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Il ballo di fine anno

Anche i rifugiati “italiani” migrano verso il nord Europa

Photo credit: Gabriel Tizon

Majid alzò la testa. A malapena riconobbe il suo nome, terribilmente storpiato e mal pronunciato. Aspettò un po’ prima di rispondere, poi disse in inglese “Sono io” e si alzò andando verso l’impiegato allo sportello.

In altri momenti la freddezza e la maleducazione dell’uomo avrebbero fatto salire il sangue al cervello a Majid, ma si contenne e non disse niente, erano solo loro due in quell’ufficio triste il pomeriggio del primo dell’anno, cosa che ad entrambi pareva pesare addosso come un macigno. L’impiegato rigirò a lungo tra le mani i documenti del giovane, poi scrisse qualcosa al computer e alla fine gli diede l’indirizzo, Vasagatan 35, pronto a dimenticarsi di lui non appena avesse lasciato la stanza sparendo dalla sua vista.

Majid uscì in silenzio e si ritrovò fuori in una strada enorme, abbastanza trafficata, con ai lati la neve che si era accumulata sui marciapiedi semivuoti. I palazzi alti e il cielo già buio di primo pomeriggio sembravano moltiplicare uno spazio che, per Majid, in quel momento era davvero troppo grande. Si sentì più sperduto e più solo di quanto non fosse già, e si strinse nel giubbotto che, evidentemente, non era abbastanza pesante per le temperature di quelle parti. Majid non ci era abituato, Roma non era mai stata così fredda. Si incamminò verso il posto dove gli avevano detto di andare. Stava senza guanti e senza cappello, sulle spalle lo zaino con quel poco che si era portato con sé e in mano l’indirizzo che l’impiegato gli aveva lasciato.

Non era uno superstizioso, Majid, e al destino proprio non ci credeva. Non gliene importava niente di santi, santini o santoni; non pensava che i gatti neri annunciano disgrazie, che le donne con le mestruazioni fanno appassire i fiori e nemmeno che certi numeri portano sfortuna. Per lui l’uomo era l’uomo, il futuro se lo costruiva con le sue mani; tutto il resto erano solo chiacchiere. Tuttavia, negli ultimi mesi le cose si erano messe così male che a Majid sembrava gli si fosse accanito il mondo addosso.

Lui aveva fatto tutto quel che c’era da fare, non poteva rimproverarsi niente, ma le cose non avevano girato per il verso giusto: prima il licenziamento per quel lavoro che era durato sì e no poco più di due mesi, poi la notizia che a fine anno avrebbe dovuto lasciare il posto dove viveva perché il tempo di permanenza a lui concesso era finito. A riprova della sua grande ostinazione, Majid aveva anche iniziato la scuola superiore a settembre. L’aveva già fatta al suo paese, era informatico lui, ma i diplomi con sé non se li era portati e perciò aveva dovuto ricominciare da capo. Studiare senza avere di che campare, però, non era possibile, e allora quando aveva perso il lavoro anche la scuola non aveva avuto più senso per Majid.

Tuttavia, nello zaino che aveva sulle spalle, i libri ce li aveva messi. Smetteva temporaneamente la scuola solo per causa di forza maggiore, mica per rinuncia, a lui leggere piaceva e la notte, quando non riusciva a dormire, prendeva carta e penna e tra i fogli bianchi gli uscivano fuori parole che erano poesie. Majid scriveva perché sentiva che la testa gli camminava più di quanto gli fosse concesso dalla vita che in quel momento faceva.

Scriveva per dimenticare la dissonanza che avvertiva tra il movimento dei suoi pensieri e la situazione stagnante in cui si trovava. Scriveva perché aveva una paura tremenda che, a forza di aspettare, un giorno avrebbe finito per credere anche lui che tutto era immobile, dentro e fuori di lui. E se quel giorno fosse arrivato, lui lo sapeva, il cuore gli si sarebbe fermato e ne sarebbe rimasto ucciso.

Sebbene non ci sperava nella fortuna, l’idea dell’anno nuovo che doveva iniziare doveva aver mosso dentro qualcosa anche a Majid. Così aveva deciso di partire subito, augurandosi senza nemmeno poterselo dire che la vita nei mesi a venire gli sarebbe stata solo un pochino più facile lì dove si trovava ora. Il vento nuovo arrivò, invece, con l’anno che stava per finire, quando lui meno se lo aspettava, forse troppo presto rispetto ai suoi piani che ormai non poteva più cambiare, o forse appena in tempo perché potesse farcela lontano, con il suo zaino pieno di libri in spalla.

Era successo la sera prima, gli amici lo avevano invitato alla festa. Lui non è che fosse troppo in vena, stava pensando al viaggio del giorno dopo. Gli amici però avevano insistito, e lui ci teneva a loro, così era andato.

La ragazza gli si avvicinò mentre ballavano. La conosceva bene, eppure quel movimento inaspettato lo colse così di sorpresa che lì per lì quasi non la riconobbe. Si smarrì un attimo, e si ritrovò soltanto quando quella gli sorrise, e si era fatta così vicina che il volto di lei fu, per un momento, tutto quel che vide, tutta la sua visione del mondo.

A Majid tornò in mente lui bambino, quando correva dietro il pallone e a vederlo calciare lo si capiva subito che avrebbe fatto strada. Gli tornò in mente Dakar e il lago rosa, pensò a quanto fosse bello il colore di quell’acqua che tutti dicevano strana, e che a lui, invece, piaceva, perché era come se il tramonto ci si fosse sciolto dentro. E alla fine gli venne in mente lei, che aveva lasciato dietro di sé tanti anni fa.

Gli venne in mente la passeggiata sul mare che avevano fatto insieme, poco prima che lui le dicesse che aveva deciso di andare via. E ancora se lo ricordava, Majid, lo sguardo di lei, dolorante come se le sue parole fossero state coltelli sul petto di lei. E si era sentito così male Majid a vederla così, lui che non l’avrebbe mai ferita, lui che era troppo onesto per tenerla appesa a fili di promesse vuote come il tempo quando si ferma, lui che sapeva che non sarebbe tornato presto e voleva soltanto lasciarla andare. Gli tornò questo in mente, e si accorse allora che tra i fogli bianchi quando scriveva non faceva altro che cercare altre parole per raccontare a lei che si può dire addio e non morire.

Chi lo avesse visto quel primo di gennaio tra le strade innevate lì, più su a nord, avrebbe detto che Majid si era fatto di colpo più uomo. E mentre camminava a passo veloce con una linea di serietà nella guardo che gli disegnava i contorni del volto bello, Majid si chiese se la vita fosse tutta lì, racchiusa in quel minuscolo spazio che lo separava dal viso di lei mentre avevano ballato insieme, e che gli aveva fatto l’effetto di una corsa in campagna, all’aria aperta.

Sara Forcella

PhD in Civiltà dell'Asia e dell'Africa, è arabista, mediatrice culturale ed insegnante di italiano L2. E' inoltre presidente di Fuori Passo ETS, associazione che si occupa di mediazione, orientamento, servizi e formazione per persone con background migratorio.