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MigrArt, capitolo 4: Cramars 2.0

Da sconosciuto a figliol prodigo consegnando regali alle famiglie di amici emigrati e non ancora tornati a casa

Photo credit: Tommaso Sandri

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La Carnia, situata a nord-ovest del Friuli Venezia Giulia e luogo di provenienza dei miei avi, ha sempre basato la sua economia di sussistenza sull’allevamento e, per quanto possibile visto il territorio montuoso e le difficili condizioni climatiche, sull’agricoltura.
Per questa sua natura, dai paesaggi mozzafiato ma angusta, è sempre stata una fucina di emigranti.

Sin dai tempi più antichi gli uomini approfittavano del clima gentile dei mesi caldi per il lavoro nei campi e nei pascoli e non appena arrivava il freddo partivano per l’esodo invernale.
Si emigrava regionalmente ma soprattutto verso Francia, Svizzera, Belgio e Germania dove c’era richiesta di lavoratori abituati alla fatica, muratori, minatori e artigiani.

Tra questi emigranti c’erano un tempo i cramars, dal tedesco Kram (merce), mitici venditori ambulanti che solcavano le alte montagne in cerca di fortuna all’estero.
Austria, Germania, Boemia e Slovacchia erano le destinazioni più consuete.

La crassigne, lo zaino cassettiera, era riempita di droghe, spezie e medicinali, acquistati a Venezia e provenienti dalle rotte mercantili della Serenissima, e di oggetti d’artigianato, dalle stoviglie dell’economia contadina ai pizzi e merletti.
Spesso succedeva che sulle vie del ritorno gli stessi venditori caricassero la crassigne con merci che potevano soddisfare i bisogni dei compaesani.
Non si trattava dunque solo di commercio, ma anche di scambi di usi e costumi che venivano condivisi e contaminati.

Percorrevano lunghe distanze a piedi lungo gli impervi sentieri di montagna valicando i Passi per raggiungere le proprie aree di competenza oltralpe.
I clienti venivano tramandati di padre in figlio ed in ogni area operavano cramars provenienti dai medesimi paesi carnici.

Con i proventi dei sacrifici di queste persone sono state costruite scuole pubbliche, centri di ricovero nei villaggi di provenienza ed altre infrastrutture che lo Stato non forniva.

Come spesso succede quando l’emigrato riesce a trovare la strada per un migliore avvenire, la sorte ricade non solo sua famiglia ma sull’intero villaggio.

La vita di intere famiglie e di interi villaggi in tutto il mondo dipendevano e tutt’ora dipendono dalle avventure mitologiche di quei ragazzi che partono e, inch Allah ( se Dio vuole), arrivano.

Anche Tambacounda, come la Carnia, è una fucina di emigranti.
È la regione più arida del Senegal e, basando la propria economia sull’agricoltura ma non potendo usufruire di sistemi di irrigazione né tanto meno di macchine agricole, la vita è pura fatica.
Come nella vicina regione di Kayes, in Mali, la percentuale di persone che decidono di emigrare è altissima.

Ci sono quelli che emigrano stagionalmente verso la città nei mesi in cui il lavoro nei campi non è possibile e ci sono quelli che scelgono altri Paesi del continente, di solito le zone costiere.
Poi, in percentuale minore, ci sono quelli che tentano la traversata alla volta dell’Europa.

Macirè Diallo è uno degli avventurieri che ha giocato su quella ruota della fortuna chiamata Mediterraneo e ha vinto la possibilità di migliorare il futuro del proprio piccolo villaggio nella regione di Tambacounda.

Quando ho deciso di intraprendere un viaggio nell’Africa dell’Ovest ho chiesto ad alcuni amici sbarcati in Italia se avevano piacere di consegnarmi dei piccoli presenti da recapitare alle proprie famiglie, non ancora potute rivedere dopo la traversata.
Macirè è stato uno di quelli che mi ha incaricato di portare due zaini di scuola per le figlie.

Dopo venti ore di bus da Bamako ed un paio di ore stipato come una sardina in una bianca scatoletta su quattro ruote, arrivo al villaggio di Bala con la pelle che ha lo stesso Pantone di Donald Trump a causa della polvere arancione della strada sterrata.

