MigrArt, capitolo 3: l’arte dona sollievo

Il campo di Senou per le persone in fuga da Mopti trova attimi di spensieratezza grazie ad un progetto di arte partecipata

Photo credit: Tommaso Sandri

Per raggiungere il campo di Senou bisogna percorrere un dedalo di strade sterrate.
Si passa per il quartiere cinese, un paio di moschee ed il Grand chateux, grande castello, una grande villa inconclusa che funge da stella polare per arrivare all’ accampamento.

Poco fuori Bamako, situato nella regione di Koulikoro, il campo sorge in un terreno privato donato da un ex generale di etnia Peul per accogliere gli sfollati provenienti dalla regione di Mopti, in prevalenza della medesima appartenenza etnica.
Nella regione di Mopti, nel centro-nord del Paese a confine con il Burkina Faso, anch’esso attraversato da una grave crisi di sicurezza, imperversa un truce conflitto interetnico tra Peul e Dogon.
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Il popolo Peul, anche chiamato Fulani, è principalmente composto da pastori semi nomadi di credo islamico.

I Dogon risiedono tradizionalmente sulla falesia di Bandiagara e sono principalmente degli agricoltori sedentari e per la maggior parte animisti.

Queste due etnie, molto diverse tra loro, sono anticamente legate da un rapporto inevitabilmente connesso al territorio, alle sue risorse e dunque spesso conflittuale.
Nel momento in cui la desertificazione è in costante aumento i pastori di grandi mandrie di animali, mucche e pecore nel caso dei Peul, si trovano a dover ricercare nuovi pascoli fruibili che spesso coincidono con le terre coltivate dagli agricoltori, in questo caso i Dogon.

La crisi maliana iniziata con il colpo di stato nel Nord del Paese del 2012 e che ha visto il conseguente sbarco dell’armata francese nella sua per così dire “ex” colonia si è lentamente diffusa anche nelle regioni più a sud tra cui Mopti.

L’Islam radicale, wahabita e salafita, che ha visto negli ultimi anni una crescita esponenziale contrapponendosi a quello d’ispirazione sufi, di natura tollerante e molto più radicato, è riuscito a trasformare e strumentalizzare questo antico rapporto conflittuale.

Qui le forze jihadiste, che supportando i Touareg ribelli avevano portato al colpo di stato conclusosi nel 2013 con l’intervento francese, hanno attecchito sostenendo e armando i Peul nella loro battaglia villaggio per villaggio contro i Dogon, costituitisi a loro volta in milizie di autodifesa.

Ma quando l’autodifesa diventa preventiva la situazione sfugge di mano e si trasforma nella situazione odierna, una guerra interetnica e religiosa che sta distruggendo villaggi e costringendo migliaia di persone alla fuga.

Il campo di Senou è uno dei luoghi sicuri dove queste persone, indipendentemente dalla loro appartenenza, trovano rifugio.

Sono circa mille gli abitanti di questo accampamento circondato dagli alberi e da una serie di terreni ancora spogli che lo separano dal brusio inquinato di Bamako.
La prima volta che sono entrato nel campo è stata, sembrerà strano, una boccata d’ ossigeno dopo le prime settimane vissute a stretto contatto con l’asfalto e la polvere della capitale maliana.

Le macchie blu di quei teli che coprono le centinaia di capanne disseminate nel campo donano riparo ad altrettante famiglie sfuggite agli orrori ed a ragioni che non riguardano più quello che si potrebbe definire un conflitto territoriale o etnico.
Kola Cisse, il volontario tutto fare del campo che coordina gli aiuti dall’esterno, mi ha raccontato che dopo mesi di insediamento emergenziale le persone, specialmente le più anziane, hanno soppiantato la paura con il desiderio, ed il bisogno, di trasformare il campo in un villaggio.

Gli incubi notturni che animano rimarranno scolpiti negli occhi di queste persone ma lentamente un sentimento condiviso di sicurezza sta aprendo la strada per un nuovo inizio.

E forse è stato proprio per questo sentimento collettivo respirato che, nonostante l’emergenzialità della situazione e la condizione psicologica traumatizzata degli abitanti, appena sbarcato al campo ho sentito una ventata di aria fresca ed un grande stimolo ad agire.
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È iniziato tutto con il grande rotolo di trenta metri che, come al solito, è stata quella calamita incontenibile che ha permesso di abbattere le prime barriere di comunicazione.

Abbiamo dovuto dividere in due gruppi la masnada di bambini perché i pennarelli non erano sufficienti a soddisfare in un solo colpo il loro bisogno di espressione.
I disegni si differenziavano nettamente, per grafia e contenuti, da quelli realizzati sullo stesso pezzo di carta in altri quartieri ed in altre realtà della città, tra scuole e orfanotrofi frequentati da bambini di etnia Bambara e Bozo.

