della zona SAR competenti”, cioè, Malta e Italia. Il difensore del popolo parlò a favore delle ONG: “non si può addossare alle persone che salvano e ai salvati gli effetti del ritardo a causa dell’inesistenza di accordi e della mancanza di sufficiente coordinazione tra le varie amministrazioni”. In questo modo riconobbe che il Governo non poteva chiedere alle organizzazioni civili che negoziassero accordi tra gli stati.

Alla fine di Settembre, quando Malta, Italia, Francia e Germania hanno abbozzarono un documento a La Valletta per la divisione e la ridistribuzione delle persone sbarcate, la Spagna non volle partecipare all’accordo. Il Ministro degli Interni spagnolo, Fernando Grande-Marlaska, giustificava la decisione aggiungendo che l’accordo “divide” il Mediterraneo, sostenendo che l’unica soluzione fosse un impegno congiunto di tutti i paesi dell’UE: “le frontiere non sono spagnole, né italiane né maltesi, ma dell’UE”.

Di fronte ai rifiuti e ai ritardi ingiustificati, l’unico modo per permettere alle imbarcazioni di soccorso spagnole di salpare e fare finalmente rotta verso le acque internazionali fu chiedere autorizzazioni per il trasporto di aiuti umanitari. L’Aita Mari fu la prima a farlo ad aprile: chiese autorizzazione in Portogallo per viaggiare fino in Grecia con un carico per fa fronte alle emergenze nelle isole. La stessa strategia fu seguita anche dalla Open Arms.

Adesso che la Aita Mari è riuscita ad uscire dal recinto della burocrazia spagnola, l’organizzazione assicura che non tornerà nel suo paese di bandiera, ma vuole spostare la sua base in un porto italiano, robabilmente in Sicilia. “Non abbiamo intenzione di tornare in Spagna perché non vogliamo assiste nere nuovamente a questo scenario di politicizzazione delle decisioni amministrative” dice Mijangos, presidente della SMH. “Non abbiamo garanzie che i nostri diritti non vengano violati una volta tornati in Spagna”, continua.

Anche se l’imbarcazione è spagnola, se ormeggiata in un porto straniero spetta all’autorità portuale di quel paese l’autorizzazione delle spedizioni, che dovrebbero essere approvate nel giro di 24 ore se l’imbarcazione ha tutta la documentazione in regola. In tal modo, l’ONG si considera al sicuro dall’ “arbitrarietà” del governo spagnolo, che inoltre “pregiudica i nostri ricorsi”, dice Guiterrez, vicepresidente della SMH. “Abbiamo più protezione legale fuori che dentro la Spagna”, afferma.