Al mio arriva Issa, cugino di Macirè, mi carica sul suo Giakarta, il nome dei motorini cinesi che hanno invaso questa macro regione africana, per portarmi al villaggio della famiglia, Kouthia.

È già sceso il buio e non riesco a capire il paesaggio che mi circonda.
Entro nella corte della famiglia Diallo e mi aspetta una doccia calda, un catino con dell’acqua scaldata sul fuoco che mi dà un dolce benvenuto in famiglia.
Lassana, il padre di Macirè e capofamiglia, mi accoglie in famiglia non come un figlio ma come se facessi le veci stesse di suo figlio.

È un uomo dai tratti e dai comportamenti eleganti la cui risata cela una saggezza che arriva da tante avventure, una su tutte i molti anni vissuti a Parigi come idraulico e saldatore negli anni ’70.

Un piatto di patate saltate e uova fritte condite con l’ immancabile dado che ha ormai colonizzato anche i più sperduti villaggi mi accompagna al riposo notturno.
Kouthia è un villaggio tradizionale, dalle classiche case in terra sormontate dai conici tetti in paglia, che si sta sviluppando grazie ai proventi degli sforzi di chi si sta facendo largo nella giungla del lavoro in Europa.
Le case in cemento sparse qua e là ne sono la prova.

Il cemento è segno di progresso, anche se non sempre vincente sui materiali costruttivi tradizionali, e la moschea nuova di zecca è simbolo concreto di questo villaggio votato per necessità all’emigrazione.

È grazie ai molti ragazzi emigrati che uniti alcuni risparmi hanno potuto costruire la moschea a due minareti e l’ospedale che sorge poco distante.
Asini, cavalli e pecore scorrazzano tra le brulicanti donne tutto fare, locomotive di ogni aspetto quotidiano, mentre ci dirigiamo nella campagna circostante per una visita.

È domenica e tutta la famiglia, a parte le donne incaricate in cucina, va in campagna per i lavori nel campo.
Una scenografia composta da una distesa di erba dorata che, accompagnando i maestosi Baobab in frutto, fa da sfondo alla famiglia mentre separa le erbacce secche dalle arachidi, alimento fondamentale della dieta regionale.

Un bianco si è visto poche volte da queste parti e non tutti parlano francese, ma mi basta qualche parola appena appresa nella lingua locale per scatenare grandi risate di approvazione e abbattere muri di cliché e timori.

La prima sera, appena ho sfiorato il viso di una bambina di circa due anni nel cortile di casa ho scatenato urla di paura.
Il giovane barbiere che mi rimette in sesto la barba sotto gli occhi della piazza incuriosita mi confessa che molti, specialmente i bambini, credono che tutti i bianchi siano razzisti.

Lo sbarco di un bianco in un villaggio con la sola ragione di visitare la famiglia di un amico e portare due zaini scolastici alle sue figlie ha destato scalpore e, forse, ha cambiato qualche punto di vista.

Ogni pomeriggio l’appuntamento fisso è la partita di calcio, altro efficace linguaggio universale.
Un campo di terra e polvere ospita ogni giorno le due squadre del villaggio che in questo periodo si preparano duramente al campionato regionale tanto agognato.
Non troppo lontani dalla regione della leggenda Sadio Manè, che destina parte dei suoi stipendi milionari al villaggio di origine, il calcio rappresenta ovviamente una possibilità per uscire dalla difficile quotidianità.

La possibilità è molto remota, non per le capacità e talenti dei ragazzi ma per la mancanza di infrastrutture e reti socio sportive che possano far crescere la professionalità e le opportunità di questo ed altri sport.
Nonostante si conosca la tragicità rappresentata dal viaggio della speranza il grande sogno dei giovani di questi villaggi resta dunque l’Europa.

Nella sola famiglia di Lassana Diallo solo due figli su sei sono rimasti a casa mentre gli altri sono sparsi tra Italia e Francia.
Chi resta è perché deve badare ai campi ed aiutare il capofamiglia che molto probabilmente è stato un migrante pure lui.