Piccoli elementi simbolici monocromatici e ravvicinati raffiguranti mucche, pecore galline e volatili vari, i primi legati indissolubilmente ai Peul da un legame di sangue come narrano gli antichi racconti orali, che si discostavano dai disegni di case, cuori, bandiere e taxi policromatici lasciati sul rotolo dagli altri bambini.

Subito dopo la prima attività al campo, vista la mancanza di strumenti ricreativi, ho pensato di realizzare dei giochi che potessero dare concretezza agli elementi più ricorrenti del rotolo.

L’obiettivo era che funzionassero solo grazie alla sinergia di almeno due persone. È così nato il progetto di realizzazione di quattro giochi a dondolo.

Dei giochi che sia visivamente che fisicamente potessero simbolizzare un dialogo tra diversi gruppi etnici.

Un progetto che non sarebbe stato possibile senza il grande supporto dell’Associazione Menti Libere, collettivo di artisti con base in Friuli, ed ai suoi amici e sostenitori.

Grazie all’Associazione italo-maliana Briciole ho conosciuto due artisti burkinabè specializzati nel riciclo di ferraglia con cui ho avuto il piacere di lavorare nella realizzazione dei giochi, Abdoulaye Yampa e Adama Sow.
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I quattro elementi individuati sono stati la mucca, il taxi, la gallina e la papera.
Nel frattempo che i giochi prendevano forma ho realizzato lasciando libero sfogo ai bambini e bambine alcune attività di artigianato creativo e di decorazione murale presso l’accampamento.

Con qualche semplice combinazione di colore e con tanto divertimento abbiamo cambiato la facciata di quella che era un rudere di una casa e che ora è stata convertita nella scuola del campo.

Un piccolo gesto estetico che funge da incentivo verso una scuola che in Mali non è obbligatoria e che soprattutto per questi bambini provenienti da villaggi e dai pascoli risulta essere sconosciuta e quindi poco attrattiva.

Una volta che i giochi sono stati ultimati e testati erano pronti per essere sottoposti all’ultimo passaggio del progetto, la decorazione e l’inaugurazione.

Non potevamo inaugurare un parco giochi artigianale senza impreziosirlo di musica ed inserirlo in un evento festoso dedicato agli abitanti di questo villaggio in divenire.
Un gruppo di sette musicisti, un mix tra maliani ed espatriati, e un artista maliano, Kodio Gadiaba, hanno subito accolto con entusiasmo la proposta di partecipare all’ evento.
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Tra i vari progetti quest’ultimo crea per strada, coinvolgendo i passanti, elementi di arredo o accessori partendo da oggetti o pezzi di recupero come pneumatici, taniche e frighi.

Kodio, insieme ai due artisti burkinabè, ha concretizzato con ferro e pneumatici l’ idea che ho avuto frequentando ed osservando il campo : realizzare una sedia artigianale da installare sotto l’ albero dinnanzi alla moschea da dedicare ai vecchi, saggi e griot del villaggio.

Un modo per stimolare la ripresa della trasmissione orale che è elemento fondamentale di ogni cultura africana e per dedicarle un luogo specifico in una situazione in cui, plausibilmente a causa del conflitto e dello sfollamento, questa tradizione si è momentaneamente lasciata indietro.

Nel frattempo che i bambini decoravano i giochi a dondolo la musica accalappiava l’ attenzione delle donne (gli uomini Peul tradizionalmente non ballano) e la sedia prendeva lentamente forma sotto il mango.

I primi frenetici dondolii delle creature in ferro insieme al reef di chitarra tipico del nord del Mali hanno accompagnato il sole all’uscita del giorno lasciando spazio al buio ed al momento conclusivo.

Ibrahim Sarre, griot Peul e custode della memoria di questa etnia, si è seduto sulla poltrona di pneumatici ed una volta che il patio di terra era gremito di bambini ha iniziato la sua storia illuminato da una lampada solare che pendeva dall’albero.

Un momento magico, atavico, che ha catturato per dei lunghi istanti l’attenzione degli abitanti e degli amici che insieme a me hanno contribuito all’evento trasportandoci in un luogo di unione senza tempo.

Unione senza tempo e dialogo trasversale che è ciò che l’ arte ha il potere di scatenare, specialmente in situazioni di emergenza e drammaticità.
Un’altra volta l’arte ha donato attimi indelebili di spensieratezza che saranno simbolicamente impressi nei rotoli delle nostre memorie.