Una volta era più facile partire e a quei tempi c’era lavoro per tutti, uscivamo per strada la mattina e ci passavano a prendere, chi andava in fabbrica, chi in cantiere. I sacrifici erano tanti, lontano dalla famiglia in un Paese sconosciuto, ma si riusciva a risparmiare. È così che ho costruito questa casa. ‘ mi dice Lassana pensando ai suoi quattro figli lontani.

Una sera dopo aver cenato esco a fare due passi per il villaggio con Issa, il cugino di Macirè che aspetta con ansia il suo momento propizio per provare la traversata, che mi dice ‘andiamo al ghetto‘.

Ogni zona del villaggio ha un nome, il ghetto è una delle piazzette vicino alla scuola dove i ragazzi si ritrovano a passare ore e ore.
Durante il giorno all’ombra riparati dalla canicola e di notte a chiacchierare come ogni loro coetaneo in giro per il mondo.

Le ragazze, l’ultima partita del Liverpool o del Barca, i vestiti, i sogni.
Lungo la via un capannello di ragazzi curiosi e dall’aria cittadina mi chiedono da dove venga e soprattutto che cosa ci faccia qua.
Sono studenti dell’università che vivono a Dakar e nel weekend tornano a casa.
Ad un certo momento un’orda di uomini esce dalla moschea ed entra nel cortile della casa dinanzi a noi.
Ci lasciamo trasportare.

Mi dicono che uno dei ragazzi con cui stavo parlando l’indomani partirà per la Francia, dove vive e lavora da qualche anno.
Una buona parte degli uomini del villaggio ha pregato per lui, a riprova dell’importanza di un emigrante per tutta la collettività, e noi siamo giunti proprio per il momento conviviale a cui non possiamo sottrarci.
L’aspetto che più di ogni altro sintetizza concretamente l’attitudine alla solidarietà ed alla condivisione dei popoli incontrati in questi mesi è, come spesso succede, il cibo.

Ci si siede o ci si inginocchia intorno ad un grande piatto metallico e si mangia, in silenzio e con la mano destra, ognuno rispettando la propria porzione e curandosi che ognuno possa fruire di ogni ingrediente del piatto.
Quella sera, visto il numero delle persone accorse per salutare e benedire la partenza di un fratello, i piatti metallici riempivano il cortile.

Tanti cerchi di persone accovacciate sui grandi recipienti ripieni di cous cous e carne di pecora in salsa di cipolle.
Un piacere, commovente, per gli occhi e per il palato.
Poi, in rispettoso silenzio, ognuno si alza, cammina ed il cortile in un istante si svuota lasciando spazio alla notte.
La mia ultima notte a Kouthia.

Mi sento a casa ma dopo tre giorni, sarà per quel retaggio occidentale del famoso detto ‘dopo tre giorni l’ ospite puzza’, decido che è giunto il momento di partire.
L’indomani arriva il momento dei saluti e soprattutto dei regali.
No, non i regali che ho consegnato il secondo giorno, ma quelli per Macirè, per farlo sentire un po’ più vicino a casa.

La zia mi dona un sacchetto di kenkeliba, delle foglie con cui si prepara un infuso energetico che solitamente si consuma la mattina.
La madre un sacchetto di cous cous fatto con farina di miglio.
Il padre un completo di bazin, tessuto lucido e ricamato con cui si confezionano gli abiti per le occasioni importanti.

A proposito di contaminazioni di usi e costumi.
Il termine bazin pare venga da bambagia, sembra infatti che siano stati i veneziani a portare in Africa dell’ovest la seta con cui inizialmente si producevano questi abiti, utilizzando la seta pura o mischiata al cotone locale.

Poi, a grande sorpresa, c’è un regalo anche per me, un completo tradizionale a scacchi bianco e nero, che provo ad indossare scatenando grandi risate di approvazione e simpatica presa in giro in tutta la corte .

E così il mio zaino si svuota di qualche merce portata da casa e si riempie enormemente di prodotti da portare in Italia ai giovani emigrati ma anche a chi, come la mia famiglia, scoprirà per la prima volta certi usi e costumi.
Il mio zaino è ora come la crassigne di un cramars senza scopo di lucro.